I’m pretty stubborn…

Era uno dei personaggi più attesi di quest’anno, e non solo dal pubblico electro: Nathan Fake ha una cerchia ben più ampia di sostenitori perché è tra i pochi che sanno donare al sound elettronico la giusta gentilezza e armonia, riuscendo ad andare oltre alle cerchie di aficionados di nicchia. Questo almeno è il pregio che si è guadagnato con l’album del 2006, Drowning In A Sea Of Love, che ha segnato uno dei risultati più riusciti di fruizione ed emozionalità del decennio elettronico scorso (non a caso premiatissimo in redazione). Eppure Fake ha un background elettronico corposissimo, cresciuto negli anni ’90 a colpi di Warp e Orbital e sfociato poi nella fase matura in una marcata attitudine techno: le uscite brevi che precedevano l’esordio su album (Outhouse, Watlington Street, Dinamo) e il percorso poi sfociato in Hard Island hanno reso espliciti i tratteggi dance del producer di Norfolk.

A conti fatti, non son stati molti i momenti nella discografia di Nathan Fake in cui questi due volti si son riconciliati e, tolto il We Fear Silence Mix del 2009 (che fa intendere come l’equilibrio vien raggiunto nei suoi dj-set ), quest’anno il terzo album Steam Days è valso come perfetta sintesi del suo universo sonoro. L’incontro tra le armonie melodiche e le geometrie dance ha dato vita a un disegno a metà strada tra classico e moderno, tra leggerezza e impegno. Questa è l’essenza della vera ambient-techno, di cui Fake si fa comunicatore e innovatore rispetto all’estetica comune che discende dai ’90.

Nell’intervista rilasciata in esclusiva abbiamo toccato tutti i nodi che si intrecciano nella terza prova in lunga distanza. Era naturale pensare l’evoluzione del sound in relazione al suo trasferimento da una contea fuori porta come Norfolk e la capitale mondiale dell’elettronica, Londra, come non si poteva non toccare l’argomento “retrofuturismo“, tag che spesso viene associato a Fake per quella sua abilità di ripresentare il sound classico nei tempi moderni. A rispondere è un ragazzo “piuttosto cocciuto“, come si definisce lui stesso, che si sente fortemente autonomo e indipendente da progetti e influenze ambientali. Questa è la sua strada, ed esprime semplicemente l’ispirazione che porta dentro: una forza che lo fa oscillare tra i suoi due poli d’attrazione – atmosfere e ritmi – e che modifica nel tempo la composizione del suo pubblico. Ma anche su questo Nathan ha qualche obiezione…

Il tuo terzo album, Steam Days, sembra riconciliare il lato melodico e romantico di Drowning In A Sea Of Love con l’attitudine dance di Hard Islands. La tua discografia è un po’ come tesi, antitesi, sintesi, no? Steam Days è l’album che ti rappresenta meglio?

Sì, è vero, Steam Days copre realmente tutte queste basi. Non c’è un vero concept dietro quest’album, è semplicemente la rappresentazione ad oggi di me.

Naturalismo, ritmi, dance, ambient, folk, dream, son tutti elementi che han fatto parte del tuo sound negli anni. Qual’è il tuo background musicale?

Credo sia sempre stato affascinato da certa musica intensa e affascinante, qualcosa che in realtà può manifestarsi in diversi modi. In quest’album ho cercato di indirizzare quell’intensità con consistenze differenti.

Quando ti sei trasferito a Londra, il tuo sound è iniziato a diventare più urbano. Come descrivi quest’evoluzione? È qualcosa che hai voluto intenzionalmente o una naturale progressione?

Beh, ho prodotto roba techno per anni, prima di Drowning…, quando vivevo a Norfolk. Sinceramente non penso che Londra abbia avuto un’influenza così forte nel mio sound. Sono piuttosto cocciuto e la mia musica rappresenterà sempre soltanto me, non la città in cui vivo. Ho interpretato stili abbastanza differenti negli anni.

E quanto è stato importante il ruolo della Border Community nella tua evoluzione?

James [Holden] e Gemma [Sheppard] sono amici stretti, ma in realtà sono abbastanza indipendente quqndo faccio musica. Loro mi lasciano camminare sulle mie gambe e hanno fiducia in me.

Steam Days è piuttosto diverso dal tuo primo album. Da un’elettronica “shoegazey” alla consistenza techno dell’ultimo lavoro. Non senti che il tuo pubblico possa essere cambiato dal tuo primo album? Hai paura che tra chi ti aveva apprezzato nel 2006 possa esserci qualcuno che ora ti considererebbe “troppo elettronico”?

Non saprei. Penso che in fondo tutti i miei dischi rappresentano me. Ovviamente la gente ha le sue preferenze, ma credo che chi mi ha seguito in passato potrà apprezzare appieno anche quest’album.

Sei stato spesso definito un “retrofuturista”. Quanto ti senti a tuo agio con questa definizione? Ti definisci più un amante del classico o un innovatore?

Ahah, non sono sicuro di aver mai afferrato completamente cosa significhi quel termine… Cerco sempre di far musica che suoni nuova, non penso che essere nostalgici in musica sia molto efficace. Anche se un pizzico di nostalgia color seppia a volte fa bene.

Dopo questi tre album, il tuo sound è diventato abbastanza imprevedibile. La dicotomia dancing/listening, la ambient e la techno, le melodie, l’approccio IDM… Che tipo di artista di senti al momento?

Beh, penso che essere imprevedibile sia una cosa buona… sì, la mia musica è piuttosto versatile, immagino. Mi vedo come un artista elettronico a tutto tondo, credo.

In redazione, ascoltando Steam Days, ci siamo divertiti a tracciare le possibili influenze delle singole tracce: Orbital, Boards Of Canada, Trentemøller, Aphex Twin, perfino i Radiohead di Kid A. Quanto sono stati importanti per te questi nomi?

Orbital e Aphex, sicuramente. Con loro ci sono cresciuto. BoC anche. Invece non ho ancora ascoltato nulla di Trentemøller.

L’anno scorso abbiamo apprezzato un altro ragazzo proveniente dai dintorni di Londra, BNJMN. Cosa significa pensare la musica stando vicini a una delle capitali elettroniche ma lontano abbastanza dalla sua frenesia urbana?

Yeah, BNJMN mi piace. Sono un ragazzo di Norfolk e penso che la mia musica rifletterà sempre questo in fondo… anche se, devo dire, Londra è un gran bel posto in cui vivere.

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