“L’Europa chiude i confini, noi apriamo i microfoni”. Intervista a Above The Tree e Johnny Mox sul progetto “Stregoni”

È opinione generalizzata che quella in cui stiamo vivendo sia l’epoca della fine delle ideologie. Chi scrive è fermamente convinto che l’ideologia non muoia col crollo di un muro o con la fine di una contrapposizione mondiale in blocchi, ma che anzi trovi, in tempi di crisi (delle coscienze, prima ancora che delle “cose” materiali) com’è attualmente il tecno-evo in cui ci si ritrova a vivere, la sua più perfetta e destabilizzante applicazione nella vita di tutti i giorni. L’esperienza Stregoni, laboratorio live, come lo chiamano i due protagonisti Marco Bernacchia a.k.a. Above The Tree e Virtual Forest e Gianluca Taraborelli in arte Johnny Mox (due figure che qui a SA abbiamo spesso incontrato e supportato) è qualcosa che ha a che fare con l’ideologia, ma ancor più con una attualità fatta di emergenze umanitarie, paralisi burocratiche, atroci amnesie che corrono il rischio di ributtarci dalla speranza di una Europa finalmente libera da confini e delimitazioni, in un passato cupo e triste. Senza troppe pippe o giri di parole, i due hanno deciso di mettersi in gioco con quelli che sono i protagonisti, loro malgrado, di questi tempi: i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo.

Abbiamo incontrato e parlato coi due “stregoni” a fine febbraio 2016, durante il laboratorio organizzato a Viterbo dall’Arci in collaborazione con Allimprovviso, nello spazio Biancovolta. Uno spazio che durante il giorno è anche scuola di italiano per rifugiati e che forse chiude il cerchio di una accoglienza che non è solo chiacchiera o spot elettorale, ma anche pratica quotidiana. Esattamente come le ideologie di cui si parlava sopra: non meri contenitori vuoti di significato, ma azioni continue e giornaliere, anche semplici e in apparenza banali, che danno invece la misura di una società “umana” che rifiuta apertamente di conformarsi alla banalità del male e agisce nell’unico verso possibile.

In appendice all’intervista è possibile vedere un video-documentario girato e montato dal videomaker Vito Guglielmini, una testimonianza che più di mille parole rende l’idea del coinvolgimento di quelli che sono gli attori principali di questa narrazione.

Andiamo subito al dunque. Stregoni è considerabile come un atto politico?

Il fare politica e mandare messaggi attraverso la musica non è mai stato il nostro modo di procedere. Ciò che fai con la musica è già politica, in questo progetto poi al 100% tutto ciò che succede sul palco è il messaggio politico. Poi sul fronte ideologico, diciamo DIY, noto che c’è un po’ di stagnazione, quasi un accontentarsi di fare il compitino, c’è una sorta di formula da seguire e va bene quella lì. Con questo progetto cerchiamo di rimettere un po’ la palla al centro, facendo una cosa che parte dal nostro background musicale e culturale ed è proprio rivolta al presente, a ciò che sta succedendo. Quando siamo partiti tutto questo background è uscito fuori in maniera prepotente: non vogliamo fare i Bono Vox o i Jovanotti della situazione che salvano il mondo, noi non siamo i buoni.

Perché avete pensato a una cosa del genere?

Above The Tree: Siamo due artisti che hanno il loro percorso, avremmo potuto prendere e fare dieci prove, far uscire un disco e andare in giro a suonare. Invece abbiamo deciso di lavorare con la pagina bianca, di annullare i nostri ego, di partire da zero facendo una cosa diversa. Dapprima pensavamo di andare nei Balcani, in Ungheria, dove hanno chiuso le frontiere.

Johnny Mox: Sì, questa cosa ci aveva fatto arrabbiare e volevamo andare lì a suonare e a farci spaccare il culo. Sembrava una cosa potente, poi ragionandoci ci siamo detti “perché non ci occupiamo di quello che succede a casa nostra?”.

Avevate contatti con associazioni, Arci, con chi lavora coi rifugiati o siete partiti da zero?

Mox: I primi referenti sono stati alcuni del centro immigrazione della provincia di Trento, che sono stati il tramite per fare i primi live, proprio nelle strutture di accoglienza.

Stregoni è partito da Trento, dunque?

ATT: Stregoni è partito all’arrembaggio, ma comunque con una certa rete di contatti già definita, non solo da social network, ma eliminando tutto ciò che era il nostro percorso standard come club, promoter classici con cui abbiamo lavorato, ecc.

Mox: Siamo partiti cercando di capire cosa volessimo dal progetto. Abbiamo suonato senza troppe pippe direttamente nei centri per testare la cosa, per capire se potesse funzionare, dato che è un mondo nuovo innanzitutto per noi. Sappiamo tutti molto bene di questa narrazione dei migranti, di come avvenga il loro arrivo, sappiamo delle difficoltà che questa gente incontra nel varcare i confini. Nel momento in cui i migranti si trovano a vivere nelle nostre città, però, non sappiamo più esattamente che vita facciano, di fatto sono sospesi in questa bolla spazio-temporale e burocratica. La prima idea è stata quindi, da musicisti, di cercare un contatto con queste persone, un contatto attivo attraverso la musica, e di definire meglio quale sia il presente di questa faccenda. Piuttosto che fare alla maniera del cantautore vecchia scuola, che fa una canzone sui migranti che sbarcano a Lampedusa, la nostra idea era di riportare l’azione musicale e il presente all’interno del nostro progetto. Andiamo a cercare uno scambio con queste persone perché vogliamo venirci incontro, mettere il naso in questa Europa diversa, in trasformazione. Io vivo di fronte al centro a Trento, vedo i migranti. Se l’occasione è quella standard, con le istituzioni che ce li mostrano come se fossero in gabbia, non si capisce la misura del tutto. Il terreno che abbiamo preparato è fatto apposta per funzionare come una specie di cerchio magico di scambio e interazione alla pari, e quando vedi la performance finale c’è un momento in cui hai ben chiaro, sia sul palco che sotto, che la cosa sta funzionando su un piano che non è più culturale, né politico o sociale, ma musicale. Anche se sembra la barzelletta del secolo, la musica è veramente il linguaggio universale.

Materialmente, come avviene la cosa? Per la prima volta incontrate questi ragazzi, prevalentemente maschi, e partite con le prove, all’interno dello spazio adibito.

ATT: Non c’è un metodo prestabilito, perché di fronte abbiamo una umanità molto varia.

Mox: Io e Marco non suoniamo nessuna canzone come una band, per evitare che si crei qualsiasi tipo una barriera ulteriore. La partenza è volutamente traumatica. Quindi spieghiamo cosa vorremmo fare col nostro progetto e chiediamo loro di darci un cellulare per utilizzare una canzone che hanno con sé.

Perché una musica che scelgono loro e soprattutto che portano loro dentro al cellulare?

Il cellulare è l’elemento centrale dell’intero progetto. Più andiamo avanti e più mi convinco che è la scelta ottimale: il cellulare è la chiave di volta per entrare in contatto con queste persone. È l’oggetto narrativo più potente di questi viaggi, così come del nostro tempo. Non arrivi in Europa senza cellulare: in Africa lo usano come moneta di scambio, tramite ricariche, come gps, e come legame con la propria vita attraverso le foto e le musiche in esso contenute. Musiche che non sono i “tamburi”, come potremmo essere portati a pensare all’occidentale, ma un certo cortocircuito di contemporaneità per cui i ragazzi ascoltano moltissimo rap, tantissimo pop elettronico, r’n’b virato afrobeat, ci sono varie sfumature… solo i siriani ascoltano musica tradizionale, nel senso di musica folk d’estrazione antica.

Insomma, 30 anni di world music ci hanno decisamente traviati…

Mox: La world music è il più grande pregiudizio culturale in musica. Non ha alcun senso. Tutto ciò che non è cantato in inglese viene ritenuto world music. Tra Mali e Nigeria, ad esempio, c’è già un abisso. In Nigeria c’è tutto il trash possibile, quasi come se volessero essere gli Stati Uniti del continente africano.

ATT: Forse ha un senso come definizione, se si considera tutto ciò che non è stato modificato dagli USA. Guarda in Italia, non c’è più quella musica tradizionale che Lomax registrò nei suoi soggiorni: il background folclorico, anche molto vario, è stato annientato, formattato. Così che in Italia non c’è più una cosiddetta musica tradizionale: una volta le serate le faceva il fisarmonicista, per dire…

Mi piace il rovesciamento dell’idea che abbiamo di world music. Nella limitatezza dei mezzi state creando una musica che è un clash, un mash up che però parrebbe avere nulla o quasi delle musiche del terzo mondo che abbiamo sempre immaginato o definito tali…

Beh, considera che un etiope ci disse una volta che Mulatu è musica vecchia! (risate, NdSA) Credo che, a parte chi è costretto dalle guerre o da situazioni imposte, chi decide di allontanarsi, di affrontare un viaggio del genere, è comunque gente che vive su livelli diversi, è predisposta al nuovo, all’altro, e non si riconosce in quella cosa che noi ci ostiniamo a chiamare world music e che spesso non è di suo interesse o addirittura non conosce.

Ritornando ai cellulari: partite dalle loro musiche, che non sono ciò che ci aspetteremmo…

L’idea di partire dai cellulari e dai loro brani – non necessariamente “belli” – è quella di fare i conti al 100% con la realtà delle cose. Confrontarsi con persone, più o meno preparate, con storie e background completamente diversi e che ascoltano generi totalmente diversi. Noi prendiamo questo frammento sonoro, raccolto da una canzone in mp3 di bassissima qualità, facciamo il loop, e già in quel momento succede qualcosa. Quando restituiamo il cellulare e la canzone continua a girare, lì inizia la “stregoneria”, cioè la magia: da un frammento di una canzone che appartiene a qualcuno con cui ci stiamo confrontando, creiamo un mondo sonoro a parte (loop, chitarre, tamburi, elettronica, ecc.) che non è più il pezzo originale, non è la musica di noi due, ma qualcosa in cui iniziamo a riconoscerci tutti. I ragazzi cominciano a ripetere la parte loopata, qualcuno improvvisa vocalmente, e via via riusciamo a tirarli dentro tutti, mentre gli altri col cellulare ci fanno il video e nello stesso tempo quel video finisce in Gambia, in Ghana, in Nigeria o chissà dove. Il cellulare è una specie di scatola magica che dà la dimensione e stabilisce questa specie di rituale tecnologico, un hi-tech interpretato con la totale povertà dei mezzi degli africani.

Così mentre qualcuno costruisce confini, voi create interstizi, spazi di civiltà, paradossalmente in un momento in cui i ripetitori dei cellulari arrivano praticamente ovunque e questi esseri umani che fuggono da chissà cosa trovano muri, confini, blocchi. Roba che voi, da intendersi come voi due + n, tentate di superare…

Sì, non esistiamo noi due, e la scelta di non suonare nulla per scaldare l’ambiente o di partire da zero va in questa direzione. Il messaggio è questo: con tutte le difficoltà del caso stiamo cercando di fare qualcosa insieme perché questa è l’Europa di oggi, di sicuro non quella che chiude i confini. Quello che tu vedi, sia dal palco che da sotto, è gente che ci prova, che ci segue e che magari ti urla che l’Italia è bellissima e che questo è il giorno più bella della sua vita. Considera poi che la maggior parte sono persone che non hanno mai avuto esperienze musicali pregresse, tranne pochissimi casi.

pic by chiara ernandes

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Per curiosità, dove siete stati finora?

Trento più volte, Latina, Arezzo. Latina è stato memorabile. Era la prima volta in un club e la prima che suonavamo con “sconosciuti”, incontrati il giorno prima. È stata una bomba, una carica incredibile anche grazie al coinvolgimento dei locals, che altrimenti che senso avrebbe se non si coinvolgessero i locali? Sarebbe una Europa mozza, no? L’importante è partire, anche se poi il problema è riuscire a farli smettere e fermare i concerti (risate, NdSA).

Parliamo di musica. Che avete tirato fuori fino a ora?

In linea di massima esce fuori una sorta di afrobeat disturbato, o qualcosa del genere. Ma chiaramente si va verso la festa, è normale. La partenza è macchinosa, dipende dalla canzone che scelgono i ragazzi, ma ci piace che sia duro all’inizio, crea l’amalgama, e infatti diciamo sempre ai ragazzi di fare ciò che si sentono… ma con un 20% in meno (risate, NdSA). Abbiamo delle tecniche, dei piccoli tricks per rendere omogeneo il tutto. La sirena della polizia, ad esempio, la utilizziamo per far capire che bisogna chiudere il pezzo.

La sirena della polizia? Non è scelta a caso, vero?

Eh no (risate, NdSA). Ieri ad esempio sono arrivati i vigili, anche se col sorriso sulla faccia. Ci hanno detto che, insomma, stavamo facendo un bel casino. Ci hanno però anche fatto i complimenti per il progetto, che, se ci pensi, è una cosa che stride tantissimo con l’andazzo che sta prendendo l’Europa. Pensa all’Austria. Ma chi è umanamente d’accordo con ciò che stanno facendo? Chiaro che è una cosa politica, hanno anche le elezioni in questo periodo, ma il demandare ad altri, come sta facendo l’Europa, diventa un circolo vizioso che procrastina o “delega” il problema, dimenticando che gli altri fanno parte della stessa Europa.

Il vostro messaggio dunque va in direzione inversa. Sembrate dire all’Europa che se non si chiudono gli occhi, quello è ciò che si può vedere. E voi state proponendo uno “scontro”…

C’è un circuito che potrebbe chiudersi: schiavi neri che portano il blues in America, e ora loro stanno ritornando con musica che è stata masticata e risputata dall’Occidente, e lo fanno alla loro maniera. Ecco, forse la roba nuova segue questi percorsi strani. Pensa a Fela Kuti che torna in Nigeria dopo aver visto James Brown e dicendo qualcosa come  “beh, facciamolo anche noi”, ovviamente con altri ritmi e altre sonorità. Alla fine quello che ha fatto è stata una cosa occidentale rifatta in Africa, da dove originariamente era partita. A noi piace pensare a Stregoni come a un laboratorio live: si vede che escono delle cose, nate lì per lì, che si sviluppano insieme.

Qual è il lascito di Stregoni? Se c’è un lascito, ovviamente…

Adesso c’è l’idea di fare un tour da Lampedusa a Copenaghen, per fare concerti e ricavarne un documentario. Uscendo anche dall’Italia, altrimenti non avrebbe senso. Sicuramente di materiale audio ne abbiamo, e considera che, avendo suonato con una sessantina di persone, un buon 10% di queste potrebbe tranquillamente avere le qualità per far parte di una band. Magari più avanti riusciremo a creare una struttura che possa dare lavoro a queste persone, per farle integrare sul serio e non solo in termini di amicizia, con qualcosa di più concreto, perché finito il laboratorio loro rimangono in quella bolla “burocratica” di accoglienza, ma un domani? Certo, anche andare alla radice del problema, in Africa, non sarebbe male, ma magari è un po’ difficile a livello pratico.

Qualora decideste di fare un disco da questa esperienza, come lavorereste?

Abbiamo un paio di idee ma ancora non ci siamo posti il problema: la prima è raccogliere tutto il materiale audio e provare a fare un mixtape di tutto, quasi documentale, o magari lavorarci sopra rielaborando cose già registrate. L’altra idea invece è tentare di portare i ragazzi in uno studio e registrare. Una specie di all-star con cui fare materialmente un disco ex novo.

4 maggio 2016
4 maggio 2016
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