Intervista a Riccardo Sinigallia

Ci sono piccoli imprevisti che a volte migliorano il risultato di quello che si sta facendo. Ad esempio, questa intervista a Riccardo Sinigallia non doveva avvenire tramite skype, come invece è successo. Colpa dei numerosi impegni di Riccardo e di alcune difficoltà logistiche. Parlare con Riccardo mentre si trova a casa con la compagna (Laura Arzilli, sua partner anche nella musica) e figli, ci ha dato modo invece di trovarci di fronte un interlocutore rilassatissimo e ben disposto, come di rado accade. Questo è il resoconto della nostra conversazione, realizzata quasi a ridosso della partecipazione del musicista al Festival di Sanremo.

Non giriamoci attorno e partiamo subito dalla domanda più impegnativa e scontata: come quasi tutti sanno, sei stato a Sanremo e la tua partecipazione è stata segnata da un’esclusione dalla gara, a seguito della segnalazione di qualcuno relativa a una tua esecuzione live di Prima di andare via precedente alla competizione. Senza soffermarci sulle modalità della tua squalifica e sul regolamento, mi viene da chiederti qualche impressione su tutta l’esperienza, a partire dalla partecipazione al Festival per arrivare alla tua improvvisa uscita. Tenendo anche conto di come per te Sanremo non fosse completamente una novità, data la tua partecipazione passata coi Tiromancino e con Marina Rei…

Beh, è stata ovviamente un’esperienza “importante”, per me. Presentarmi finalmente come Riccardo Sinigallia è stata davvero un’altra cosa, rispetto al passato. Sono molto grato a chi ha fatto sì che questa cosa accadesse, penso a Fabio Fazio, a Stefano Senardi che mi ha presentato alla commissione, a Mauro Pagani e a tutti gli autori per avermi preso. E’ stata una cosa che ha cambiato la prospettiva del mio lavoro e ha permesso che il lavoro di questi anni godesse di una nuova visibilità. Da questo punto di vista, sono stra-felice di essere stato a Sanremo, una manifestazione che tutti amano criticare ma che nessuno potrebbe non considerare una vetrina fondamentale per chi non fa musica di nicchia o di genere, come death metal o rap…

Oddio, direi che il rap non se l’è passata male quest’anno a Sanremo…

Beh, sì, in effetti hai ragione, ma sai di cosa parlo, mi riferisco al rap non da classifica. In ogni caso, essere a Sanremo, come ti ho detto, è stato molto emozionante. Riguardo all’uscita improvvisa, è scontato dire che mi sia dispiaciuto, mi è sembrata la conseguenza di un’azione che non mi sembra giusto definire “una scorrettezza”. Mi è capitato di fare il brano di fronte a folle di venti persone, come tu stesso hai avuto modo di vedere (un concerto in quel di Chiaravalle, paesino marchigiano, NdSA), e poi ho scelto di farla in un’occasione con più persone, troppe persone, e il resto è cronaca.

Senti, appurato che ti sia dispiaciuto, puoi dire che la squalifica ti abbia davvero danneggiato, in tempi come questi dove non importa che si parli male o bene di qualcuno, purchè se ne parli?

Mah, è una cosa che purtroppo potrò dire solo tra un po’ di tempo, lo capirò negli anni. Mi spiace che sia successo, perché questa parola, “squalificato”, uno rischia di portarsela dietro anche per molto tempo. Tuttavia, in questi 25 anni di attività, io squalificato mi ci sono sempre sentito almeno un po’, sono sempre stato al di fuori di certe cose, credo che sia ormai parte integrante della mia proposta. In fondo, questo Paese ha spesso squalificato persone che si sono mosse in modo corretto e viceversa qualificato persone il cui operato è stato più discutibile.

Relativamente al brano con cui hai partecipato, Prima di andare via, l’impressione è positiva soprattutto per un fattore: sei riuscito a presentare una canzone che è sicuramente riconducibile alla tua cifra stilistica, eppure al contempo perfettamente a suo agio nel contesto sanremese. Come capita spesso, il guaio di un brano sanremese (e per “brano sanremese” intendiamo ormai un vero e proprio genere) è quello di avere un arrangiamento orchestrale fin troppo invasivo, e qui mi sembra che non ci sia, e credo che ci sia stato parecchio impegno su quel versante. É un’impressione con cui concordi?

Sì concordo decisamente su questo aspetto. In realtà è un lavoro che ho fatto, con una fortissima volontà, su tutti i brani, affinché potessero essere capiti da tutti (da cui, in effetti, il titolo). Sono stato molto attento a non dileggiarmi e autocompiacermi troppo, a non perdermi nella solita ricerca di psichedelia e affini, ho tentato di convogliare quello che un tempo era un lavoro tutto rivolto alla ricerca sonora, all’architettura dei brani, su una semplificazione delle canzoni, cercando di confrontarmi con il Paese in cui viviamo e dove io faccio questo lavoro.

Trovi offensivo o riduttivo l’essere considerato più un ottimo artigiano, specie in relazione a questo nuovo lavoro?

Guarda, è un termine che usano in tanti da un po’ di tempo, anche nei miei riguardi. No, non lo trovo offensivo, da una parte lo trovo lusinghiero, anche se a volte magari è un termine un po’ abusato, ma rientro pienamente nella definizione, sono una specie di pittore o artigiano, appunto, che fa lavori in maniera autonoma, innanzitutto con passione e gioia. Lo prendo come un complimento e ti ringrazio, aggiungendo che la figura dell’artigiano andrebbe decisamente rivalutata.

Parliamo del tuo ultimo disco e specificatamente del primo brano, E invece io. É un titolo piuttosto enigmatico, quella congiunzione rimanda a un periodo del passato che ti limiti solo ad accennare. Nelle tue canzoni è una cosa che ogni tanto riaffiora, questo guardare al passato. Come mai hai posizionato proprio quel brano in apertura e che peso gli dai nell’economia del disco intero?

Beh sì, un discorso in sospeso c’è, anche se non è una cosa così programmata. Sentivo semplicemente il dovere morale di traghettare i miei ascoltatori più affezionati, oserei dire inspiegabilmente affezionati dal momento che non sono uno di quelli ossessionati dal comunicare con gli ascoltatori attraverso le varie piattaforme. Dicevo, il brano nasce appunto per loro, per spiegare che c’era un discorso da finire e di cui la canzone è l’ideale proseguio. In realtà la canzone parla anche della connessione tra le nostre zone fisiche e quelle più spirituali, è il frutto di un’importante esperienza che ho avuto seguendo un seminario dedicato alle radici della voce, tenuto da un produttore israeliano, circa tre anni fa. Appena terminato il seminario mi sono messo a scrivere E invece io. É un pezzo che in qualche modo può essere affiancato a Finora, presente in Incontri a Metà Strada. É ovvio che questo sia da considerare come l’ultimo capitolo di una trilogia iniziata con il primo album, sicuramente più autoreferenziale, poi proseguita con il secondo e infine con questo Per tutti, che già dal titolo vorrebbe aprirsi al maggior numero possibile di persone.

Il singolo sanremese: Prima di andare via. Ho ascoltato il brano con qualche mese di anticipo, in una tua esibizione live, in versione acustica con solo te alla chitarra e Laura (Arzilli) al basso. Lo trovai un ottimo brano, e appena seppi della sua inclusione tra le canzoni di Sanremo, ebbi molta paura che venisse fagocitato dalle esigenze di arrangiamento, che il noto Festival di solito vuole particolarmente pomposo. Poi tutto questo non è successo. E’ stato difficile operare in questa direzione? La decisione, in questo senso, è una cosa interamente attribuibile a te?

Sì, devo dire che è stato difficile. La richiesta di spettacolarità musicale e di radiofonicità era forte, ma sono riuscito a raggiungere un ragionevole compromesso. É un po’ come quando ti invitano a una festa di una ragazza di cui sei innamorato, ma vieni a sapere che c’è un certo codice di abbigliamento. La cosa più scontata da fare è organizzarsi e vestirsi decentemente…

Magari con un bel paio di scarpe logore per distinguersi…

Sì esatto. In ogni caso il risultato non è frutto dei miei soli sforzi, malgrado abbia seguito tutti i vari step della lavorazione, anche i più piccoli. Mi sento di citare con piacere Andrea Pesce, Vittorio Cosmo (con Riccardo anche nel progetto Deproducers, NdSA), Filippo Gatti, Fabio Patrignani, Marco Rovinelli, Bob Angelini, Alfonso Bruno e insomma, tutte le persone che hanno reso il brano così com’è venuto fuori. Il rapporto con Filippo, co-autore di tre dei brani, va poi oltre la semplice collaborazione, visto che ci conosciamo da tantissimo tempo. In particolare, mentre scrivevo alcuni brani, ho avuto modo di leggere una mail di Filippo che conteneva molte di quelle che sarebbero diventate le parole di Prima di andare via, ed è da lì che è iniziato il rapporto, che poi è continuato anche per i brani Una rigenerazione e Le ragioni personali.

In effetti, gli ultimi due brani che hai citato sono leggermente meno personali di quelli scritti solo da te. Mi sono sembrati vendittiani, e con Venditti mi riferisco al suo periodo più pop, non a quello della militanza e della povera gente. Concordi?

Il Venditti di cui parli, quello di Sotto il segno dei pesci, è quello che preferisco, in particolare ritengo quel disco un capolavoro. Da ragazzino mi entrò nella vene nella maniera più pura possibile, ricordo più o meno tutti i brani con piacere. 

Sbaglio, o questo disco è più biografico di altri? In realtà tu sei biografico un po’ ovunque, ma credo che in brani come Che non è più come prima tu ti apra moltissimo rispetto al passato. E così?

Sì, in quel brano in particolare faccio riferimento tanto al mio travagliato percorso come musicista professionista, quanto al mio rapporto con la figura paterna. É un dialogo in cui ho mio padre come interlocutore, lui ha sempre avuto questo ruolo, nel bene e nel male, come in quasi tutti i rapporti tra padre e figlio. Sono persino stato tentato di levare la parola papà dal testo, in quanto troppo rivelatrice e quasi scontata.

A proposito dei brani relativi alla tua vita di musicista, tratti l’argomento anche in Per tutti, una delle canzoni che mi sembra convincano meno. Affidare alla title track un messaggio quasi di sfida è una scelta particolare…

Beh no, non lo vedo come un vero e proprio assalto. É più da considerare come una sorta di assoluzione per tutti, un prendere atto del fatto che ci siamo scannati e lo abbiamo fatto con ragioni comprensibili da entrambi la parti, e che ormai è possibile andare oltre…

Ma in particolare a quale “voi” ti riferisci?

Il voi, così come il noi, lo uso in maniera piuttosto ingenua e lo inserisco in un flusso di coscienza molto libero. Ma direi che mi riferisco a diverse persone che fanno parte del mondo musicale in maniera limitrofa, quelle figure che determinano molto dell’andamento culturale in Italia (giornalisti, critici e via dicendo). Nel corso degli anni ho visto la situazione degenerare verso un eccessivo peso per tutte queste figure. É questo il motivo per cui sono molto grato a Fazio dell’invito a Sanremo. La canzone è sicuramente uno sfogo nei confronti di un ingiustificato ostracismo nei confronti di tanti bravissimi colleghi.

Io e Franchino è invece un brano molto riuscito. É dedicato a Zampaglione, nel senso di Francesco (fratello di Federico), persona con cui hai condiviso moltissime esperienze. Parlamene un po’ e magari dimmi qualcosa del significato alla base del brano…

Io e lui condividiamo una ricerca musicale comune dall’89; abbiamo lottato molto assieme e le cose sono descritte in maniera abbastanza esaustiva nel brano. Le strade ora si sono separate ma era doveroso scriverne. Quanto al significato, non saprei bene qual è. Credo che di solito ogni canzone possa avere un suo significato a seconda di chi la ascolta, perciò non mi sento di dirti che senso ha avuto per me.

Come ti poni nei confronti del concetto di “scena”? É palese come tu sia una figura ibrida tra l’ascoltatore di musica mainstream e di quello di nicchia, come vivi questa cosa?

La vivo come un dato di fatto che ho dovuto accettare, e va detto che ho fatto un po’ di tutto anche io per non essere collocato da nessuna parte. E’ una cosa che mi è venuta in maniera più o meno naturale. C’è anche da dire che la catalogazione di questo o di quel fenomeno ha subito uno scossone dai vari social network e youtube. Soprattutto il web ha inserito una modalità diversa di promozione, rendendo più aggressivi i toni e facendo spesso ricorso al “fenomeno” da creare a tavolino, indipendentemente dalla sostanza artistica. Ci sono realtà che purtroppo non beneficiano di questa cosa, mi vengono in mente lo stesso Filippo Gatti o Francesco Di Bella (24 Grana, NdSA).

Impegni nell’immediato?

Sicuramente gestire un live che non preveda una line up di sola chitarra e basso e che comprenda dunque tutte le anime del disco e dei miei lavori precedenti. Al di là di Laura al basso, ci saranno Andrea Pesce alle tastiere, mio fratello alla chitarra elettrica, Francesco Valente alla chitarra e Ivo Parlati alla batteria. Sarà un approccio diverso, ci stiamo lavorando individualmente con grande intensità.

Stai avendo una maggior esposizione mediatica. Come la vivi?

A parte il fatto che in realtà non è stata una vera e propria esplosione, mi trovo abbastanza a mio agio. Il mio desiderio, come già detto, è che questo disco arrivi veramente a tutti, come mai prima d’ora.

15 aprile 2014
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