Musica Leggera: intervista a Ben Shemie dei Suuns

«Ho solo bisogno del mio caffè. Poi possiamo iniziare»: Ben Shemie ha una voce profonda e ammaliante, che non suona come quella di uno che si è appena svegliato; a Montreal saranno su per giù le undici del mattino e cavoli, una tazza di caffè è un diritto inalienabile per chiunque sia ancora penzolante tra il sonno e la veglia. La musica dei Suuns riproduce (in alcune parti) quella specifica sensazione – non che sia soporifera, anzi: Felt, l’ultima fatica del quartetto canadese, è un’ennesima prova di forza e perseveranza, un passo importante (come e quanto i tre che lo precedono) che indica una progressione costante, e suggerisce nuove vie sonore percorribili.

Come rabdomanti, i Suuns hanno esplorato vari territori (dall’elettronica al krautrock, dall’ambient al post-punk) e tracciato nuove fonti, succhiandone i flussi e facendoli convergere in uno dei progetti musicali più cangianti e stimolanti degli ultimi anni; tutto ciò è in parte dovuto al fatto che nei Suuns vige una sorta di “monarchia collaborativa”, come la definisce Shemie: «Potrei essere il frontman della band solo perché canto i pezzi, oppure esserne il portavoce… ma in realtà sono solo una parte del processo, uno spicchio di un unico apparato cosciente guidato principalmente dall’istinto e dalle necessità che il momento presenta». Tutto sembra così semplice, it has to be done: Shemie ha il tono e la flemma di un chirurgo che sa perfettamente dove mettere le mani, sporcarle laddove necessario pur di portare a termine la sua operazione: «L’album è nato da un processo creativo, come dire, non razionale, un po’ come una sorta di parto spontaneo. Dopo il tour di Hold/Still abbiamo lavorato su qualche demo nel nostro studio, mettendo insieme parti di vecchie registrazioni e cose ritrovate nei cassetti che risalivano addirittura al 2010-2011; quelle che avevano una propria ragion d’essere sono state in un certo senso completate, ma non è il termine adatto a spiegare bene il processo che le ha portate alla luce. C’è stato una sorta di cut-and-paste in post-produzione per unire gli elementi ritmici ai tappeti atmosferici, l’apparato analogico a quello digitale, e far sì che tutto si amalgamasse alla perfezione; ma molti pezzi, nella loro essenzialità, come ad esempio Baseline, sono usciti da jam sessions e cazzeggi in studio».

Lo spirito che li accomuna come professionisti è quello della ricerca sonora, e, guardando ai vari mixtape realizzati dallo stesso Shemie, o al lotto di band che “ingaggiarono” come curatori di un paio di Le Guess Who? fa, è facilmente intuibile quali siano i loro modelli: «Devo ammettere che siamo cresciuti come band dal momento in cui abbiamo “disimparato” il processo logico di creazione di un brano, e l’abbiamo trasformato in qualcosa di più liquido, scorrevole, come un flusso di coscienza. C’è un italiano che stimo molto, Alessandro Cortini: lui non si definirebbe tale, ma un cittadino del mondo; eppure c’è qualcosa di estremamente affascinante legato alla vostra cultura in fatto di sperimentazioni. Recentemente ho assistito, presso il conservatorio del Quebèc, a vari seminari sulla classica contemporanea, e tra tutti gli artisti trattati, quello che pareva avere una visione più ampia, progressista ma al tempo stesso estemporanea della materia musicale era Luciano Berio: la sua è musica che va oltre il mio spettro sonoro, a volte è inafferrabile o poco accogliente, ma trasmette comunque un pensiero, un approccio al processo creativo che ha rovesciato il mio modo di “pensare” alla musica, e di renderla più come un taglio di Fontana o uno schizzo di Pollock».

Questo “pensiero laterale” pare aver contaminato a suo modo tutto il sistema di valori su cui si basa la musica dei Suuns, che non suona come un compendio di esperienze, ma agisce più come un organismo parassitario che ricava informazioni, atmosfere, sfumature, talvolta forme, differenti: «Da quando ho iniziato a considerare la band come una questione, diciamo, relativamente seria, mi sono sempre impegnato a rispettare una sorta di codice, per esperire l’ambiente circostante e filtrarlo attraverso la musica: credimi, all’inizio non era affatto semplice – anzi, mi sentivo bloccato, a tratti; poi la mia visione si è sciolta in un certo senso, e anche i miei testi si sono fatti meno astratti e più legati ad una sfera personale, non strettamente legata al mio ego, ma a una moltitudine di essi, a una visione più trasversale… diciamo che mi attrae il comportamento delle persone, nelle dinamiche relazionali: ne scrivo da un mio punto di vista, ma sto comunque trattando di paranoie collettive, o relazioni amorose, o momenti di lucida serenità, e sono tutte sensazioni e stati d’animo per così dire “scalabili” a più individui, sicché qualcuno possa ritrovarcisi, senza dover per forza rigettare un’apparente ambiguità».

Prosegue poi: «Posso dire che il teatro per me è stata una fonte d’ispirazione piuttosto importante, anche se inaspettata: ho capito di essere fortemente attratto da alcune forme di performance, come la danza, o comunque in cui c’è un impegno costante nel trasformare il corpo e la fisicità in un elemento comunicativo. In Quebec c’è una forte scena teatrale, molto vivida, e da un anno a questa parte seguo molti spettacoli e progetti, perché trovo che sia unico il modo in cui i performer riescono a mescolare vari elementi e a comunicare un concetto in maniera profonda, arrivando a sviscerarlo completamente, e spesso la musica non arriva a tanto: c’è un linguaggio del corpo specifico, ed è una qualità fisica che apprezzo anche nella scultura, che mi affascina ugualmente ma non ha lo stesso livello di profondità. Apprezzo lo sforzo e il dispiegamento di forze in atto a comunicare “più forte” qualcosa che la musica appunto, o la letteratura o altre forme nobili, non riescono a far passare con quella veemenza; è fottutamente difficile gestire tutti questi layer emotivi, tutti questi “strumenti” fisici e non, trasmettendo una sensazione specifica».

A supporto di questo ragionamento, c’è sempre stata nei Suuns un’idea di musica tangibile, la cui consistenza materica si adatta e muta rispetto all’ambiente circostante, risultando così come un unico blocco di emozioni, vibrazioni e colore, ed è uno dei loro punti di forza maggiore; dopo un lungo sorso di caffè, che dice essere «un po’ troppo amaro», Shemie espone la sua visione: «Ho un’idea piuttosto vaga di ciò che avviene adesso nella musica, ma allo stesso tempo è precisa e ben messa a fuoco: non so, è che stanno accadendo tante cose e adesso non è più come una volta, quando bastava scendere al negozio di dischi del quartiere e farsi una lista di cose da ascoltarsi… adesso che dedico molto del mio tempo libero a fare altro piuttosto che ad ascoltare musica, e che con internet e le piattaforme streaming abbiamo un overload di contenuti, preferisco interessarmi a quelle poche cose che ancora mi toccano qualche corda. Come ascoltatore e appassionato, vedo che c’è tanta roba valida che però finisce nel dimenticatoio nel giro di, chessò, un mese, se non una settimana: c’è una fauna troppo vasta, e questo è un privilegio per chi vuole farsi sentire, mentre prima poteva essere più difficile; adesso basta avere un account su Bandcamp, ma quanti account che propongono musica veramente valida ci sono, rispetto a quelli trascurabili? Non sono io, certo, a deciderlo ma, vuoi sapere una cosa? Per me e molti “colleghi” con cui ho avuto il piacere di confrontarmi, ciò che è importante è fare musica che eluda tutto il sistema, musica senza compromessi che sappia anche mettersi in discussione, ma che lo faccia con spontaneità e che suoni, di conseguenza, spontanea e forte. Mantenere una personalità è difficile, e molto spesso sei categorizzato, gli ascoltatori seguono un trend e in base a quello “consumano” musica come se fosse un prodotto in scatola. Da questo punto di vista ho un po’ paura di cadere nel rituale della caducità – o almeno l’avevo: crescendo come musicista e confrontandomi con altri musicisti che condividono la mia stessa visione, ho imparato ad essere un po’ più sicuro di quello che faccio, come sfogo di una pulsione emotiva, come forma d’espressione pura e senza filtri comunicativi».

Prosegue poi: «Vuoi sapere chi è un grande in questo? Jerusalem in My Heart: lui ha una visione della musica a 360 gradi, letteralmente, ed è uno che si è creato una reputazione avendo il coraggio di mettere le mani anche su cose diverse dalla sua proposta: certo, lo fa per guadagnarsi il pane, ma anche perché per lui contaminarsi e impegnarsi costantemente su più fronti è fondamentale per sopravvivere; prende molto dalla propria cultura e cerca di integrare questo retaggio con altri elementi sonori e con supporti visivi, tanto che il suo show è una delle cose più incredibili che abbia mai visto. Un giorno è a fare sonorizzazioni per mostre fotografiche, un altro è a curare ristampe di musica iraniana anni Settanta, un altro ancora è in studio con un gruppo doom metal (Big Brave, ndSA). È fottutamente instancabile, ed è un vero esempio per me. Sembrerà banale dirlo, perché abbiamo fatto un album insieme, ma lo stimo profondamente. Ti anticipo che stiamo lavorando su nuovo materiale, anche se ci vorrà pazienza: stiamo cercando di smarcarci dai vari impegni che abbiamo – noi in tour, lui fisso nel suo studio di produzione».

La terminologia (a dir la verità un po’ compassata) di art rock viene spesso associata a creature ibride o a band che in linea di massima palesano un estro superiore a quello di altre entità contingenti: i Suuns hanno sempre dato (a me, poi non so se questo vale anche per voi) l’impressione di artificiosità, nel senso di una manipolazione costante della materia sonora in un gioco di equilibri e dosaggi degno dei migliori alchimisti; è musica fatta di piccoli e significativi elementi che s’incastonano come pezzi di una maiolica, per i quali è difficile pensare che non vi sia uno studio ossessivo e un’impalcatura elaborata a sorreggere architetture radicali che non si sviluppano in verticale, ma obliquamente. Eppure, il loro album più impenetrabile, (apparentemente) ostico e elaborato è stato realizzato quasi tutto in presa diretta e senza overdubbing: «Con Hold/Still abbiamo cambiato radicalmente il nostro modo di lavorare ai brani; John Congleton ci ha fatti maturare molto sotto questo aspetto, e laddove ci ha visti insicuri, ci ha spronato a tentare nuove vie possibili: prima il nostro approccio era eccessivamente cerebrale, e lui, semplicemente, ha fatto sì che il processo risultasse fluido; ci ha dato fiducia nei nostri mezzi, valutando la possibilità di registrare tutto in presa diretta, come un live, dal momento in cui era rimasto particolarmente impressionato dall’impatto sonoro dei brani suonati dal vivo. Da questo punto di vista, non sapevamo come sarebbero andati i nuovi brani dal vivo, ma l’altra sera c’è stato il release party dell’album a Montreal in questa sorta di vecchio teatro, è stata una gran bella serata e un sacco di amici vecchi e nuovi sono venuti a sentirci, e ci siamo accorti che i pezzi funzionano sorprendentemente bene».

Shemie parla con la sicurezza e la quiete spirituale di chi ha abbattuto la chimera della creatività, come portavoce (non leader, ricordiamolo) di una band che agisce ormai spontaneamente, trasmettendo una piacevole sensazione di sfida all’ascoltatore, ma anche di profonda onestà: «Ti dirò, Felt è l’inizio di un nuovo ciclo per noi: ci piace com’è venuto fuori, ci piace il fatto che comunque è frutto di una serie di sessioni nel nostro studio, e non di chissà qualche assurda strategia. Il profilo è basso, è tutto molto ombelicale e in linea di massima non ci siamo preoccupati troppo della buona fattura o meno dei brani: alcuni suonano crudi, perché abbiamo voluto mantenerli così. Sai, a volte complicarsi la vita è più facile che semplificarla: qui abbiamo agito istintivamente. È per questo che l’album suona groovy, è armonioso, sensuale ed elude quel senso di tensione e quello spirito crepuscolare e gotico su cui ci siamo focalizzati negli album precedenti. Non arriverei a definirlo “il nostro disco pop”… pop è il suono che fa il palloncino che vedi in copertina quando esplode sotto pressione, rilasciando vibrazioni se non positive, quantomeno liberatorie. Ma potrei sicuramente definirla, su un piano più astratto e spirituale, musica leggera».

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I Suuns saranno prossimamente impegnati in un tour europeo, che toccherà anche l’Italia: giovedì 29 marzo al Monk di Roma, e venerdì 30 marzo al Magnolia a Milano.

25 marzo 2018
25 marzo 2018
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