Intervista a Lino Capra Vaccina

La riflessione sul suono, soprattutto in rapporto al silenzio è sempre stata una prerogativa di Lino Capra Vaccina. Lo confessa egli stesso rispondendo alla prima domanda della intervista esclusiva che “introduce” il concerto fiorentino in Sala Vanni – in programma venerdì 16 marzo – ma a testimoniarlo c’è una copiosa discografia che, in particolar modo negli ultimi anni, sembra essersi riattivata, e con essa la centralità della figura del percussionista (?), scultore di suoni (?) milanese. Sto pensando alla sua partecipazione al Thalassa romano, il festival che aggregava le mille anime della cosiddetta Italian Occult Psychedelia e all’attenzione che una intera platea fatta di giovani e meno giovani, ascoltatori e musicisti gli tributava quasi in omaggio a quel rapporto tra musica e vuoto che lo caratterizza da sempre. Oppure al lavoro che la benemerita Die Schachtel ha compiuto sul corpus di Antico Adagio, disco del 1978 che è forse il suo capolavoro in solo, l’album che riusciva a mettere a fuoco tutte le esperienze pregresse di Capra Vaccina – una su tutte, gli Aktuala, ma non dimentichiamo Telaio Magnetico, il lavoro accademico alla Civica Scuola di Musica di Milano, i lavori con Battiato e Camisasca, ecc. – e pure a donargli una dimensione senza tempo e fuori dallo spazio. Una musica liquida, eterea, sognante eppure legata ad un suono arcaico, primordiale, dannatamente umano senza essere primitivo com’è il percuotere. Un lavoro talmente denso e ampio che ha gemmato dapprima i Frammenti Da Antico Adagio e poi gli Echi Armonici Da Antico Adagio, lavori che hanno permesso di approfondire la ricerca sonora intorno a quell’opus originario e che hanno definitivamente rimesso in circolo una figura di prim’ordine delle musiche di ricerca italiane com’è Lino Capra Vaccina. Arcaico Armonico e l’ultimo Metafisiche Del Suono che verrà presentato in concerto, non sono che ulteriori passi in un percorso avventuroso e stordente. (SP)

Le Metafisiche Del Suono è un lavoro che si muove in bilico tra suono e silenzio. Come è nata quest’opera?

L’indagine sul rapporto tra silenzio e suono è da sempre una mia prerogativa, ma in questo caso lo è ancora maggiormente. L’album nasce da una necessità di esprimere in musica la dimensione metafisica anche della pittura, ad esempio. Riesce in qualche modo a manifestare un’assenza totale di luogo, una sorta di sospensione sonora spazio-temporale che ricrea una apparente immobilità. Una stasi che ritroviamo, più che altro, da un punto di vista trasfigurativo, anche nella pittura metafisica, volta al raggiungimento di una dimensione spirituale, cosa che ricerco da sempre. Ho cercato di evidenziare maggiormente la relazione di assenza-presenza del suono, proprio grazie al silenzio che in qualche modo è una prerogativa del suono stesso. Senza di uno non può esistere l’altro.

Antico Adagio, il tuo esordio solista, è uscito nel 1978. Sono passati quarant’anni. Come è cambiata la musica dal tuo punto di vista?

È una domanda complessa, ma molto interessante. Da un punto di vista personale, legato alla ricerca musicale, non è cambiato molto per me. In un certo senso lo stesso Le metafisiche del suono è il mio compendio per l’anniversario di Antico Adagio e sono molto contento di questo. Ad uno sguardo più approfondito, trovo che nell’espressione e nella fruizione generale, quella che viviamo sia un’epoca di trasformazioni, di progressioni, di bei mutamenti. Non credo che esista più un approccio di tipo massificato: la percezione della musica oggi è molto sfaccettata, a differenza di allora. Ai tempi del mio esordio la musica era un qualche cosa di più universale. Adesso lo è un po’ meno, anche se a certi livelli esiste un “comune sentire” che parte da una fruizione “altra” del sentire, che oggi come oggi è più cosciente di allora. Questa attitudine, un tempo era mutuata da un’ideologia, non tanto politica, quanto umanistica e sociale. Si trattava di una modalità collettiva del fruire musica, e più in generale arte, legata principalmente allo stare insieme. Oggi è vissuta in modo molto più personale. All’insaputa di chi ascolta, comunque, rimane un fil rouge che accomuna: oggi più che mai esiste un sentire che galleggia, aleggia e che, pur rimanendo incosciente, permette di avvicinarsi a un certo suono, a una certa dimensione musicale. Lì possiamo ascoltare qualcosa di molto bello, di molto umano e possiamo continuare a portarlo avanti e a riviverlo nel tempo. Penso che non finirà mai.

E adesso, nell’epoca di Spotify piratato, delle piattaforme digitali usa-e-getta, dove la musica è velocemente consumata per poi essere altrettanto velocemente dimenticata, c’è bisogno di un album come Le Metafisiche Del Suono?

L’album in tre mesi è quasi sold out, tanto per tornare alle contraddizioni di cui ti parlavo prima a proposito dell’attuale vivere! L’altro giorno leggevo un post di questo mio fan che diceva di aver scoperto che sulle piattaforme non si trova il maestro Lino Capra Vaccina. Non è del tutto vero, ma devo confessare che in realtà anche io qualche tempo fa non riuscivo a capire quale fosse la mia posizione in questo contesto. Oggi penso che le due cose possano convivere. La mia musica sopravviverà a tutto ciò, sono sicuro. Ma la musica in generale sopravviverà. L’importante è riuscire ad avvicinarsi a una certa dimensione del sentire. Credo che a certi livelli le due cose non si penetrino a vicenda, piuttosto si compensino. Bisogna prendere anche atto di queste nuove modalità di fruizione, per riallacciarmi a quello di cui ti parlavo prima. Ricordo che negli anni ’70 ci riunivamo in dieci, quindici in una stanza per sentire i dischi nuovi. Oggi, come ti dicevo, esiste un approccio più personale, ma non credo che il mercato fisico ne risentirà. Per quanto mi riguarda il mio pubblico vuole l’oggetto fisico.

Sperimentare è un’esigenza o un semplicemente un linguaggio musicale come un altro?

È un’esigenza a tal punto che negli ultimi anni ho approfondito ancora di più il mio approccio sperimentale. E proprio parlando del concerto di venerdì in Sala Vanni, ho messo a punto questa nuova tecnica che più che un’improvvisazione mera e fine a se stessa, definirei una vera e propria ricomposizione live dei brani. In questa improvvisazione c’è uno sperimentare di cui non posso fare a meno, assolutamente. È vero, sono sempre stato alla ricerca di una forma espressiva molto personale, sempre unica e all’avanguardia, ma il fatto di attenermi o meno a un linguaggio piuttosto che a un altro, non mi è mai interessato molto. In questo caso, sperimentare diventa la stessa improvvisazione e la stessa ricomposizione dei frammenti armonici e ritmici. Durante l’esecuzione questa cosa coinvolge molto il pubblico, che sa di trovarsi di fronte ad un evento unico e irripetibile. Sto preparando la serata di venerdì in un modo che non ho mai fatto prima. E so che non lo rifarò mai allo stesso modo. Rimarrà un evento straordinariamente unico nella sua essenzialità. Il pubblico, non so se in maniera cosciente o meno, ha proprio necessità di questo. Ci tengo a dire che secondo me, pur nella sua complessità, sono riuscito a umanizzare il mio linguaggio attraverso una apparente semplicità. Il rischio per chi sperimenta è di non essere immediatamente compreso. Ne sono perfettamente cosciente ed ho sempre cercato una certa umanizzazione del mio linguaggio in modo che diventasse accessibile. Mi interessa che si apra un percezione, non tanto da un punto di vista dei concetti. Vorrei che la mia musica aprisse piuttosto una percezione sonora “altra” e per questo è fondamentale che il mio linguaggio sia comprensibile, che crei una dimensione in cui ti puoi accomodare. Questo è molto importante.

Progetti futuri?

Intanto sto portando in concerto Le Metafisiche Del Suono. In preparazione ho un paio di uscite con collaborazioni molto importanti che verranno pubblicate prossimamente, a cui sto completando i mixaggi. E poi non ti posso nascondere che ho cominciato a lavorare su nuove composizioni in cui porto avanti la mia ricerca musicale.

16 marzo 2018
16 marzo 2018
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