La densità profonda: un’intervista a Lawrence English

Artista prolifico ed instancabile, Lawrence English è protagonista da anni di un percorso vario ed eclettico che lo ha portato a indagare concetti e dinamiche come la memoria, la percezione, l’impatto del suono sulle interazioni fra esseri viventi, lo spazio, la relatività e le relazioni tra interiorità ed esteriorità, senza mai perdere di vista l’attenzione per l’essenza del suono stesso. Il tutto dividendosi fra più fronti: la sound art, il soundscaping, la video art e il multimediale. In ambito artistico, ha lavorato come curatore di mostre, installazioni e festival e realizzato installazioni in vari paesi europei, negli USA, in Giappone, in Australia e in Nuova Zelanda. Cruel Optimism è il suo ultimo album. Ne parliamo al suo arrivo a Firenze, per la prima italiana – curata da DISCO_NNECT – del progetto Hexa che lo vede collaborare con Jamie Stewart degli Xiu Xiu per sonorizzare dal vivo la serie Factory Photographs firmata da David Lynch.

La percezione è uno dei fulcri concettuali dei tuoi ultimi album. Visto l’uso massiccio che ne fai possiamo dire che il field recording ha cambiato il tuo modo di percepire il mondo?

Quando pensiamo all’approccio che abbiamo nei confronti del mondo, a come lo abbracciamo o osserviamo …le scoperte che facciamo sono il risultato di come concepiamo la percezione. Le domande che ci poniamo ci mettono in una relazione particolare con le cose o le persone con le quali veniamo in contatto. Ecco perché credo che sia vitale il tempo che impieghiamo nella contemplazione del mondo. E in questo non includo solo i fatti fenomenici ma anche quelli sociali, culturali e politici. Quello che mi interessa di più nel field recording è che questa pratica ci invita ad ascoltare con una attenzione profonda. Più che informazioni, da questo ascolto profondo, che io definisco relazionale, ricaviamo sensazioni. Non sono solo i nostri sensi ad essere in gioco, ma anche la tecnologia che utilizziamo per captare e registrare i suoni ambientali. La dualità dell’orizzonte uditivo si compone dell’interiorità dell’ascolto e dell’esteriorità microfonica. Più è condiviso l’orizzonte uditivo, meglio funziona il field recording.

Hai definito Cruel Optimism un album di protesta. Come è legato alla teoria di Lauren Berlant?

La scrittura di Lauren Berlant è la più importante teoria critica nella pubblicistica nordamericana attuale. L’idea dell’Ottimismo Crudele che lei ha teorizzato può spiegare molti dei più importanti fenomeni geopolitici che accadono oggi, dalla Brexit all’elezione di Trump. Non è mai stato così urgente chiederci, sia individualmente che a livello collettivo, perché sia così difficile abbandonare gli oggetti della fantasia – fallaci e inutili che siano – per trovare qualsiasi forma di soddisfazione nel nostro quotidiano. In realtà, quel che accade è che questi oggetti di fantasia diventano delle vere e proprie barricate, ostacoli che ci impediscono di raggiungere le soddisfazioni che desideriamo. Durante la preparazione del disco stavo riflettendo molto sulla scrittura della Berlant e, in modo particolare, sulle sue brillanti riflessioni riguardo al rapporto tra il sistema degli affetti e il concetto di trauma. In un paragrafo specifico la teorica parla di come il trauma abbia a che fare con le nostre vite scrivendo: «Sappiamo di non poterlo possedere il trauma, anzi siamo posseduti da esso». Questo disco rappresenta il mio piccolo contributo per uscire da quello stato di perpetua inquietudine che continua a crescere dentro e attorno a noi. In Australia il nostro governo tratta i rifugiati e i richiedenti asilo in modo disumano. Questo rappresenta un fallimento, una rottura della fiducia che riponiamo nel nostro paese. Il governo si permette, inoltre, di usare queste persone come merce di scambio politico, dimenticandosi che si tratta di persone come noi. Sognano, respirano e amano come noi. Ridurli in queste condizioni mi repelle. Allo stesso modo stiamo registrando enormi fallimenti anche sul lato degli indigeni del nostro paese. C’è una terribile moria di persone nere in prigione e non credo che servano altri esempi dopo l’atroce video dell’uccisione di Ms Dhu. A livello internazionale ci sono molte altre situazioni da considerare, come la crisi dei rifugiati in Siria. Quel minuscolo e bellissimo corpo di Alan Kurdi senza vita su quella spiaggia, la processione delle immagini che arrivano da Aleppo… Questo disco è nato circondato da tutto questo, in maniera diretta e indiretta. Ho cercato e trovato un modo di navigare attraverso l’eterna sofferenza scaturita da questi traumi. Ho voluto decifrare ciò che posso comprendere ed elaborare dai sentimenti che queste situazioni generano dentro me e, immagino, in altri. Cruel Optimism è uno strumento di navigazione e una risposta allo stesso tempo.

La lista delle collaborazioni che compare nella presentazione ufficiale del tuo ultimo album è impressionante. Possiamo definire il gruppo di questi artisti che hai coinvolto un network di resistenza?

Quando mi approccio a un musicista lo faccio cercando una specifica qualità che ho ascoltato e apprezzato in un suo lavoro. Chris Abrahams, ad esempio, raggiunge un incredibile senso di armonia nei suoi pezzi. Sentivo il bisogno di capire come quella armonia potesse risuonare nelle mie composizioni. Allo stesso modo adoro le costruzioni armoniche di Thor Harris, radicalmente diverse dalle mie, magiche e piene di relazioni con musiche che io non conosco. Altri collaboratori come Vanessa Tomlinson hanno aperto zone di coinvolgimento assolutamente inedite nella registrazione di questo disco. La sua abilità nel suonare le pelli risonanti è potente e decisamente personale. Quello che ha tenuto insieme tutti questi musicisti è stata l’ammirazione reciproca per tutti i modi personali con cui ognuno di loro intende la musica e la determinazione che ci mette.

Il ruolo dell’artista cambia in continuazione. Qual è il tuo punto di vista sul tuo ruolo d’artista, oggi?

Ho sottolineato recentemente che la musica è politica, l’ascolto e tutta la produzione artistica sono politica. Credo fortemente che in nessun altro momento sia stato così importante prendere sul serio questo ruolo come oggi. Abbiamo l’obbligo di creare un futuro rilevante e sensato per le generazioni che arriveranno dopo di noi. Nel fare questo disco mi sono fatto delle domande su come, spesso, diamo per veri fatti aprioristici, prendiamo una determinata posizione senza alcun ragionamento deduttivo o una reale investigazione. La traccia sul suono che diventa arma credo che sia un buon esempio: se rifletti su quello che sta accadendo con i droni, ti rendi conto che l’evoluzione tecnologica degli ultimi trenta anni sta procedendo senza che ci sia un reale dibattito critico attorno ad essa. Le implicazioni di questi strumenti che possono penetrare lo spazio aereo di un paese straniero senza un pilota che li comandi hanno implicazioni profonde nelle attuali strategie belliche. E questa è solo la punta dell’iceberg. Una volta che ci renderemo conto delle conseguenze su vasta scala di fatti come questi, allora diventeranno urgenti anche molte questioni etiche. Temo, però, che questo dibattito non avverrà. Cose simili accadono unicamente per ragioni di ordine economico o legate al potere. Detto ciò, sono incredibilmente ottimista quando penso al futuro, perché io sono e guardo il passato, mentre l’avvenire appartiene ai miei figli e alla loro generazione.

Credo che sia stato Neil Postman ad affermare che «I bambini sono il messaggio vivente che spediamo su un tempo che non vedremo». È importante ricordarcelo sempre questo principio, che non sembra essere stato preso in condiderazione dai baby boomers, una generazione troppo impegnata a vivere egoisticamente una vita salutista. Il ruolo che mi spetta, come genitore e guardiano, è quello di offrire ai miei figli l’amore e il supporto di cui hanno bisogno perché il loro futuro si compia appieno. Ho bisogno di essere un esempio per loro, facendo del mio meglio per insegnare loro la gentilezza, il rispetto, la riflessione profonda sugli incontri quotidiani che facciamo con gli altri e il mondo. È molto semplice esistere ed accettare i comportamenti e i discorsi vigenti, soprattutto quando hai il privilegio di vivere nella cornice della legge. È nostra responsabilità, in quanto parziali colpevoli per il sistema egemonico che ci governa, sovvertire quella accettazione in favore di una visione inclusiva. Quello che spero per i miei figli è che possano trovare, nella comunità attorno a loro, una meravigliosa realizzazione dell’unità nella diversità. Quelle differenze sono interessanti, eccitanti e tutte assolutamente necessarie per la produzione di un qualsiasi senso nella nostra vita che voglia dirsi minimamente profondo. L’omologazione è la morte!

C’è qualche tecnica particolare che hai usato per registrare l’album?

Cruel Optimism è stato un processo che ha seguito metodi compositivi e produttivi completamente nuovi per me. Ha rappresentato la sfida musicale più grande che io abbia mai incontrato. Wilderness Of Mirrors era stato un bel impegno ma era stato realizzato in maniera del tutto diversa. Dopo quel lavoro ho realizzato che il fatto di poter fare qualcosa, non basta a renderla necessaria. L’essere capaci di produrre qualcosa non può bastare. La ragione deve essere presa in maggior considerazione. Molti dei pezzi di Cruel Optimism nascono da un’attenta analisi di quello che sento nella mia testa, a partire da uno specifico interesse sulla densità. Sono partito dal famoso detto di Lemmy «everything heavier than everything else» e l’ho trasformato in «everything denser than everything else». Quindi l’idea della saturazione e della distorsione armonica hanno preso nuova forza nella creazione del disco. La cosa più gratificante è che il risultato non suona solo più forte, ma è la dimostrazione che l’ampiezza non è proporzionale alla densità sonica. Le sezioni quiete nel disco sono spesso più dense di quelle più rumorose. La potenza sonora e la densità non sono la stessa cosa, anche se spesso le confondiamo. Molte delle tracce di questo disco hanno richiesto vari mesi di lavorazione per un insieme di interazioni, editing e trasformazioni continue. Le collaborazioni che ho voluto per questo lavoro sono state fondamentali a livello di ispirazione. Sono in debito con ognuno dei musicisti ed artisti che hanno lavorato con me. Sono partiti da alcuni appunti e commenti esoterici che avevo dato loro e sono riusciti a trasporre le bozze in brani che andavano molto lontano rispetto al punto di partenza. Il modo a cui hanno risposto alle mie provocazioni ha avuto un grande impatto sul mio modo di pensare e, in generale, sull’atmosfera durante le registrazioni, che è stata davvero bellissima. Sul mio blog ho pubblicato una foto scattata mentre, all’alba, registravamo le campane tubolari che si sentono in Crow [curate da Thor Harris]. Quando riguardo quella foto sento ancora l’esplosione di felicità che ho provato durante quei giorni, con Thor e l’ingegnere del suono Conor Walker che preparavano quei caffè dannatamente buoni… La stessa cosa posso dire del tempo speso con Norman Westberg e The Australian Voices, con i quali ho toccato con mano il potere delle collaborazioni.

Cosa ti ha fatto decidere di unirti a Jamie Stewart nel progetto Hexa sulle Factory Photographs di David Lynch?

Con Jamie ci siamo incontrati a metà anni 2000 ma è stato solo alla fine del decennio che abbiamo cominciato a lavorare assieme. L’ho invitato a suonare ad un festival del quale ero curatore e, da quel momento, abbiamo continuato a sentirci. Mi ritengo molto fortunato ad aver innescato una connessione come questa. Il progetto con le foto di David Lynch è merito del curatore José Da Silva, che stava preparando una grande retrospettiva sul cineasta americano alla Gallery Of Modern Art di Queensland. Da buon visionario, era interessato ad espandere il terreno della mostra. Il nostro progetto musicale è scaturito da una serie di conversazioni che abbiamo avuto in quelle occasioni e non potrei essere più felice del risultato.

Nel concerto dal vivo c’è più improvvisazione rispetto alla registrazione su disco?

Il primo concerto è stato molto improvvisato. Partivamo da una ricca collezione di materiali ma non avevamo idea di come svilupparli nel tempo. Credo che nei prossimi live le strutture risulteranno più formali ma sufficientemente aperte da permetterci di interagire l’uno l’altro e rispetto allo spazio della performance.

Quale è stato il processo che ha trasformato in musica i toni spettrali delle foto di Lynch?

Jamie e io abbiamo riflettuto a lungo sul progetto e, in particolar modo, su come il suono avrebbe dovuto rappresentare quelle immagini. L’ultima cosa alla quale eravamo interessati era una loro lettura didascalica. Siamo partiti dal suono latente che sembrava venir fuori da ogni foto. Era come se il suono di quegli spazi indugiasse dentro quelle immagini, una condizione che suggeriva la loro dimensione acustica. Abbiamo riflettuto a lungo sui fattori emotivi che gli scatti di Lynch scatenavano dentro di noi. Abbiamo discusso dell’estetica sonora e rumorista fisicamente legata al corpo umano incluso nella civiltà delle macchine. Ho fatto molte registrazioni ambientali all’interno di fabbriche contemporanee e mi sono reso conto di come i suoni sovrastassero le percezione fisica dell’uomo. Alcuni dei suoni più forti e inavvicinabili che mi sia capitato di registrate provengono da fabbriche. Questi luoghi non hanno interesse in noi come esseri umani, come è evidente dal fatto che le macchine ci sostituiscono sempre di più, come facilitatori del futuro.

Cosa hai in agenda per i prossimi mesi?

Lavorerò a progetti molto diversi. C’è un nuovo sviluppo per Hexa in programma. Sto progettando alcune installazioni su larga scala. Una scultura sonora alla quale mi sto dedicando in questo periodo esplora l’idea delle voci del popolo. Mi interessa mettere assieme voci accomunate dall’unità della differenza, come ricognizione critica sul presente. C’è tanto territorialismo retrogrado in giro, dal punto di vista sociale, politico, geografico. Dobbiamo tornare al XX secolo. Altre sculture sonore indagheranno più propriamente un suono di protesta. Anche il calendario della Room40 sarà molto fitto. Produrrò dischi con gente come Norman Westberg e Tralala Blip. Per cui sarà un anno di progetti intensi e curiosi.

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