“Il nostro DNA sonoro attraverso il tempo”: il ritorno dei Giardini di Mirò

Mancavano dal 2012, anche se i loro fan hanno potuto godere del tour del 2016 in occasione della ristampa di Rise and fall of Academic Drifting, disco uscito nel 2001 e grazie al quale è iniziato tutto. Con loro ogni uscita è un piccolo grande evento, da almeno vent’anni. Per festeggiare la lunga vita musicale del progetto che va sotto il nome di Giardini di Mirò, il gruppo di Cavriago (RE) – formato da Corrado Nuccini, Jukka Reverberi, Mirko Venturelli, Emanuele Reverberi e Luca di Mira – torna con un nuovo disco, Different Times, e con un libro che porta lo stesso titolo scritto da Marco Braggion – collaboratore anche di SENTIREASCOLTARE – per Crac Edizioni: una ricostruzione attraverso i ricordi dei membri del gruppo della loro storia all’interno della scena indipendente italiana. E la storia non è ancora finita.

Parliamo del nuovo disco. Intanto il titolo, Different Times

Inizialmente non ci sembrava un titolo così forte come altri che abbiamo scelto in passato. Non ci sono doppi sensi, non ci sono giochi di parole. È un titolo semplice dove ci sono due elementi in ballo: la diversità e il tempo. Una cosa che crea molta empatia in chi lo legge. In realtà vuol essere una semplice riflessione sul tempo e sui cambiamenti, e può essere declinato in molti modi, può avere più chiavi di lettura. Non si vuole riferire a qualcosa in particolare. Il tempo, cambiando continuamente, rimane un elemento sempre attuale. Questa metafora ci piaceva, perché è legata alla nostra musica, che nella sua diversità è sempre attuale.

Chi è stato in questo caso che ha detto “dai, facciamo un disco nuovo”?

Questo disco è nato inizialmente con la ristampa di Rise and fall of Academic Drifting e con il tour che abbiamo fatto. Abbiamo visto che attorno a noi c’era ancora tanta gente. Noi la voglia dei Giardini di Mirò non l’abbiamo mai persa, e quindi… l’idea di portare avanti il materiale nuovo c’era già, ma quando abbiamo visto che c’erano le condizioni attorno a noi e l’interesse di Giacomo a fare il disco, tutti quanti ci siamo molto focalizzati sul progetto.

Lo spirito profondo di questo disco qual è, se dovessi descriverlo?

Nella nostra testa è un disco istintivo, rapido, che porta in studio un po’ i pezzi come facevamo all’inizio. Poi ci siamo accorti che non voleva dire nulla, e infatti ci abbiamo messo due anni. Le sue strutture compositive in buona parte sono semplici. Non che siano mai state complesse, ma abbiamo cercato di tornare a una certa essenzialità del suono. Abbiamo messo giù la struttura ossea e ci siamo accorti che mancava un po’ di carne al fuoco, allora abbiamo lavorato sugli arrangiamenti e abbiamo lavorato sulle voci. Una cosa che abbiamo fatto in stile old time: le parti vocali, tutte, sono state messe dopo. Con Good Luck eravamo andati in studio con testi e accordi per fare un lavoro cantautorale. In questo disco qui abbiamo chiuso i pezzi prima e abbiamo aggiunto le voci dopo, per far sì che le parti vocali non fossero cantautorali ma come se la voce fosse uno strumento che entra insieme agli altri.

La vostra musica è molto legata all’elemento tempo, alcune vostre canzoni sembrano dei buchi spazio temporali. E a questo proposito, era dal 2012 che non facevate un disco, nel frattempo sono successe molte cose. Avete voluto raccontare com’è fare un disco oggi, chi siete voi oggi, visto che i tempi sono molto cambiati, e anche velocemente?

Le letture possono essere tante ed è bello che tutto inizi nella testa di chi ci ha pensato, di chi ha creato, e continui nella testa di tutti. Il tempo e la sua differenza crea tantissimi stimoli nelle persone. L’unica cosa che però non vogliamo assolutamente dire è “si stava meglio prima”. Noi siamo un gruppo che, con tutte le difficoltà del caso e i limiti che abbiamo, ha sempre cercato di essere contemporaneo, di evolversi: abbiamo sempre cercato di portare una nota di modernità in tutto quello che abbiamo fatto, unita al nostro approccio, che in realtà viene da diverse natura, ma viene di base dal punk, dalla fanzine, dalla cultura alternativa anni 90, dai centri sociali di Bologna, il Link, il Covo….

Ma oggi quello spirito c’è ancora? E dov’è?

È un periodo, questo, in cui va per la maggiore una musica commerciale, che poi c’era anche negli anni 90. Noi siamo stati ascoltatori negli anni 90 e abbiamo iniziato a suonare negli anni zero. C’era già allora tanta musica radiofonica. Ora c’è una maggiore convergenza, i gruppi che vanno in radio vanno anche a suonare nei locali. Nei cicli e ricicli storici però quello spirito continua a sopravvivere e c’è chi porta avanti approcci differenti. Il primo video del singolo tratto dal nuovo disco che abbiamo fatto uscire è una suite strumentale di quasi nove minuti; nel senso… il primo video che abbiamo scelto è un countdown lunghissimo, da 8.20 a zero. C’è proprio l’intento di voler rimarcare la nostra diversità rispetto ad altre cose. Dove vive lo spirito punk oggi? …in generale ci sono sempre sacche di cultura alternativa.

Tante collaborazioni in questo disco. Come sono nate?

Robin dei Sophia e Glen Johnson/Piano Magic sono artisti che stimiamo tanto, sin da quando eravamo ascoltatori di dischi: The infinite Circle dei Sophia è stato un disco che abbiamo consumato, era sempre in macchina ogni volta che andavamo a un concerto, lo ascoltavamo in continuazione, andata e ritorno da Torino, delle cose ai limiti della resistenza umana. Glen aveva già suonato con noi, i Piano Magic hanno certe istanze dark, per la musica post-rock sono stati uno dei nostri ascolti, e anche i suoi dischi girano nei nostri stereo. Daniel O’ Sullivan c’è stato presentato come un musicista molto talentuoso, Adele è di casa 42 Records e mentre facevamo il disco lei stava facendo il suo e ci servivano dei backing vocals. Con lei è stata una cosa di vicinanza proprio fisica, e inoltre il suo disco è molto bello e con molta prospettiva.

Tutto facile…

Proprio facile no, non c’è mai niente di facile. Con Robin in particolare abbiamo rifatto il pezzo tante volte. Nel disco c’è anche Laura Loriga dei Mimes of Wine, che era stata con noi anche per il tour di Good Luck. C’è la voce di Barbara Cavaleri. Poi, non solo cantanti, ma anche Gaetano Santoro, sassofonista che ha suonato con Colapesce… siamo sempre molto aperti alle collaborazioni, noi per primi siamo in tanti e un vero e proprio cantante non c’è… anche per Dividing Opinions avevamo avuto tanta gente.

Avete maturato una visione diversa oggi sul vostro modo di fare musica?

Abbiamo rotrovato Giacomo Fiorenza, che aveva prodotto il nostro primo disco; è una persona che ci conosce fin dai nostri esordi e abbiamo fatto un lavoro molto meticoloso in due anni, non ovviamente lavorando tutti i giorni ma a periodi. In questo disco conta molto la produzione, perché è lì che si sposta il valore in gioco. Nel frattempo abbiamo fatto, tutti noi, dei percorsi evolutivi, e poi a una certa età determinate cose le fai solo se sei molto convinto sennò molli prima. Questo disco lo abbiamo fatto con molta convinzione e spero che questa cosa si riesca a percepire.

Siete gli unici a fare ancora un certo tipo di cose in Italia?

No. Ci sono band che hanno il nostro stesso background culturale o perlomeno un approccio simile al nostro, anche se con storie diverse. I Calibro 35, gli Zu, ultimamente gli Arto…c’è comunque tanta roba.

Rispetto a questi gruppi voi siete comunque di facile ascolto. Non so se per voi è un complimento. È finita così, nel 2018 siete diventati la parte commerciale della scena alternativa? A parte gli scherzi….

Commerciale o non commerciale, al di là di tutti progetti che ci sono e che girano oggi, come giravano in passato, è più una questione di portare avanti un certo tipo di DNA sonoro. Una biodiversità. Non siamo da soli. Certo, sono pochi i gruppi che hanno una formazione tradizionale basso, batteria, chitarre. I Calibro 35 per esempio, ai tempi c’erano i Bud Spencer Blues Explosion, che sono distanti da noi, ma come noi hanno un approccio energico, chitarristico. I Ronin, i Julie’s Haircut

Esce anche il libro che racconta la vostra storia…

Quando qualche anno fa Marco Braggion ci ha proposto di scrivere un libro su di noi, avevamo qualche perplessità perché non volevamo fare una cosa troppo autocelebrativa.

Suonate da quasi vent’anni, ce l’avete un storia da raccontare….

La storia c’è. Di base la nostra storia, se la scarnifichi, è la storia di tutti i gruppi. Ci siamo conosciuti, abbiamo cominciato a fare le prove, a fare i dischi. Ma devo dire che è stato molto bello ripercorrere la nostra storia, a tappe, anche attraverso i ricordi diversi di ognuno di noi: Jukka ha una memoria più analitica, si ricorda i particolari; io, Corrado, ho un ricordo più legato a come mi sarebbe piaciuto fossero andate le cose. Sono una fonte pessima! È un libro cronologico, 200 pagine, la nostra Wikipedia con i testi, le storie, un buon compendio per tutto quello che c’è dietro il gruppo.

Ma la vostra storia non è finita, avete fatto un disco nuovo…

Non a caso il libro si chiama come l’ultimo album; non è una commemorazione funebre. Come dicevamo, il tempo è sempre diverso…

Questo nuovo album non è un disco commemorativo, voi avete sempre fatto dischi che vivevano, come si dice, di vita propria…

Abbiamo sempre fatto dischi quando pensavamo fosse il momento per farli. Abbiamo avuto anche il coraggio di non fare niente per lunghi periodi, rischiando di perderci.

4 Dicembre 2018
4 Dicembre 2018
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