Intervista agli HEALTH

Gli HEALTH sono tra le band più temerarie e bizzarre che la rete musicale abbia accolto negli ultimi quindici anni: arrivati ai più con il solo passaparola nel momento dell’esplosione delle nuove piattaforme (MySpace e YouTube su tutte), il quartetto (adesso trio) losangelino si è imposto come un vero e proprio oggetto di culto per molte tribù di ascoltatori, generalmente annoiati dall’andazzo unidirezionale e monotono di molte “riscoperte” sonore – a partire da indie e garage, che in lungo e in largo hanno imperversato per le coste assolate della California. Loro, invece, sembravano incombere da una zona grigia totalmente assente dalla mappa dei riferimenti estetici e sonori più apprezzati (o abusati) di alcuni moti sperimentali di primi Duemila (Liars su tutti): con un sound che frullava indistintamente math rock, disco, noise elettronico e metal, e un’estetica che prendeva molto dal found footage e da un universo post-moderno e rimescolato (tratto distintivo di band successive come i Death Grips), gli HEALTH avrebbero potuto imporsi come molte cose – tra le altre, eredi spirituali della scena industrial americana, baluardi del noise più ricercato e intellettualoide, pietra di paragone tra mondo del rock e mondo electro, nonché propiziatori (direi incoscienti) della nascente e morente witchouse (la famosissima Crimewave dei Crystal Castles è un rework di un brano tratto dal primo omonimo degli HEALTH). Invece, si sono comportati come uno strano uccello in un grande stagno, producendo musica sempre più affascinata dall’idea di contaminare una forma pop diafana e pura, nonché colonne sonore per videogiochi violenti e iconici al tempo stesso. Giunti al quarto album, la sensazione è che l’hype attorno alla band sia svanito, ma che una strana aura di santità si sia posata sui loro capi da parte di nuove nicchie assetate di atmosfere cyber-gotiche da oscuri film di fantascienza. Poco prima del loro live al Freakout di Bologna abbiamo parlato con il leader della band, Jake Duzsik.

Vi ascolto da un po’ di tempo e ho sempre notato in voi una sorta di coesione tra immaginario e sonorità, una di quelle relazioni strette che in un certo senso definiscono l’estetica di una band. Però c’è pure da ammettere che non siete mai stati una band dai grandi temi, ecco… sicuramente non una band politica. Eppure noto che con gli ultimi due LP il tuo songwriting si è fatto più affilato, lucido, cosciente in un certo senso, e questa cosa secondo me ha portato a un ulteriore livello di coesione stilistica e di messaggio, quasi come nei concept album…

Bè, se mi citi i concept album mi vengono in mente i Genesis, copertine barocche, i numeri romani usati per ordinare le suite, The Lamb Lies Down on Broadway e Peter Gabriel che parla di questo tizio che fa cose assurde… oppure non so, Tommy, o The Dark Side of the Moon – anche se non lo reputo un vero e proprio concept in tutti i sensi, insomma le tracce hanno una consequenzialità piuttosto palese e i testi si rimandano l’un l’altro… potremmo dire che, in questi termini, Vol. 4 e Death Magic siano un po’ come Dark Side…, dei concept non concettuali. Sono d’accordo quando dici che non siamo una band politica, è vero, anche se durante la lavorazione dell’album ci siamo resi conto del contesto politico e sociale che stava mutando attorno a noi, in maniera quasi fortuita. Ci è sembrato quasi automatico riaffrontare certi temi, che in fondo erano un po’ la spina dorsale teorica di Death Magic, filtrati attraverso la mia visione preoccupata del mondo, la sofferenza, la solitudine…

Tu vivi così? Cioè, vedi sempre tutto buio o…

No, credo che la vita sia anche una cosa miracolosa, gioiosa…misteriosa il più delle volte, per come certe cose si manifestano nelle nostre esistenze. Siamo governati da questa dicotomia tra lo schifo totale e le cose per le quali vale davvero la pena campare su questa Terra, il nero e il bianco insomma, come lo yin e lo yang…ecco, ti dico che non credo in un ordine superiore, o comunque in un modo universale di vivere bene, di agire bene. Molti vivono in questo limbo decisionale (sociale o politico) per cui gli è impossibile pensare che vi siano altre vie eccetto quella che viene proposta come la migliore, molto spesso con un’eccellente dose di bigottismo. Per quanto ne so io, la mia esperienza mi suggerisce di vivere alla Camus, della serie: sai che nell’esistenza esiste sofferenza, esiste del male, per cui il minimo è non infliggerlo ad altre persone. Il tuo scopo può pure essere quello di trovare un significato a certe cose, se ti senti perso o avvilito, e questo è sostanzialmente il tipo di roba di cui parlano i testi degli HEALTH. Quindi sì, posso ammettere che quest’ultimo album sia una prosecuzione teorica del precedente, anche se da principio avevamo già l’urgenza di renderlo un qualcosa di più oscuro e martellante, non c’è stato neanche da discutere, non un secondo di idee, ma pura necessità, l’abbiamo fatto e basta. Nel momento in cui è uscito, l’album ha polarizzato le opinioni: “ecco, finalmente l’album cazzuto che mi aspettavo, che riflette la merda del mondo ed è pesante e marcio come da copione” oppure “perchè è così fottutamente negativo?”.

Eh sì, ho visto che Pitchfork non è stato molto clemente nei confronti dell’album…

Vero, ci hanno stroncati senza pietà. Mi dispiace, e credo che sia stata una valutazione molto ingiusta, comunque non centrata: non puoi lamentarti del fatto che gli HEALTH parlino di certe tematiche e lo facciano con quell’estetica, quei suoni, quell’output specifico, e bollare tutto come un polpettone negativista. Non siamo la fottuta Ariana Grande. Non faccio comunque troppa fatica a comprendere le ragioni della loro visione, in fondo prima eravamo in buoni rapporti con loro, ci spingevano molto, poi le cose sono cambiate da quando è arrivata Conde Nast, ecco…

Certo, ma è anche vero che spesso la gente, ascoltando i vostri album, leggendo i vostri testi e immergendosi in una dimensione di negazione e paranoia pura, tende un po’ a perdere il senso ironico di alcuni tuoi versi, tipo il «Life is Good» di New Coke…

Esattamente. Lì lo spirito era un po’ tongue-in-cheek, la contrapposizione grottesca tra la strofa, che dice «let the guns go off – let the bombs explode – let the lights go dark», e il ritornello, che dice «life is good». Mi piace questa contrapposizione, questo senso di pericolo incombente, di sofferenza, mentre qualcun altro, da qualche altra parte del mondo, dice che la vita è bella. Credo che sia simbolicamente provocatoria, e in fondo riflette molte delle affascinanti paranoie in cui mi immedesimo, il fatto che ci sia uno scarto così brutale tra le varie esperienze umane è una cosa molto evocativa per me. Tanto quanto le fonti filosofiche dalle quali attingo, che mi rincorrono e mi ossessionano da quando ho memoria – finalmente, credo di aver trovato il modo di esprimerle anche attraverso i testi. Così prima avevi due album in cui era praticamente impossibile capire cosa cazzo stessi dicendo, poi questi due nei quali almeno i testi sono intelligibili… per il prossimo LP devo inventarmi qualche cazzata da dire, sennò è un casino.

Potresti fare un concept album sul calcio (la zona in cui si è tenuta l’intervista è zeppa di campetti da calcio a sette o a cinque, e l’argomento è stato affrontato – in maniera piuttosto ironica – prima dell’intervista, ndSA)…

Non sarebbe affatto male, in fondo non posso parlare sempre delle stesse cose. Però sai cosa? Le persone a volte mi chiedono quale sia il mio metodo d’approccio alla scrittura, ma non so cosa rispondere, è una cosa automatica che è difficile da spiegare. Un metodo implica che vi sia un certo grado di costrizione, del tipo che se uno si mette in testa di scrivere un brano d’amore, per dire, cerca di rimanere in quello specifico campo semantico, in quello spettro emotivo ritagliato etc… mentre io non sarei mai in grado di scrivere una canzone d’amore strappalacrime, o una canzone da festa. Allo stesso tempo, è anche piuttosto difficile rimanere sul vago e sull’eterogeneo, infatti credo che quest’ultimo album sia probabilmente il più coeso dei quattro, proprio come dicevamo prima, perché uno lo prende in mano, guarda la cover, legge il titolo SLAVES OF FEAR, e dice “cazzo, questa dev’essere roba pesante”. Poi lo mette sul piatto, lo suona e dice “oh si, cazzo se è pesante!”. Mentre con gli altri forse veniva meno questa cosa, soprattutto coi primi due: l’estetica delle cover dei vecchi album jazz ci intrigava, e così ci eravamo messi in testa che ogni nostro album dovesse avere i titoli in copertina, come una cosa classica, pulita, rigorosa, sicché si produceva questo scarto giocoso tra le grafiche e i suoni contenuti nell’album. Non ci piace molto farci ingabbiare in dei topoi stilistici, cose che determinano in maniera arbitraria cosa e come devi essere in base a una copertina, o alla scelta di un font. Forse, ci penalizza ulteriormente il fatto di non essere mai stati parte di un vero e proprio genere (il che è pure positivo), cosa che ha creato attorno a noi una bizzarra diversificazione di ascoltatori, però anche tanta confusione. Ecco, potremmo dire che eravamo, almeno agli inizi, parte di un momento specifico, in cui a LA accadevano cose straordinarie per certi versi. Quando la band è nata, c’erano un sacco di persone attorno a noi che ascoltavano un sacco di post punk, anche robe più oscure come i This Heat, e in un certo senso quest’influenza si sentiva in band locali o band che si fermavano lì in tour, il cui nome probabilmente non ti dirà un cazzo di nulla (posso citare gli Ex Models da New York, per dire), gruppi che non sono mai realmente usciti da quella nicchia noise sperimentale. In realtà ho citato loro prima non a caso, in effetti si percepiva questo confronto-scontro tra le due “scene”: diciamo che mentre la scena newyorchese era più legata a un retaggio sperimentale sì, ma comunque accademico, da scuola d’arte, la scena di LA era decisamente più folle e a briglia sciolta, sicuramente più estemporanea, più punk nel vero senso del termine. La gente si arrangiava, usava strumenti di fortuna, se li costruiva autonomamente, creando suoni veramente interessanti, ma a tratti anche disturbanti. Sicché immaginati, suonare e crescere a suon di serate indipendenti, up to you, che erano più o meno organizzate in questo modo: l’opening act poteva essere un solo tizio che si era portato da casa un set di pentole e altre cazzate e magari si spogliava durante il concerto percuotendosi e distruggendo tutto quello che c’era sul palco, mentre la gente beveva birra scarsa e andava fuori di matto; poi magari c’era una band completamente idiota, demenziale e auto-ironica; poi in chiusura una band punk coi controcazzi. Insomma, ci divertivamo, erano bei tempi, la gente suonava senza farsi troppe menate sulla credibilità dell’atto performativo o altre puttanate da accademia privata. Non so, era tutto molto spontaneo e contagioso, e noi cercavamo di ricavarne qualcosa, qualche germe che è ancora rimasto nel nostro DNA come band. In fondo, si pensa spesso agli HEALTH come a una band con una strana carriera: colonne sonore di videogiochi, dischi piuttosto challenging (è dura trovare una parola più efficace di quella in italiano, ndSA), e la gente sempre più tesa a capire cosa fossimo.

Non credi che di outsider, o comunque di band diciamo così “all’estremo”, se ne sentano sempre di meno? Non so te, ma io avverto un certo senso di appiattimento generale, un po’ come se la gente si accontentasse di boh, 6ixty9ine (per dirne uno a caso) come estremo baluardo di ciò che è offensivo e potenzialmente “pericoloso” in musica…

Vero, concordo, ma non credo che sia un problema di genere – almeno, non esclusivamente. Credo che ci sia un problema di fondo, legato perlopiù alla destinazione d’uso: la musica adesso vive sempre meno su un supporto fisico, materiale, se vogliamo anche visivo, che comunque ha un peso, degli odori, delle sensazioni tangibili. Viene prodotta musica perlopiù innocua, scarsamente invasiva, musica che puoi benissimo ascoltarti come sottofondo nella tua cameretta mentre ti prepari per l’esame di fisica quantistica, o musica che puoi mettere su mentre stai facendo un fottuto facetime con un tuo amico. Gli HEALTH non fanno quella roba, non possono: richiedono un minimo di sforzo immedesimativo, di immersione spontanea, circoscritta a un momento specifico. Non potresti mai mettere roba nostra a una festa, la gente scapperebbe. Oppure chessò, come sottofondo di una cenetta romantica. Per questo stimo molto quelle nicchie devote a sonorità più o meno estreme/taglienti, che a prescindere dal genere si degnano almeno di fornire un piccolo sforzo e dedicare attenzione assoluta alla musica e basta, non tanto a ciò che la circonda o la contiene.

Esatto, adesso la musica ha perso un po’ di quello spirito narrativo, in relazione al modo in cui la si fruisce. Insomma, esistono ancora gli album, le band continuano a inciderli, ma sembra che l’idea di album sia pressoché svanita…

Certo, infatti nella maggior parte dei casi le persone non staranno a sorbirsi tutto l’album da cima a fondo, ma andranno quasi sicuramente ad ascoltarsi la tua Top 5 di Spotify. Eppure ogni nostro album, compreso l’ultimo, poggia sull’idea di un ascolto in sequenza piuttosto serrata, e così ogni scaletta per i concerti nasce con l’esigenza di mantenere una certa dinamica che renda il tutto più omogeneo, talvolta cambiando da data a data e adattandosi alla venue in cui suoniamo – un modo per evadere anche la noia, se vuoi. Stasera suoneremo in un piccolo locale punk, in cui non potremmo disporre di alcune luci e altre cose che stanno caratterizzando le nostre recenti performance. Fare tour in Europa quando hai una produzione vera e propria è un po’ un casino sai, diciamo che devi adattarti anche alle drastiche variazioni di capienza e possibilità che un locale offre.

Questo la dice lunga sul tipo di output stilistico unificato che da sempre vi caratterizza…

Sì, diciamo che ogni volta che vai in tour, è un po’ come vendere il tuo prodotto porta a porta. Non so, per me è quasi inconcepibile pensare che ci siano band, anche grosse voglio dire, che non proseguono alcun tipo di relazione tra un lavoro e l’altro, a livello di estetica. Non sono un virtuoso dello strumento, o un musicista devoto, a dire il vero mi reputo una sorta di profano coi santini giusti: però dal momento in cui ho scritto cose, ho sempre concepito il valore uniforme di un linguaggio estetico applicabile alla mia musica, come una sorta di apparato artistico codificato, attraverso il quale è possibile ritrovare la via verso la fonte musicale. Quindi, t-shirt, copertine, merch vario, layout del sito e dei profili social, video musicali: tutto deve mantenere una coerenza di base.

Vedo anche come al solito un certo gusto postmoderno nel citare istanze assolute della cultura pop nei vostri testi e nell’estetica. O anche il titolo di uno dei vostri ultimi singoli, Strange Days…

1999. L’abbiamo aggiunto, è complicato a volte…

L’avete aggiunto per problemi di copyright?

No, no, non credo che qualcuno se ne sarebbe accorto. La citazione è stata “specificata” in quel senso, avevamo timore che qualcuno potesse confonderla per una citazione ai Doors, o altro. Non so, quella citazione calza non tanto per i significati che il film della Bigalow porta, quanto per l’estetica che trasmette. Se dovessimo contestualizzare forzatamente, il nostro sarebbe il sound “rockeggiante” di un futuro distopico, non alla Orwell, ma un futuro distopico merdoso anni Novanta. Hai presente la saga di Alien? Sono nel futuro, viaggiano nello spazio, ma è tutto scassato e muffoso. Strange Days è strano, bizzarro, cheesy, inquietante al tempo stesso.

O un po’ tipo i Batman di Schumacher…

Oddio, aspetta. Quelli sono veramente orribili.

No dai, erano super kitsch ma qualcosa si salvava…

Cosa, il Batman con i capezzoloni? Le freddure di Mr. Freeze? Oddio santo. Mi stupisce che tu conosca certa roba, insomma, sei piuttosto giovane…

Ho le VHS a casa. Esiste anche internet, per la cronaca…

Certo, ma forse alcune cose è meglio dimenticarle. “CHILL OUT” (pronunciato con marcato accento tedesco, a scimmiottare il buon Arnie, ndSA). Comunque anche Stonefist era un titolo un po’ del cazzo dai.

L’ho sempre associato a  Stinkfist dei Tool

Sì! Titoli che non hanno alcun tipo di relazione con il significato del pezzo in sé. Ne vado matto. Perché vedi, sostanzialmente ci sono due metodi per intitolare i brani: o citi direttamente una parte del testo, oppure crei dei titoli che sono dei non sequitur. Una cosa che spesso facevano i Nirvana, per dire: Territorial Pissings non cita mai quelle due parole nel testo, eppure il titolo sembra calzare a pennello con lo spirito del brano, è favoloso. Stonefist è un brano con un incedere martellante, quindi ci stava usare un titolo surreale ma aderente.

Hai usato la parolina magica, “surreale”, che in fondo è un altro modo fighetto e pettinato per descrivere buona parte della vostra attività. Nel senso che non siete una band psichedelica, ma noto un certo grado di surrealismo grottesco e velatamente ironico nella vostra musica, per quanto risulti aspra e violenta a un primo impatto…

Sì, diciamo che in fondo lo spirito che ci governa è quello, ed è uno spirito cazzone e sostanzialmente anarchico che può gocciolare fuori da qualsiasi cosa venga prodotta con il marchio HEALTH inciso sopra. Non è un trademark, è solo un modo per aggiungere un nuovo strato, una nuova chiave di lettura a ciò che facciamo: il brano è oscuro e pesante, ma il video potrebbe essere strambo e divertente. Fa molto più parte della nostra estetica video/fotografica (il set promozionale in cui venivano ritratti come dei culturisti, ndSA), più che del sound, che tende a rimanere monolitico.

Mi viene in mente quel video folle che Pitchfork produsse durante il Primavera Sound del 2015, quello in cui viene ripresa parte della vostra performance, alternata a immagini di voi che fate bisboccia per le ramblas e John (Famiglietti, il bassista, ndSA) viene attaccato da un ubriacone…

Sì, quello fu molto divertente. All’epoca, uno dei nostri migliori amici era anche il capo di Pitchfork TV, che seguiva l’evento in diretta relativamente al palco da loro “sponsorizzato”. Noi avevamo una night off e così ci è venuta in mente l’idea di abbinare al girato della perfomance un piccolo video in cui mostravamo il nostro essere losangelini molesti in una tipica serata mediterranea. Ci siamo divertiti come dei ragazzini, ci siamo ubriacati davvero e devo ammettere che John è stato bravissimo a simulare il colpo subito dopo la finta bottigliata in testa.

Sì, devo ammettere che anche come attore non se la caverebbe affatto male…

Esatto, sembrava a suo agio. Devi comunque sapere che noi non ci stiamo tanto con la testa, insomma, spesso le idee più stronze le partorisco io, però è un modo per aggiungere un po’ di pepe alla solita routine che una band deve affrontare in fase promozionale. Per dire, di recente abbiamo fatto un giveaway (iniziative in cui la band sostanzialmente regala agli abbonati della rivista gadget, poster, vinili firmati etc. attraverso un sistema premiante – quiz/giochi – o eventi organizzati perlopiù in negozi di dischi, ndSA) per Revolver Magazine, e durante la riunione nella loro redazione se ne uscivano con robe noiose del tipo “uhm, perché non facciamo che uscite a mangiarvi un bel taco tutti insieme?”, e io “no ma che palle, sentite questa: possiamo tirargli addosso dell’alcool o del cibo sciolto usando un set di clisteri”. Cose così.

Uh, forse un pelino forte, ma divertente. C’è da dire che i nuovi metallari sono in genere ragazzi vergini dai 16 ai 30 e passa anni di attitudine molto quieta, pacati e buoni, anche se magari tengono il cadavere della nonna in frigo (Revolver è uno dei principali magazine di settore negli USA, ndSA)…

Sì, tra l’altro è bizzarro, questo è il primo album con cui raggiungiamo una nicchia specifica, con cui veniamo promossi presso un pubblico che fino a ieri l’altro forse manco ci considerava. Revolver sta ampliando molto il proprio ventaglio di preferenze, la redazione brulica di punk, goth, reduci da rave e situazioni industriali, uno degli ultimi numeri ha Ghostemane in copertina, con cui uscirà un singolo collaborativo (già uscito, s’intitola JUDGEMENT NIGHT, a proposito di citazioni importanti, ndSA); in generale, stanno provando ad allargare il target, o comunque a educare quello che già hanno a nuovi “sapori”.

Noto che è una tendenza piuttosto diffusa ultimamente, quella di mistificare i generi, mescolare le carte, i riferimenti estetici…

Sì, adesso è molto apprezzata la diversità, sotto vari aspetti, anche di fruizione musicale. Ti “elevano” a uno status di conoscenza capillare, per cui hai tutto in mano e puoi pure permetterti di dire che la cosa più “indie” che ascolti è una traccia di Drake. Non saprei, sento di stare per fare un discorso da vecchio, ma è così: le generazioni correnti vivono in un piano temporale che è internet, e che quindi è un piano temporale su cui puoi balzare da un punto a un altro, trasportare un concetto in un periodo che non gli appartiene, puoi fare sostanzialmente il cazzo che vuoi. Ecco, ora, avete presente quel romanzo di Vonnegut, Mattatoio N. 5? A un certo punto arrivano questi alieni, che non percepiscono il tempo in maniera lineare, ma riescono comunque ad avere una cognizione pressoché perfetta di ciò che è stato e di ciò che è, nell’hic et nunc. Gli adolescenti di adesso sono così, come questi alieni, sanno tutto ma non hanno cognizione del processo disgregativo o evolutivo che ha prodotto quella data cosa nel tempo, per cui se per loro è cute ed esteticamente appagante la prendono, la estrapolano a forza dal proprio habitat di riferimento e la buttano in un frullatore postmoderno, praticamente stuprandola e spogliandola del significato originale. Quindi, per un vecchio ragazzo come me, è piuttosto devastante e grottesco vedere un miscuglio del tipo: emocore + tizio bianco che rappa + nu metal + estetica cybergoth/mallgoth. Tutta roba che ho vissuto quando era sostanzialmente merda hip mainstream. Siamo andati ben oltre la semplice retromania.

Però è una cosa che dovresti capire, insomma, se uno come Ghostemane dice di essersi ispirato ai Korn perchè ci è effettivamente cresciuto, non credo si stia sparando una posa…

Sì, a lui credo. Penso anche a Grimes, che mette le chitarre in drop D campionate nei propri pezzi, e comunque non fa altro che citare costantemente, seppur in maniera subliminale, quel determinato periodo. Però sai, la cosa che un po’ mi manca di quel periodo è la totale negazione di ciò che era stato prodotto in precedenza. Magari gran parte della musica non era granché, tante cose erano comunque fighe soprattutto perché accomunate da uno spirito affine, quello di mescolare le carte anche a costo di non sembrare tanto simili a cose recenti; soprattutto all’epoca mai avremmo immaginato che sarebbero tornati gli Ottanta, tanto provavamo vergogna per quel decennio assurdo. Ora che il revival Ottanta sta durando quasi il doppio di quanto siano durati effettivamente gli Ottanta, non so più a cosa cazzo pensare.

Menomale che i videogame stanno solo riprendendo l’estetica, ma stanno comunque evolvendosi…

Sì, di questo dovresti parlare con John, è lui lo smanettone del gruppo. Però se c’è una cosa che mi rende fiero della mia carriera fin qui, è stata quella di essermi confrontato con un ambito così folle e apparentemente distante come quello del mondo videoludico. Relativamente alle colonne sonore, noi lavoriamo quasi esclusivamente con Rockstar Games (Max Payne, Red Dead Redempion, adesso GTA Arena), che per noi è un po’ come una grande famiglia. Lavorare con loro è una punta d’orgoglio, una buona giustificazione e un buon merito anche per dare un senso alla definizione di “band bizzarra” che gli HEALTH si portano dietro da tempo. Magari davvero, il prossimo album lo facciamo sul calcio.

 

10 Maggio 2019
10 Maggio 2019
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