New York, New York

Williamsburg, quartiere di Brooklyn confinante con il Queens, è diventato un luogo piuttosto glamour negli ultimi anni. Abitato da molti giovani hipster in carriera, studenti e artisti, è l’ideale via di mezzo tra un campus universitario a cielo aperto e un’affascinante area urbana in disuso; in un certo senso, una versione più cheap dell’East Village. Ci sono club come il Luxx, dal taglio punk-rock, locali come il Verb, tipico café americano con i tavoli dai sedili stretti, e altri posti come il Broadway Diner, ideali per un boccone a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Alcune ex-aree industriali, particolarmente appetibili per il loro basso costo, sono entrate nelle mire dei galleristi d’arte contemporanea e così il quartiere, da tristo dormitorio, si è trasformato in un vivace crogiuolo di vita giovane, musica ed arte. Williamsburg, collegato a Manhattan dall’omonimo bridge, è un neighborhood in continuo dialogo con la metropoli. È parte di New York tanto quanto l’Essex è parte dell’hinterland londinese, ma la Grande Mela non è certo Londra… è questo cosmo più grande, veloce e impossibile da comprendere nella sua interezza.

Non esiste una storia che riassume tutte le altre, a New York. È il luogo dove tutto cambia e le persone, i luoghi e persino le mura e le strade non sono le stesse da un momento all’altro. Williamsburg non è immune dal magma ribollente che l’avvolge: cambia pelle, situazioni e odori di attimo in attimo… e questo non significa semplicemente che siano le persone le responsabili di tutto ciò. Individui e luoghi interagiscono secondo opportunità, tentazioni, pulsioni …tanti infiniti sé in un blob in voluttuosa espansione. Impossibile fermare le lancette, cristallizzare il presente, vedere due volte la stessa cosa, pensare di avere un controllo sulle cose, sulla propria vita, addirittura.

La mente è l’ostacolo maggiore alla modernità. Alla faticosa ricerca di un ordine da perpetuare, non riesce a pulire, livellare, semplificare. E così i nervi si tendono e nella città del futuro è difficile concentrarsi*, convogliarle le energie, direzionarsi, possedere mezzi.. in altre parole, avere un fine ultimo, nella New York che tutti noi abitiamo. La gente traccia percorsi obbligati nel ventre di questa grande, enorme mela. Tende verso una coazione a ripetere che lascia retrogusti vertiginosi e inebrianti. Entrare e uscire dai palazzi di vetro. Percorrere scale mobili orizzontali e oblique. Prendere il metrò, scendere da un taxi. Salire in ascensore.

Abitare il cemento. Vivere nel cemento. New York come fauna e flora di carne, metallo, asfalto. Né geografie né impronte umane. Solo un severo cantore perdutamente romantico appeso a una corda tra due palazzi di cristallo.

[*In the city of the future, it is difficult to concentrate (Radiohead, Palo Alto, 1998) ]

1. Daniel e Carlos

Un giovane di origini londinesi rispondente al nome di Daniel Kessler sta tentando da mesi di trovare uno straccio di contatto per iniziare a suonare con qualcuno. Frequenta la New York University nel Greenwich Village ma nulla sembra più difficoltoso di oltrepassare le parole, accoppiare tempi e luoghi per un attimo consistente, incrociare uno sguardo, un’idea e portarla avanti. Daniel non riesce a fare affidamento sugli altri e non è neppure tanto sicuro di se stesso, di quanto lui rappresenti una sicurezza per qualcuno. È intrappolato in quella ruota vorticosa di eventi che gli fa apparire e scomparire le idee, e con queste le persone e le situazioni da esse generate. Che le cose cambino tanto velocemente tanto da rimanere statiche, è una convinzione a cui sta arrivando lentamente. Questa cosa gli procura una lucida tensione muscolare che sfoga di notte suonando la chitarra: da non molto infatti martoria le corde dello strumento e assieme a lui, nella stessa stanza, c’è Greg Drudy, anch’egli alle prese con la passione per la musica. Greg, che è fresco di percussioni, suona malaccio per dir la verità ma i due senza impegno né meta si esercitano, bevono e fumano fino a notte fonda.

Tra una lezione e l’altra, sempre tra i banchi delle aule di scuola, Daniel conosce Carlos Dengler, un giovane smilzo dall’imponente ciuffo corvino che gli ricorda da vicino alcune pettinature di gruppi new wave inglesi in voga all’inizio degli anni ottanta. Lo spilungone racconta di un’antica passione per il rock, di un tempo in cui aveva imparato a suonare la chitarra “…così giusto per vedere se poteva nascere una passione, magari un gruppo”, dice alzando le spalle. A Daniel quell’ossuto ragazzo brooklinese purosangue piace, lo attrae il suo stile minimal, quel gusto un po’ dark e un po’ berlinese che gli sembra evidenziare un’attitudine e non un semplice flirt per i revival del momento. Attitudine, già… ecco la risposta. Carlos entra nel gruppo la settimana seguente imbracciando un basso, convincendosi che il chitarrista abbia ragione quando gli dice che “è più morbido e voluttuoso, perciò maggiormente adatto al tuo stile”.

2. Paul

Paul Banks, capelli castani e abito nero da perfetto siciliano, dopo aver percorso il Williamsburg Bridge si dirige dalle parti del Luxx con un parente. In quel momento Daniel, che stava comprando il giornale da una cabina posta a lato della strada, sente un accento londinese a lui molto familiare. È il cugino di Paul venuto da oltremanica, la parlata nasale è inconfondibile. La famiglia Banks è infatti originaria dell’Essex, ricorda Daniel, solo che Paul, dall’adolescenza in poi, non è mai stato fermo in un posto a causa del lavoro del padre, sempre in movimento da una città all’altra. I due si erano conosciuti a un campus estivo a Parigi e, per la verità, erano rimasti in contatto almeno fino all’anno precedente.

Daniel non ha molti dubbi: ferma Paul e gli parla di getto di alcune sue linee estetiche. Gli racconta che vorrebbe suonare dei brani con una propulsione chitarristica minima, “non come quelle di quel gruppo che avevamo ascoltato a Manhattan, tali Strokes“, afferma convinto.. “certo simili, un po’ Marquee Moon un po’ Doolittle per intenderci, ma con una spinta emotiva che sappia di romantico, di vissuto”. “Neanche Lou Reed e tantomeno Iggy Pop“, rimarca deciso a una domanda di Paul, piuttosto “un suono inglese ma cantato da qualcuno che vive e sente New York”.

Gli parla di questi misconosciuti Chameleons, un gruppo anni ’80 che suo cugino più grande, fan hardcore degli Echo & The Bunnymen, considerava sfigati come la peste. Il cugino darkettone aveva comprato Script Of The Bride (1983), ma lo aveva messo sul piatto una volta sola sconsigliandone l’ascolto… troppo poco evocativo, troppo simile e più debole rispetto a cose maggiori. Daniel, incuriosito da quel vinile proibito, aveva ascoltato attentamente quelle canzoni e gli era parso che le chitarre, così minime eppure votate alla melodia, avevano certamente il punk dentro ma era soltanto un’influenza a livello di ethos. Erano perfette per quello che sentiva come una sobria tensione muscolare.

Paul, che stava giusto scrivendo alcune canzoni per conto proprio, è incuriosito. Vuole sapere che effetto fanno i suoi testi su quegli accordi demodé. A convincerlo non è soltanto la comune provenienza geografica del chitarrista ma soprattutto la sua risolutezza. Non da meno, Daniel avrebbe lasciato a Paul mano libera su tutte le liriche. Il quartetto appena formato porta così a termine un demo autoprodotto (Precipitate EP).

Il cd, registrato senza produzione e missaggio digitale, presenta una band in bilico tra un rock chitarristico (che ricorda da molto vicino quello dei misconosciuti Chameleons) e uno spirito wave, espresso attraverso liriche declamate in modo drammatico e solenne. Banks viene immediatamente additato come un emulo di Ian Curtis ma, pur presentando ovvi riferimenti col martire dark per eccellenza (specialmente nel timbro), tuttavia è più intonato e romantico, meno robotico, glaciale e disilluso; piuttosto pare di sentire l’ugola di un Ian McCulloch (Echo & the Bunnymen) tolto delle proprie epiche scorribande, o quella più vissuta di un Richard Butler (Psychedelic Furs) privato del suo roco registro.

3. Sam e gli Inter-Paul

La band tuttavia non ha modo di fare concerti e la strada per un contratto discografico sembra davvero lontana. Greg, a quel punto, non vedendo possibilità di sbocchi immediati e considerando in cuor suo quel sound troppo anacronistico, preferisce dedicarsi agli studi. Daniel, che del resto non ha mai avuto una gran fiducia in Greg, poco presente in fase di composizione e neppure troppo duttile a livello tecnico, si ricorda allora di Sam Fogarino, un ragazzo originario di Philadelphia con un po’ d’anni d’esperienza come musicista. È il batterista dei Tonups, il suo gruppo d’origine con base a Williamsburg, una garage band sulla falsariga degli Hives.

Daniel e Sam si conoscono da sempre, li ha presentati un amico comune a Chicago in occasione di un concerto dei Firewater. Il chitarrista, che all’epoca lavorava per la Jetset Records, aveva dato un pass al batterista che così era potuto entrare gratis allo show. Sam aveva dichiarato di non trovarsi un granché bene con le coordinate della band in cui suonava, ma la sua risposta non sembra affatto scontata: i Tonups avevano già inciso un 7” intitolato “Kill Me Slow” ed erano in contatto con Doug Henderson, responsabile di molte incisioni per la scozzese Chemikal Underground. Insomma erano nel giro e Daniel, consegnata una copia del Precipitate EP al bonario ragazzo in jeans e rayban, non era sicuro di una risposta veloce e sicura. Si sbagliava.

Con Sam in formazione la band è al completo. Il nuovo percussionista, forte di un background più energico e stradaiolo, conferisce al sound una maggiore aggressività e incisività e inoltre, grazie alle conoscenze da lui accumulate nel corso degli anni, i quattro affrontano con più sicurezza le prime gig.

Non hanno ancora un nome, o non ne possiedono uno definitivo, e supportano alcuni gruppi tra i quali i And You Will Know Us By The Trail Of Dead, gli Arab Strap e i Delgados, rispettivamente al Brownies, al Mercury Lounge, al Bowery Ballroom e al Knitting Factory. A questo punto, la scelta di una ragione sociale stabile si fa impellente. All’inizio Carlos punta per “Las Armas” ma nessuno, il bassista compreso, ne è veramente convinto. In seguito, e del tutto casualmente, arriva la classica folgorazione. Paul, che viene spesso chiamato da un amico nei modi più allucinanti, si sente un giorno interpellare con “Inter-paul”. “Inter che?”..”ehi, aspetta, perché non chiamare il gruppo Interpol?”. Semplice, rapido ed efficace.

1 Settembre 2004
1 Settembre 2004
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