Elogio della noia: intervista ad Andrea Ongarato di Boring Machines

Conosco Andrea Ongarato, per gli amici Onga, da oramai quasi vent’anni; ci siamo incrociati in un posto che chi è intorno ai 40 anni e sta a Nord ricorderà per sentito dire o per esserci stato, il Buenaventura di Castelfranco Veneto, un piccolo locale con sala concerti sotterranea dove passavano tutti i gruppi di quella che a fine ’90 era la scena underground italiana. Di lui ricordo che mi colpì sin dal subito la passione evidente e strabordante che metteva in quello che faceva. Nonostante la sbronza micidiale a cui andai incontro tra spritz la sera del primo concerto che feci lì e poi il giorno dopo (ad una sagra del vino, aiuto!), quelle erano e sono cose che non ci si scorda e non mi ha sorpreso negli anni poi continuare ad incontrarlo per cose di musica anche a molti km dalla sua città, spesso magari al mitico Musica nelle Valli di Tiziano Sgarbi aka Bob Corn, un posto del cuore oltre che della musica per tanti di noi.

Onga ha da molti anni aperto una etichetta che gestisce in totale e dorata solitudine, Boring Machines, che si appresta a tagliare il ragguardevole traguardo del centesimo titolo in catalogo in questo 2020, per cui mi sembrava doveroso ragionare un po’ con lui su come siano cambiate le cose in questi tredici anni (il primo disco BM, Clinical Shyness di My Dear Killer, è del 2006). Essendo, oltre che un addetto ai lavori, prima di tutto un grande e vorace appassionato di musica, è stato interessante anche chiedergli un’opinione sulle altre realtà indipendenti italiane e sulla tanto chiacchierata psichedelia più o meno occulta (e leggerete che il nostro non le manda a dire).

Un elenco di titoli che personalmente confesso candidamente di essere in gran parte ignoti per me tra i dischi più meritevoli dell’anno appena passato ed un racconto di come è nata la collaborazione con un progetto che nella nostra redazione ha riscosso tanto successo, ovvero dthed, completa questa succulenta chiacchierata: con Onga c’è sempre da imparare qualcosa, quando si tratta di musica, quindi mettetevi comodi, penna e taccuino, ci sono diversi nomi da segnare per i vostri ascolti e per i vostri viaggi spaziali immobili.

Com’è nata l’etichetta, con quali prospettive?

E’ nata come conseguenza di altre attività che stavo già facendo nel mondo della musica. Facendo il dj ed organizzando concerti sono entrato in contatto con una serie di musicisti che ritenevo molto validi ma che mi dicevano di non essere mai andati oltre l’autoproduzione. Ho pensato allora di dare una mano, per quello che era possibile, a confezionare dei lavori che fossero curati nei particolari ed appetibili ad un pubblico più vasto. Naturalmente con più vasto intendo 30 persone invece che le 10 del giro cd-r fatti in casa. La prospettiva, visto che mi sembrava palese che l’esterofilia congenita al sistema musicale italiano avesse fatto dei gran danni, era quella di tentare un approccio anche alle realtà estere, per cercare di promuovere quanto di buono si muoveva nello stivale. Ad oggi, devo dire che speravo meglio, ma pensavo peggio.

Dal punto di vista economico e gestionale come funziona?

Quando ho iniziato, nel 2006, il giocattolo discografico era già rotto da un po’, avevo ben presente che mi stavo affacciando su una valle di lacrime. Non avrei mai immaginato quanto profondo potesse essere il lago che si era creato sul fondo però. Ad oggi, 13 anni dopo, nonostante un lavoro ben pagato c/o #industriadelnordest, continuo a non possedere assolutamente nulla tranne i calzini che porto e le mie fidate pastiglie per il mal di testa. Vivo relegato in 26 metri quadrati con tutti i miei dischi ed il mio conto in banca è prossimo allo zero Kelvin. Funziona così diciamo. Però faccio uscire dei dischi della madonna.

È diverso gestire una label da Berlino, da Pordenone, da Castelfranco, da Trezzano sul Naviglio o da Bari ?

Al netto del fatto che non vedo l’ora che “Berlin based” smetta di essere una caratteristica saliente nella descrizione di qualcuno/qualcosa, credo che vivere in una grande città porti con se il vantaggio di avere maggiori occasioni di incontro, per la legge dei grandi numeri. Vivere in campagna però ti dona quella distanza dalle paraculate hype e dagli schemi del momento che ti permette di (provare a) pubblicare dischi senza tempo, che non siano legati per forza ad una ondata di moda del momento o ad un certo “giro giusto”. Per contro, mentre se stai a Milano puoi più o meno tutti i giorni beccarti con qualcuno per qualcosa in qualche posto, io per vedere una persona che mi stia un filo simpatica per un birrino devo guidare mezz’ora. 

Una tua opinione sulle musiche eterodosse n Italia e fuori: nomi, scene, locali, pubblico, differenze

Dall’Italia continuano ad uscire cose molto buone, non so se riesco a collegarle ad una scena/giro particolare. Ultimamente mi son piaciuti molto i dischi di Renato Grieco come kNN, il ritorno dei Morose su Ribéss/Under My Bed, il 7″ di esordio di Levo su Zen Hex e la tape ambient di Camilla Pisani Inner Spaces Like Anechoic Chambers. Esce per un’etichetta polacca ma è di un italiano, Doppio di Carlo Maria che io trovo clamoroso. Poi, ma sono di parte, Adriano Zanni con i due ultimi dischi, uno autoprodotto su USB stick e uno su CD per Bronson Recording. Quest’anno passato sono stato molto pigro e dal vivo ho visto poco ma ho dovuto constatare, quelle poche volte, che il pubblico italiano ha ancora il pessimo vizio di scambiare i concerti per un momento di socialità dove chiacchierare e farsi i cazzi propri. Eh no, amici: quelli sono il pre-concerto ed il post-concerto.

Oramai da qualche anno a casa nostra abbondano gruppi di ispirazione psichedelica o neo psichedelica. I tuoi dischi in un modo o nell’altro credo si possano inserire in questa vaga, scivolosa definizione, anche se forse sono più psicologici che psichedelici. Mi dici cosa è per te la psichedelia, quale ti piace e quale non?

Verissimo, la definizione è scivolosa e sull’argomento ci sono sempre state discussioni tra varie correnti di pensiero. Ma tanto, mi pare che da un decennio a questa parte discutiamo (a cazzo) di qualsiasi cosa e le opinioni si sono polarizzate assai, non c’è più una grande balena bianca sotto alla quale proteggersi. Io invece sono per il pentapartito, possibilmente a guida Craxi.
Io la psichedelia l’ho scoperta tardi, con gli Spacemen3 e poi sono andato a ritroso nel tempo fino a, che ne so, i 13th Floor Elevators o i Grateful Dead, quando dal catalogo Sweet Music potevi ordinare un botto di CD per pochi soldi. Ma ho sempre interpretato la definizione come un indicatore di musica che “espande la mente” o, sempre per stare con Sonic Boom, musica che si fa prendendo le droghe per gente che prende le droghe (ora che ci penso, in questo senso pure i 3/4hadbeeneliminated sono psichedelici). Insomma ho stiracchiato la definizione per applicarla a musiche che non vengono comunemente intese come tali dai puristi. Quella che mi piace è comunque quella più stordente, non necessariamente per la quantità di massa sonora, quella più ripetitiva fino allo sfinimento, i brani lunghi e circolari che sono slabbrati ed irregolari.

Mi piace la psichedelia più liquida che si prende il tempo di indugiare su un tema per un tempo indefinito, cambiando pochissimi elementi fino a causare uno scollamento con la realtà. Quella che non mi piace è la “psichedelia applicata”, quella studiata a tavolino, quella perfettina dei Julie’s Haircut per esempio. Rubo la definizione di una persona che preferisce rimanere nell’anonimato per via della sua carica istituzionale che gli imporrebbe di essere super partes: “I Julie’s Haircut sono dei geometri che giocano a fare la psichedelia”. Tutto sbagliato insomma.

Quanti dischi compri, dove e in che formato? Ti trovi a tuo agio con la fuckin musica liquida? Il primo che hai comprato, te lo ricordi? E l’ultimo?

In media acquisto tre/quattro dischi a settimana, non sono più il ghepardo di una volta, sia in LP, che in CD che in files digitali. Le mie fonti sono soprattutto Bandcamp o i siti dei gruppi/etichette, mi piace l’idea di supportare direttamente chi la musica la fa quando possibile. A Boomkat ed un altro paio di mail orders ho pagato l’affitto di casa a più riprese. Poi se posso compro direttamente ai live, così magari ci scappano anche due chiacchiere e un paio di vodkini, che poi sono le cose importanti dico io. La musica liquida non è un peccato mortale per me, visto che passo molto tempo in macchina, mi butto su una chiavetta USB tutto quello che non ho in formato fisico, così diversifico gli ascolti.

Il primissimo disco che ho comprato? Da bambino ho fortemente voluto il 45 giri di Ufo Robot nel 1979, un anno dopo che era uscito. Forse era già una fottuta ristampa ahah. Poi più da grandicello, tipo a 13 anni o giù di li credo il primo sia stata la cassetta di Master of Puppets dei Metallica. Volevamo spaccare tutto ai tempi, poi ci è passata. L’ultimo disco che ho comprato è Epistasis di Maria W Horn, in LP. Anzi no, l’ultimissima è l’intera discografia digitale di Round Bale Recordings da Mankato, MN, il tipo ha anche una trasmissione in radio che si chiama FreeFormFreakout, giusto per capire i suoi gusti.

Fammi una tua classifica dei migliori dischi del 2019, please

In rigoroso ordine alfabetico, che la meritocrazia è una bufala della borghesia:

  • Acronym & Kali Malone – The Torrid Eye [Stilla Ton]
  • Camilla Pisani – Inner Spaces Like Anechoic Chambers [MU]
  • Carlo Maria – Doppio [Brutaz]
    Harmograph – Ambienti Elettroacustici [Soave]
  • Ka Baird – Respires [RVNG Intl.]
    kNN – Alta Moda Animale
  • Massimo Carozzi – Night Shift [Yerevan Tapes]
  • Moss Covered Technology – Southern Points [Hibernate]
  • Msylma – Dhil-un Taht Shajarat Al-zaqum [Halcyon Veil]
  • Sea Moss – Bidet Dreaming [Feeding Tube & Crash Symbols]

E invece del 2019 di Boring Machines cosa ci dici?

Partiamo dagli ultimi dischi che ho fatto uscire, ad ottobre: Ecolalia di Vivien LeFay e Sex and Dead Cities di Hermetic Brotherhood of Lux-or. Vivien Le Fay è una artista multidisciplinare di base a Napoli, alle pendici del Vesuvio, dove ha registrato il suo primo disco, avvalendosi della collaborazione in alcune tracce di Sergio Albano (Amklon, già su BM). Le sue influenze, dalla new wave più ortodossa all’hardcore, al sound design elettronico, vengono mischiate con altre esperienze legate alla danza e alla fotografia, fino a farne perdere le tracce identitarie. Il suo debutto è un disco scuro e denso, come la materia magmatica e le polveri scure depositate sulle terre circostanti al vulcano dormiente.

Sex and Dead Cities invece è l’ottavo album di HBoL, duo sardo di stanza a Macomer, lontano dalle belle spiagge meta dei bagnanti, immersa invece in un ambiente ostile fatto di roccia basaltica, ex-caserme militari e settori industriali ormai in disfacimento. Il nuovo album è una riflessione, una testimonianza di un’area abbandonata a se stessa dove vivere diventa difficile se non insopportabile. Suoni rituali che si consumano nella ripetizione ossessiva e nello stordimento, nel tentativo di elevarsi verso una dimensione migliore. Cinque tracce piene di reminescenze industriali, di urla animalesche e di psicotropia. Queste le mie altre uscite del 2019

Entrando nel dettaglio delle tue ultime produzioni, in redazione è piaciuto molto il disco di dthed. Ci parli di questo progetto ?

dTHEd è stata una sorpresa anche per me. Non sapevo ci fosse qualcosa del genere che bolliva in pentola ma un giorno di Giugno nel 2018 Fabio dei vonneumann mentre stavamo in chat a discutere di cose serissime (tsè) mi ha girato un paio di mp3 dicendomi che stava lavorando ad una cosa nuova, tempo un paio di scambi di opinioni in chat e ai primi giorni di novembre ero a pranzo con lui a Roma con praticamente già tutto deciso. Con lui non ci vedevamo dai tempi del Tagofest ma in 5 ore di permanenza abbiamo recuperato il tempo perduto con pesanti iniezioni di “daje”.

Cosa mi aveva colpito? Che era tutto dritto e tutto storto contemporaneamente. Anche prima di sapere come era stato strutturato dal punto di vista musicale, spiegazione che poi mi ha fatto capire i rimandi agli iperoggetti, il mio cervello aveva reagito esattamente a quello che dTHEd voleva fare, cioè spostare continuamente i riferimenti ai quali ci attacchiamo mentre ascoltiamo la musica. Le strutture dei beats (chiamati appunto hyperbeatz) e dei suoni sono così aperte ed intricate che fanno perdere il senso di profondità e di conseguenza, è impossibile aggrapparsi ad un punto di riferimento e tenerselo buono per tutto il pezzo. La cosa più interessante era che questo impianto tecnico/teorico veniva applicato a delle “canzoni”, dei brani brevi e non una qualche formula aperta con durate lunghissime come magari già accaduto in passato.

Il rock , con tutti i suoi derivati, ti interessa sempre meno, o sbaglio? Poche chitarre nel tuo catalogo, right? E quando ci sono, comunque, suonano a bassa voce, ecco.

Il rock è poco presente su Boring Machines in percentuale, è vero, almeno quello da manuale. In realtà è perchè mi è sempre interessato di più slabbrare, contorcere il concetto di rock quando devo pubblicare qualcosa, tenerne solo uno degli elementi di riferimento, magari bistrattando proprio uno dei suoi simboli, cioè la chitarra. Però quando l’ho fatto ci ho dato dentro forte, vedi la coproduzione sul secondo disco di Fuzz Orchestra o i due dischi de La Piramide di Sangue.

Facciamo un passo indietro. Ci si conosce da vent’anni oramai; mi racconti dei 2000, del Buenaventura , di quando organizzavi concerti, di quando facevi il dj. Che mondo era, chi hai fatto suonare, che ricordi hai, rimpianti, nostalgie, era meglio allora, è meglio ora?

Madonna, che bei tempi quelli. Boh, forse è solo perché avevo 20 anni di meno, ma è in quei periodi che è maturata poi l’idea di Boring Machines. Martini Bros era il nome che assieme al mio amico Gian Maria, che ho conosciuto durante una delle varie ripetenze all’Istituto Tecnico, avevamo adottato per le nostre serate come dj. Niente balli (almeno nei primi tempi) ma praticamente una radio sul campo, una versione on-site di quello che potrebbe essere adesso una NTS o Radio Raheem. Una programmazione dove facevamo sentire nei locali che ci piaceva frequentare nelle nostre zone, le ultime novità discografiche del giro underground. Io più sperimentale o folksy di stampo americano, lui più rock e di stile britannico. Una gran bella accoppiata. Non sono mai stato insultato così tanto in vita mia da quelli che volevano sentire i Doors come il solito o che si lamentavano perchè mettevo roba pallosa. Boh, se pensi che I See a Darkness sia pallosa hai un bidone dell’immondizia al posto del cuore.

Mentre la questione Martini Bros si faceva un po’ troppo festaiola per me, a volte sono finito a far ballare la gente nei club, sacrilegio! mi ero messo anche a dare una mano con l’organizzazione di qualche concerto qui e la e mi sono inventato Basemental assieme all’amico Mauro. Basemental (basement+experimental) si svolgeva nello scantinato di una associazione culturale, il Buenaventura, che stava a 1 km da casa mia. Siamo durati quasi cinque anni, abbiamo fatto più di cento concerti, togliendoci lo sfizio di vedere dal vivo le nostre band preferite. Ti parlo per esempio di tutte le band italiane del periodo, Morose, Settlefish, Deep End, Caboto, Bob Corn, Satan is my Brother, Comaneci e tantissimi altri. E poi dall’estero Swearing at motorists, Tarentel, Nautical Almanac, Black Forest/Black Sea, Christina Carter, Gowns ed altri ancora.

È stato anche il luogo dove ho avuto modo di conoscere un sacco di musicisti italiani ed esteri con i quali il rapporto è continuato negli anni. My Dear Killer, che è la primissima uscita di Boring Machines, l’avevo conosciuto qualche anno prima ad una serata al Buenaventura. Anche i Father Murphy e tutta la Madcap Collective li ho conosciuti in quella serata. Negli stessi periodi anche Luca Massolin di 8mm organizzava delle serate in quel posto, abbiamo visto il meglio del giro noise e impro grazie ai suoi contatti. Sono stati anni molto belli ma non ho grandi rimpianti, terminata quell’esperienza ne avevo messa in piedi un’altra e non ho mai smesso di girare intorno alle principali attrazioni di tutto ciò: la musica, le persone. Certo, subito dopo la fine di Basemental ho dovuto ricominciare a fare 40.000km all’anno per andarmi a vedere i concerti, per fortuna mi piace guidare! Le cose erano diverse allora, ma tutto era diverso vent’anni fa: non c’era il Jobs Act, non si parlava continuamente per acronimi inglesi, la Lega era un fenomeno da baraccone paesano (a parte qui in Veneto), Internet era ancora 1.0 ma si stava comunque peggio di quando si era stati meglio. Io credo che l’importante sia vivere il presente con l’intento di resistere, sempre pensando comunque che non c’è futuro.

Ascolto poco e niente i files, sono un fan del cd, come se non fosse accaduto nulla negli ultimi quindici anni. Da uno che fa dischi e pubblica quasi solo in vinile, cosa ne pensi di questo supporto?

Buoni motivi per cui pubblicare su CD:
Non servono mille seghe tecniche da alchimista per farlo suonare bene e pompare il volume come dio comanda, soprattutto con l’elettronica. Costa relativamente poco e si può vendere a relativamente poco: favorisce la circolazione. Costa poco spedirlo e non è delicato da spedire: favorisce la circolazione. Infine uno può pensare di “regalarne” un tot agli addetti ai lavori: favorisce il passaparola e quindi, di nuovo, la circolazione.

D’altro canto esiste un solo pessimo motivi per cui pubblicare su CD: non li vuole nessuno! (tratto da una storia vera).

Come ti immagini il futuro dell’etichetta?

Sono stremato fisicamente e psichicamente, il 2019 è stato un anno denso per Boring Machines, soddisfazioni ma anche fatiche, visto che è tutto sulle mie spalle. Oggi ti direi “No Future”, ma poi in realtà ho delle altre bombe in serbo per e vedo avvicinarsi il traguardo delle 100 uscite entro i primi mesi del 2020. Poi vediamo. 100 è un traguardo importante, non è una cosa che si affronta a cuor leggero.

Etichette che senti complici, sorelle?

Su tutte credo Holidays Records, facciamo cose molto diverse ma abbiamo le stesse passioni per le carte belle, le stampe difficili da fare, il gusto di fare le cose perchè ne abbiamo voglia e finchè ne abbiamo voglia, senza calcoli. E direi anche Zen Hex, di Iacopo da Arezzo. Anche lui ha una cura maniacale per le sue uscite, a livello di costruzione e di realizzazione.

In generale non mi pare ci siano ancora moltissime etichette in senso tradizionale rimaste in giro, ma magari sono io che ci ho un po’ dormito sopra recentemente.

Cosa non ti piace nella musica di oggi, cosa ti esalta?

Non mi piace, anzi, mi da un crescente fastidio, il fatto che nel magico mondo dell’underground (il nome “indie” a quanto pare non si può più spendere these days) ci sia una competizione non sana portata avanti a colpi di marketing, di strategie, di piattaforme, di esclusive, di protagonismi, tutta roba che mi va benissimo nel mondo dell’industria, ma qui siamo un po’ ridotti agli stessi comportamenti da squalo del mondo mainstream, ma con molti meno soldi.

Mi esalto ogni volta che escono dei dischi pazzeschi come O Monstro dei brasiliani Missjane, oppure Bidet Dreaming di Sea Moss da Portland, Oregon che mi fanno saltare sulla sedia.

28 Gennaio 2020
28 Gennaio 2020
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