Doppio sogno (o il sogno del doppio). Intervista a Dino Fumaretto

Chi è Dino Fumaretto? Un alter ego problematico afflitto da sindrome depressiva? Un brillante espediente narrativo? Un transfert freudiano? Un ritratto di Dorian Gray kafkiano? Il frutto di una doppia personalità in pieno fermento artistico? O semplicemente l’autore responsabile della discografia interpretata da Elia Billoni, come sottolineano tutti i comunicati stampa a lui dedicati? Ma poi, è davvero importante saperlo? Quel che è certo è che dall’intervista a quattro che abbiamo realizzato nella sede bolognese dell’etichetta Trovarobato – sì, a quattro, con Elia Billoni, due dei co-produttori del nuovo album in uscita a marzo, ovvero Rocco Marchi e Francesca Baccolini (mancava all’appello solo Iosonouncane, trattenuto da alcuni impegni lavorativi), e lo spirito (immaginario o reale, decidete voi…) di Dino Fumaretto a farci tremare ad ogni terza persona singolare confusa con una seconda – abbiamo avuto la possibilità di capire qualcosa in più su uno degli artisti più sopra le righe e meno etichettabili che ci sia capitato di ascoltare negli ultimi anni. Un esperimento peculiare cresciuto nella bassa mantovana tra umorismo à la Monty Python, ascolti variegati che partono dalla classica e arrivano a musicisti come Neil Young e Nick Cave, moltissimo cinema e l’imprescindibile immaginario letterario tragico di uno scrittore come Kafka, che ha fruttato due LP ufficiali (La vita è breve e spesso rimane sotto e Sono invecchiato di colpo, pubblicati rispettivamente nel 2010 e nel 2012 – le altre, ovvero l’LP Buchi e l’Ep Pitocco, sono autoproduzioni) e un EP (Sotto Assedio, uscito nel 2015), a cui si aggiungerà tra pochi giorni Coma. Quest’ultimo pare davvero un episodio capace di ridefinire tematiche, approccio alla musica e complessità del progetto Dino Fumaretto, puntando molto in alto, come sottolineiamo anche in sede di recensione e come si evince dall’ascolto dell’album. Un disco che prima di tutto è il risultato di un lavoro corale, di uno scambio tra tutti i musicisti coinvolti, finalizzato ad amplificare il raggio d’azione della visionarietà della formula fumarettiana, senza tuttavia snaturarne la natura. Intanto in partenza a marzo c’è un tour in formazione a cinque che si prospetta piuttosto intrigante, come abbiamo avuto modo di apprendere dai diretti interessati durante la nostra (lunga) chiacchierata.

Il progetto Dino Fumaretto è nato come un blog…

ELIA BILLONI: Il blog lo scriveva Fumaretto. Era una sorta di diario dei periodi che lui attraversava, ad esempio il periodo “depressivo” o il periodo “autocritico”. Ad ogni periodo era associata una canzone. Io poi avevo già iniziato a fare qualche spettacolo in cui facevo una sorta di ibrido, un mix di monologhi e brani. A un certo punto ho avuto l’impressione che tutto quello che non era “canzone” fosse in più, e così mi sono concentrato solo sulla musica.

Se uno volesse “pensar male”, potrebbe ipotizzare che Dino Fumaretto sia una sorta di personaggio narrativo che hai creato tu, a mo’ di iperbole, per affrontare determinate tematiche, anche autobiografiche se vuoi, in maniera più libera…

EB: Un po’ è così, anche se non è così. Ma è così, nel senso che come interprete sento profondamente quello che scrive Fumaretto. Il fatto che non sia io l’autore dei brani, mi garantisce una sorta di distacco molto utile per poter interpretare il suo canzoniere. È un po’ come lavorare a qualcosa che non ti appartiene completamente, e su cui mantieni un certo senso critico, o autocritico.

Farò finta per un attimo che tu sia Fumaretto: ti va di ricostruire il percorso autobiografico che ti ha portato a pubblicare dischi e a fare quello che fai ora?

EB: Ho fatto circa quattro anni – male – di Conservatorio, dove ho studiato pianoforte. Da bambino ascoltavo moltissima musica classica, cosa che ora non faccio quasi più. La prima cassetta che comprai però fu di Francesco Salvi. Per quanto riguarda la mia esperienza come musicista, non ho mai suonato prima in un gruppo. Quando ho iniziato a esibirmi, l’ho fatto da solo.

Cosa ha fatto scattare nella testa di Fumaretto la voglia di scrivere canzoni con un taglio così ironico/surreale?

EB: Io e Fumaretto siamo molto appassionati di cinema. La componente grottesca di alcune canzoni forse nasce da questo. E forse anche dalla letteratura, mi viene in mente ad esempio Kafka. Nei suoi libri c’è il tragico e il comico. A questa domanda però forse potrebbe rispondere Rocco…

ROCCO MARCHI: Io so solo che c’è stato un periodo in cui Elia compariva ai concerti dei Mariposa (il gruppo principale di Marchi, in cui il musicista suona chitarra, basso e synth, NdSA) e cantava le canzoni di Fumaretto. Questa cosa è stata un evento puntuale ma probabilmente dirompente. Era un atteggiamento un po’ da stalker, in effetti, ma che nascondeva una certa urgenza (ride, ndSA).

Coma è un lavoro molto più ampio e vario, dal punto di vista musicale, rispetto ai vecchi dischi di Fumaretto, che invece mostravano arrangiamenti decisamente più minimali. L’idea di fondo era di arrivare a un disco del genere o tutto si è evoluto in itinere, lavorando giorno dopo giorno sui brani?

EB: Direi che tutto si è evoluto lavorando sui brani. Le tracce contenute in Coma risalgono a un periodo precedente l’uscita dell’album Sono invecchiato di colpo (2012). Per anni ho cercato – anzi abbiamo, io e Fumaretto – possibili arrangiatori per dar loro una forma, ma non sono mai rimasto particolarmente soddisfatto del risultato. Questo perché tendevo molto a delegare, senza mettermi in gioco in prima persona. A sbloccare la situazione ha contribuito paradossalmente l’EP Sotto Assedio (2015), perché in mezzo c’erano queste canzoni un po’ monche che Iosonouncane mi ha spinto a sviluppare. Alla fine ho contattato Francesca e Rocco – avevo lavorato con loro al missaggio di Sono Invecchiato di Colpo e all’EP – con cui speravo di registrare il disco molto in fretta e in maniera più semplice possibile. Lo abbiamo fatto, abbiamo ascoltato il risultato e ci siamo detti che sarebbe stato un peccato non approfondire e non sviluppare certe idee. Così abbiamo coinvolto Iosonouncane e Andrea Lovo (alla batteria), e siamo tornati in studio. È stato un grande brainstorming che ha coinvolto tutti, uno scambio di idee timbriche e di arrangiamento che ha reso il disco qualcosa di molto articolato, musicalmente parlando.

In Coma mi pare di poter dire che ci sia molto meno quel carattere ironico, o tragicomico se vuoi, che invece era presente nei dischi precedenti…

EB: È volutamente così. È un disco che non scherza più come avveniva in passato. E anche i riferimenti e le ispirazioni sono diversi. Qualcuna arriva da sogni che non ho fatto io (Problema in affitto), altre da contesti più cinematografici. Ad esempio, Storia Epica si rifà a una puntata in particolare di Twin Peaks, quella in cui Benjamin Horne impazzisce e comincia a giocare con un plastico del vecchio West…

Tre anni fa chiesi a Giacomo Toni – uno che ha uno stile diverso dal tuo, ma a cui ti accomuna un certo approccio ai testi sopra le righe – quanto fosse difficile essere un cantautore sarcastico/ironico in Italia. Lui mi rispose così: «L’industria discografica ha bisogno di emulare se stessa in quella paccottiglia di orrori fatti in serie che sentiamo ogni giorno alla radio. Questi devono essere rassicuranti, terapeutici, per una popolazione che probabilmente ha bisogno di sentir parlare d’amore con i quattro vocaboli che ha a disposizione. L’ironia ha bisogno di più spazio, di più complicità». Tu cosa ne pensi, considerata anche la tua esperienza dal vivo?

EB: Attualmente mi interessa di più mescolare le cose, e non essere troppo ironico. Non mi dà problemi essere ironico e tragico: la cosa funziona, a patto di saperlo fare. In Italia la situazione è in effetti un po’ come la descrive Toni. In Inghilterra invece, se uno fa il “cretino” viene preso molto seriamente, c’è un grande rispetto per l’umorismo. Penso ad esempio ai Monty Python. Il fatto che fino ad ora il pubblico, durante i concerti, abbia riso ascoltando i testi ironici dei brani di Fumaretto, non mi dà fastidio. Attualmente però, come ti dicevo, la musica che propongo si muove su un altro registro, un po’ diverso rispetto al passato.

Come compone i brani Dino Fumaretto? Da cosa nascono le canzoni?

EB: Difficilmente c’è un testo completo su cui scrivere la musica. Magari si parte da un verso, e da quel verso poi nascono altri versi e la musica. Alle volte l’idea ripercorre un sogno o immagini cinematografiche, come ti dicevo poc’anzi. Le possibilità sono molteplici. Devo dire tuttavia che è un po’ che Fumaretto non scrive più nulla…

…sindrome da pagina bianca?

EB: Potrebbe essere, chi lo sa. Anche perché c’è da considerare che questi brani, in effetti, sono materiale piuttosto vecchio, per quanto rielaborato…

Quali musicisti hanno ispirato o ispirano musicalmente Dino Fumaretto?

EB: Neil Young…il classic rock più deviato, storto. O magari i Doors più paranoici. Nick Cave, ma anche i This Heat…

…ascoltando Bicchiere Rotto ho pensato a compositori classici russi come Šostakovič o Rachmaninov, perlomeno in certe atmosfere. Sono andato troppo in là?

EB: In effetti Musorgskij è un ascolto che in passato ha avuto una certa importanza. E poi cos’altro hai sentito nella musica di Fumaretto?

Per quanto riguarda questo disco, sicuramente Nick Cave, quello più post punk, quello dei Birthday Party o dei primi album con i Bad Seeds. Poi anche i Joy Division, ma non solo questo. Nei lavori precedenti mi pare invece che fosse più evidente una matrice compositiva più legata alla musica classica, chiamiamola così, cosa che non vedo in questo disco…

EB: Uno che mi ha intervistato qualche tempo fa mi ha detto che nei dischi vecchi di Fumaretto si ascoltava una vaga influenza ferrettiana, lato CCCP, che in questo è scomparsa. In effetti è qualcosa che Fumaretto ha ascoltato molto, e anch’io…

Cosa dovremo aspettarci dal nuovo tour che porterete in giro da marzo (la prima data fissata è il 7 marzo al Locomotiv di Bologna)?

EB: Questa è una domanda che giro ai miei due collaboratori…

FRANCESCA BACCOLINI: Una bomba! Non vediamo l’ora di cominciare. Abbiamo appena finito di fare la prima parte di allestimento. Saremo in cinque: Simone Cavina alla batteria, io al basso, Rocco Marchi a tastiere e chitarra, Iosonouncane alle tastiere e all’elettronica, e ovviamente Elia Billoni alla voce e al pianoforte. Gli arrangiamenti saranno quanto più possibile ricalcati sui suoni del disco.

È previsto che tutto il tour si svolga con questa line up?

FB: Per ora abbiamo fissato solo sette concerti con questa formazione, poi vedremo. Anche per venire incontro agli impegni di tutti. Magari ci sarà da rimodulare qualcosa per altre date, ma ancora è presto per dirlo.

RM: Vorrei aggiungere una cosa. Coma è un disco nato in maniera classica in studio, con sovraincisioni, stratificazioni e via dicendo. Devo dire però che quello che abbiamo verificato in questa prima fase di allestimento del nuovo tour è molto convincente proprio in termini di suono da band. Non c’è una sequenza pre-registrata che sia una. E lasciamelo dire, andare in giro con un quintetto in tempi non troppo floridi, economicamente parlando, è anche un gesto abbastanza forte per dei musicisti, oltre a essere una cosa che ultimamente non accade molto spesso.

Faccio un paio di domande proprio a voi, che siete stati i co-produtori (nonché musicisti) di Coma assieme a Iosonouncane. Come è stato lavorare a questo disco e che contributo sentite di aver dato?

RM: Siamo tutti accreditati alla produzione perché, musicalmente, è stato un lavoro collettivo in cui si è provato a seguire le visioni che ognuno proponeva. A me da dentro sembra di riconoscere la mano di ciascuno, ma non ti saprei dire nello specifico chi si è occupato di cosa. Il disco ha avuto una gestazione lunghissima, il grosso è stato fatto in due sessioni di registrazione agli opposti in termini di suono, una minimalista e l’altra massimalista. Poi è seguito un lavoro di cesellatura di mesi.

FB: È stato tutto molto spontaneo; avevamo molti strumenti a disposizione e la possibilità di scegliere. C’è stato uno scambio di ruoli tra tutti, anche da parte di Elia, che ha abbandonato a volte il pianoforte per mettersi a suonare un piano elettrico o un synth. Abbiamo cercato di mantenere il marchio di Dino Fumaretto, ovvero la sua ritmicità, provando però a non dipendere sempre dal pianoforte, come invece era avvenuto con i dischi precedenti. È proprio quella ritmicità che poi ti introduce a testi che sono una sorta di imbuto, di gorgo di ossessioni messe in musica. Iosonouncane ha lavorato moltissimo in post-produzione, ha ricampionato moltissime cose.

Che strumenti avete utilizzato?

FB: Synth, batteria, basso elettrico, pianoforte, contrabbasso, campionatori, pianoforte, piano elettrico sono i principali.

Quali brani preferite del disco?

FB: Io sono molto affezionata a Bicchiere: mi piace il pezzo, ma ho anche ricordi molto forti ad esso legati. In quel momento c’è stato proprio un gruppo di lavoro affiatato e ci siamo divertiti molto. Ci sono stati anche momenti di attrito, in cui non ci capivamo, ma alla fine abbiamo fatto gruppo.

RM: Io ne dico due. Il primo è Nel sonno profondo, e lo scelgo perché è un bell’esempio di brano montato e rimontato, composto da vari pezzettini. In più è un buon campionario timbrico di tutto il disco. L’altro è Storia Epica, che è una non canzone e una canzone allo stesso tempo. È una sceneggiatura, un racconto, che alla fine siamo riusciti a chiudere come canzone. E dal vivo sarà molto, molto bella.

Elia, cosa ti soddisfa di più di Coma?

Mi piace l’aspetto musicale; devo dire che per la prima volta sono veramente contento di un disco di Dino Fumaretto. Mi piace il lavoro che è stato fatto da tutti, che ha portato Coma ad avere quel carattere onirico che poi ha. Qualcosa di più ampio, ma anche di perfettamente coerente con l’immaginario di Fumaretto.

21 Febbraio 2019
21 Febbraio 2019
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