Improvvisazione e forma-canzone. Il live di Paolo Angeli e IOSONOUNCANE

Dopo l’anteprima di novembre al festival Linecheck di Milano, IOSONOUNCANE e Paolo Angeli portano in tour la loro musica per una serie di date nel mese di marzo (le trovate in questa pagina). Due voci autorevoli della Sardegna contemporanea, il chitarrista di Palau e il cantautore di Buggerru si sono conosciuti quattro anni fa e hanno collaborato in Buio, un brano tratto da DIE, capolavoro di IOSONOUNCANE uscito nel 2015 e accolto dalla critica (sulle nostre pagine lo ha recensito Fabrizio Zampighi) come uno dei dischi italiani più importanti degli ultimi anni. Dal vivo condivideranno il palco suonando brani dai rispettivi repertori e rileggeranno alcune canzoni della tradizione musicale sarda. «I due artisti – si legge nel comunicato stampa che accompagna il tour – costituiscono un esempio importante di come la tradizione debba trovare, nella società attuale, un’evoluzione dei suoi linguaggi arcaici, collocandosi nel difficile confronto con il presente senza cadere nella tentazione dell’oleografia». Li abbiamo incontrati in una doppia intervista.

IOSONOUNCANE

Come nasce e perché la collaborazione con Paolo Angeli? Siete anche amici o solo colleghi?

Nasce tutto da una stima artistica reciproca e profonda. In questi anni ci siamo visti diverse volte e nel tempo è nata un’amicizia.

Tu sai suonare lo strumento che suona lui?

Assolutamente no, solo lui sa suonare il suo strumento.

Parlaci di questo duetto: sarà uno spettacolo solo strumentale o canterete anche? Che tipo di atmosfera volete creare?

Canteremo, certamente. Si parte da frammenti provenienti dai rispettivi repertori per approdare, con l’improvvisazione, a risultati inediti. È un live dalle atmosfere e dalle dinamiche molto differenti, in mutamento continuo.

Cosa è successo dall’uscita di DIE a oggi?

Di tutto direi: ho preso quindici chili e poi li ho ripersi, Trump ha vinto le elezioni, Umberto Eco è morto, la Juventus ha vinto svariati scudetti. Di tutto insomma.

Stai preparando un nuovo disco?

Sto sempre preparando qualcosa.

 

Paolo Angeli

Tu suoni uno strumento speciale, una chitarra particolare. Ci spieghi che tipo di chitarra è?

È un ibrido tra chitarra baritono, violoncello, strumento a percussione, ghironda, ud, kora e chi più ne ha, più ne metta. La base è una chitarra sarda che in 20 anni è diventata una piccola orchestra.

Cosa c’è nella musica di IOSONOUNCANE che ti ispira?

Del suo primo album la visceralità e l’assenza di compromesso, del secondo il gusto di un meraviglioso arazzo e la cura maniacale del dettaglio. Sono due aspetti che nei live emergono e convivono in totale armonia, amalgamati nei flussi di improvvisazione. E poi mi piace il suo modo di rompere il cerchio della forma canzone per approdare ad un concetto di suite in cui convivano tanti approcci differenti.

La prima tappa del tuo percorso è stato il laboratorio bolognese “Musica & Immagine” nel 1990 a Bologna durante l’occupazione universitaria. Sono passati 28 anni e da allora hai fatto tantissime cose: quali sono le tappe fondamentali della tua carriera di musicista e artista multimediale?

Partirei da Fred Frith, visto che ho suonato con lui per la prima volta proprio nei fantastici anni bolognesi con il Lm&I e con cui continuo a suonare in duo; poi ci sono stati oltre dieci anni a braccetto con Hamid Drake, Antonello Salis, Takumi Fukushima, Piccola Orchestra Gagarin, i progetti multimediali insieme a Nanni Angeli e le relazioni occasionali con Evan Parker, Pat Metheny e Luis Sclavis. Da circa due anni collaboro con Iva Bittova. Le tappe fondamentali sono stati tutti quei tasselli che hanno trasformato la mia parabola iniziata negli anni ’90 come musicista di respiro europeo nella condizione degli ultimi tre anni, in cui essenzialmente ho lavorato con tour intercontinentali. L’ultimo traguardo prestigioso è stato suonare in solo alla Carnegie Hall di New York: un punto di partenza più che un arrivo.

Che cosa cerchi nella musica? Qual è il tuo personale concetto di ricerca?

Il mio approccio alla ricerca è senza tabù e ha a che fare con l’esplorazione di qualsiasi cosa mi incuriosisca. Ho il terrore di ripetermi, sono spinto dalla voglia di freschezza, mi affascina tutto quello che si distanzia dal mio modo di suonare. Cerco di mettermi in gioco continuamente e la risposta quasi sempre è una modifica apportata alla chitarra. Uno degli aspetti che mi preoccupava di più del live con Iosonouncane era il confronto con la forma canzone per diversi concerti consecutivi, ma il risultato è un magma sonoro totalmente aperto e libero in cui mi sento perfettamente a mio agio.

Secondo te oggi in Italia c’è interesse per la ricerca, per la musica più sperimentale? Tu lavori tantissimo all’estero: negli altri paesi com’è?

Si sta verificando un cambiamento nella programmazione dei festival, con una maggiore apertura verso una musica che fa leva sulla trasversalità dei generi musicali. In Francia una rassegna spazia dal post-rock, al jazz aperto alla musica mediterranea, alla rilettura della musica colta. In ambito mondiale questo approccio libero nei confronti dei diversi ambiti stilistici è stato ormai digerito. In Italia i templi della musica underground – ad esempio Area Sismica, il Clandestino, oppure il CSC di Schio – sono spazi che hanno solo in minima parte una sovvenzione pubblica e sono sacche di resistenza culturale. In modo ostinato e contrario, con Nanni Angeli e l’associazione Sarditudine dal 1996 proponiamo il festival Isole che Parlano, dove ricerca e sperimentazione possono andare a braccetto con la tradizione. Sono ottimista perché penso che il pubblico italiano sia aperto al nuovo ed abbia una competenza e conoscenza della musica molto preziosa.

13 Marzo 2018
13 Marzo 2018
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