Il fascino della decadenza. Intervista a Jack Barnett dei These New Puritans

Mancavano con un album di studio da ben sei anni, anche se non sono mai rimasti fermi, concentrandosi su altri progetti. Uscito il 22 marzo 2019 su Infectious, Inside The Rose è il quarto capitolo in una discografia di alto livello ed è una risposta al Medioevo di ritorno che avanza, tra Brexit e diffuso oscurantismo. Una risposta ancestrale e al contempo futuristica fatta di bellezza (o della sua illusione), di sensualità e di sogni, così come di decadenza. Composto in parte a Berlino, a ricollegarsi alla lontana al percorso di un’altra famosa band dell’Essex, i Depeche Mode di Black Celebration, Inside The Rose brilla di cupezza e palpita di contrapposizioni.

In attesa delle imminenti nuove date italiane, il 13 giugno a Bologna al Biografilm Park e il 14 giugno a Milano al Santeria Toscana 31, abbiamo intervistato Jack Barnett (songwriter, cantante e multistrumentista), che condivide l’avventura These New Puritans con il gemello George (batterista e sperimentatore ai metallofoni e alle linee sintetiche) in una line-up ormai ridimensionata con funzionale essenzialità a duo. These New Puritans che, notizia recente, si cimenteranno in una performance speciale dedicata a musiche – opportunamente reimmaginate, o per meglio dire risognate – scelte dai film di David Lynch, includendo pezzi di Angelo Badalamenti e David Bowie: avverrà il 13 luglio al Manchester International Festival, nella cornice delle serate “David Lynch Presents…”. Con il regista del Missouri, intanto, Jack ci svela di condividere una grande passione: quella per Francis Bacon.

Nella vostra musica sono sempre stati presenti molti elementi stilistici: art-pop, new wave, avanguardia, elettronica marziale, influenze classiche e orientali… In generale, questo nuovo album suona più dark del precedente Field Of Reeds. Nelle atmosfere è forse più vicino a Hidden, ma Hidden era comunque abbastanza apocalittico… Inside The Rose, invece, è in qualche maniera decadente, seppur in un’accezione moderna: sei d’accordo?

Decadente – sì, riconosco che lo sia. Ha a che fare soprattutto con il sesso o l’amore o semplicemente le sensazioni fisiche dell’essere umano. Ha a che fare con gli aspetti estremi della vita, buoni o cattivi che siano. Rifiutando l’indifferenza.

Parlando di “apocalisse” e distopia, che esperienza è stata, durante la pausa con l’attività dei These New Puritans, prendersi cura della musica dell’adattamento teatrale de Il mondo nuovo di Aldous Huxley? Sei appassionato di questo tipo di letteratura?

È stato divertente realizzarne la musica, perché alla fine ero soltanto un ingranaggio all’interno della macchina: una situazione molto diversa da quella dei These New Puritans, dove la musica è più legata alla propria esistenza. Mi è piaciuto osservare come lavoravano gli attori, uscendo fuori dal mondo con cui ho familiarità – quello della musica appunto – e scoprendone un altro: dà una scossa alle tue abitudini. Aldous Huxley è un personaggio parecchio interessante. Il mondo nuovo era un romanzo molto profetico: prevedeva infatti che non sarebbero stati i governanti dispotici a schiavizzarci, bensì saremmo stati ridotti in schiavitù dalla nostra stessa debolezza, dal nostro autocompiacimento, dal piacere e dall’indifferenza. Possiamo renderci conto di quanto questo sia vero nell’attualità: siamo al collasso ambientale ed economico, ma la gente dell’Occidente è più focalizzata su Candy Crush. Non ci sono ancora arrivato, ma voglio leggere anche Le porte della percezione, che Huxley scrisse sotto l’influenza della mescalina nei primi anni 50.

A proposito di personaggi carismatici, ho letto che per Inside The Rose ti sei invece ispirato a pittori come Francis Bacon: in che modo?

Bacon mi ha sicuramente ispirato. Consiglierei il libro di Michael Peppiatt, Francis Bacon In Your Blood. Bacon trascorreva la maggior parte del suo tempo al Ritz o in qualche posto all’estremità orientale pieno di malviventi, oppure nei bordelli di Soho. Non c’è niente in mezzo a questi poli opposti! E mi piace. La famiglia di nostro nonno a Nord di Londra era composta da banditi all’epoca. Trafficavano nelle corse dei cani. Mi ricordo che ci raccontò che prima della gara avrebbero dipinto i cani di un colore diverso, per spacciarli per altri e manipolare le scommesse. E mio nonno andava in giro a raccogliere soldi delle scommesse da bambino. Quando sono ispirato da persone come Bacon o William Blake o Leos Carax, lo sono in maniera né specifica né superficiale, con l’obiettivo piuttosto di perseguire il mio lavoro con almeno un frammento dell’inesorabilità e della convinzione possedute da loro. Ovviamente puoi fallire, ma vale la pena provarci. Si dice d’altronde che un fallimento spettacolare sia preferibile a un successo ordinario. Non perché voglia realizzare un capolavoro o perché pensi di essere speciale o roba simile! Ma perché è meglio così, nella vita di tutti i giorni.

Potremmo dire che Inside The Rose è più diretto, anche grazie alla voce in primo piano, mentre Field Of Reeds era probabilmente più etereo e cinematico, ma prima di tutto era più complesso. Avevate bisogno di “toccare” gli ascoltatori? Sembra quasi che vogliate sedurre chi premerà “play”…

Principalmente, desideriamo chiarezza. Non importa quanto l’idea di fondo sia poco ortodossa, non importa quanto le compagnie discografiche siano ostili al concetto di musica, voglio sempre presentarla in modo chiaro, per renderla più precisa. Voglio che tutti gli estremi della nostra musica possano coesistere. Voglio che anche il suono più selvaggio sia accessibile.

Stavolta nei testi parli spesso di altre dimensioni, altri possibili mondi, del perdersi e risvegliarsi, di vite multiple, sogni (e incubi), paradisi e inferni…

Non so mai di cosa sto scrivendo finché tutto non è finito. Il momento divertente è quando ti perdi e perdi il lato razionale della tua personalità. Comunque sia, mi piace questa lista.

E sempre nei testi, così come nell’artwork, i colori predominanti sono il rosso e il nero, anche attraverso immagini di fuoco, sangue, fiori… È stata una scelta conscia? Per una sorta, chiamiamola così, di “affinità cromatica”, mi è venuto a volte in mente l’ultimo album della vostra connazionale Anna Calvi: l’avete ascoltato?

Non ci avevo pensato, forse può averlo fatto George. Mi piace questa interpretazione! Volevamo che la sfera visiva combaciasse perfettamente con quella musicale e fosse davvero seducente e reale. Di solito io prendo il comando della musica e George prende il comando nel pianificare e curare la parte visuale. Non ho ascoltato l’album di Anna Calvi, ma dovrò farlo.

La title track, Inside The Rose, è già una delle vostre più belle canzoni in assoluto: com’è nata?

Grazie. All’inizio era un abbozzo di un pezzo orchestrale con parecchia elettronica. Poi vi abbiamo aggiunto la voce da un’altra canzone completamente diversa e, con un po’ di aggiustamenti e sovraincisioni, il tutto ha funzionato. Sovente queste tipologie di collage o disgiunzioni sono migliori di qualsiasi cosa tu possa programmare. Ci sono delle percussioni metalliche: George colpisce sottili fogli di alluminio che, piegati, cambiano il deterioramento del suono. La nostra amica Elisa (Rodrigues, NdSA), dal Portogallo, canta nella seconda metà del brano, che abbiamo interpretato insieme in studio. Abbiamo registrato in questo piccolo studio chiamato The Valley of the Wolves! Che gran nome. Puoi sentire i lupi ululare al suo esterno.

Cosa mi puoi raccontare del relativo, stupendo video diretto da Harley Weir? Un delirio vermiglio, poetico e femminile, degno di un sabba alla Suspiria

George e Harley hanno collaborato per il video e per l’artwork. Amo l’artwork del CD: sono troppo giovane per avere nostalgia dei dischi ma sono affezzionato ai CD (non che ne compri adesso…). Harley è un artista fantastico. Il video gira attorno al fatto di trascinarti in questo universo di decadenza e sogni. Mi piace come tutto sia molto veritiero, non digitale o ironico o internettiano, e abbia a che fare con il sesso e la bellezza, ma non nella versione clinica e glamour dell’R&B e del pop che va per la maggiore di questi tempi. C’è parecchio nudo, ma non quel nudo artificialmente sterile ottenuto nei video hip hop e pop. È più reale e più strano. Abbiamo dovuto censurare il video per YouTube, ma c’è una versione esplicita da qualche parte che forse pubblicheremo su DVD o altrove.

Non amate ripetervi ma in questo album ci sono anche delle conferme: Graham Sutton dei Bark Psychosis sempre nei panni del produttore, la tua collaborazione personale con David Tibet dei Current 93 rinnovata per Into The Fire… Avvertite la necessità di circondarvi di persone di fiducia?

In realtà, è tutto abbastanza DIY. Io e George, da soli, ci siamo occupati del 90% dei suoni sul disco. Dopodiché, invitiamo persone di cui ci fidiamo o che ammiriamo a entrare per un po’ nel nostro mondo. David, Graham, Harley, Daniel Askill, Synergy Vocals (che hanno lavorato tanto con Steve Reich), ecc.

Ve lo chiederanno in tanti: come funziona l’alchimia artistica tra fratelli gemelli?

È senza esclusione di colpi ora che siamo soltanto in due! È difficile, c’è dell’attrito, ma almeno non ci sono cazzate di mezzo.

Nel frattempo, sono già passati più di dieci anni dal vostro disco d’esordio: come vedi i vostri quattro album, uno dopo l’altro?

Li vedo con vari gradi di imbarazzo, vergogna e rimpianto (ride, NdSA). No, penso più ai ricordi nell’averli fatti, alle cose divertenti che sono successe. Ma sono orgoglioso del nuovo album a essere sincero.

Inevitabile domanda finale: cosa ci dobbiamo aspettare dai prossimi concerti italiani?

La nuova formazione è molto percussiva. Ci sono passaggi con addirittura tre percussionisti. Ma si tratta di un buon equilibrio fra brutalità e quiete. C’è un vibrafono, alcuni teli di metallo, un sacco di strambe macchine elettroniche… Dopo essere stati assenti per così tanto tempo, siamo davvero grati a tutti coloro che verranno a vederci. Abbiamo un pubblico fantastico, è un privilegio.

3 Giugno 2019
3 Giugno 2019
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