A Bigger Splash. Intervista alle Breeders

L’ultimo disco targato Breeders era in fondo di pochi anni fa. Ma questo è un vero ritorno in grande stile. Il fatto è che All Nerve si riallaccia direttamente al “mitico” Last Splash riportando in azione la stessa line-up del 1993, con Josephine Wiggs al basso e Jim MacPherson alla batteria ad affiancare Kim Deal e la gemella Kelley. La formazione classica che i fan hanno in mente e di cui avevamo raccontato le gesta nella recensione della ristampa oversize LSXX, senza nulla togliere a quella del debutto Pod (con Tanya Donnelly e nientemeno che l’ex Slint, Britt Walford), l’album che “sonicamente” somiglia più al nuovo, dai contorni frastagliati e spigolosi: lo ammettono anche gli interessati, con cui abbiamo avuto modo di parlare al telefono in due interviste separate.

Sono proprio Josephine e Jim a risponderci dalla Spagna dove il gruppo è in tour prima di passare in Italia in questi giorni – attenzione, attenzione, per la prima volta nella sua storia sta per calcare i palchi del nostro paese, all’interno di Ferrara Sotto Le Stelle (5 giugno) e al Santeria Social Club di Milano (6 giugno). Lei cordiale e precisa, lui gioviale, estroverso e pronto alla battuta – due caratteri che rispecchiano le rispettive origini e nazionalità (Josephine è inglese, Jim americano verace come le due sorelle Deal) –, ci raccontano della reunion e del nuovo disco, una decisione presa alla fine del tour del 2013 in cui si celebrava il ventennale di Last Splash. Il morale nella band è alto e un seguito di All Nerve potrebbe essere nei piani dopo i concerti che terranno impegnato il quartetto per tutto il 2018. Non lo dicono in modo esplicito ma non è da escludere.

Per prima cosa vi chiederei di raccontarci un po’ come sta andando questo ritorno con un nuovo disco e come procede con il tour…

Josephine: Siamo in giro dalla fine di marzo, sono passati più di due mesi ormai, abbiamo fatto qualche settimana di concerti in America e adesso da più di un mese stiamo suonando in Europa. È entusiasmante avere i brani del nuovo album da portare sul palco, rispetto al tour che abbiamo fatto per l’anniversario di Last Splash nel 2013, dove avevamo in scaletta solo vecchi pezzi – anche se eravamo ugualmente entusiasti di poterli risuonare, così come lo ero io di tornare a suonare con le Breeders.

Jim: Registrare Last Splash per me era stata una bellissima esperienza, e così è stato anche per All Nerve, è filato tutto liscio e mi sono divertito; pensa che nel primo weekend di lavoro ho registrato qualcosa come sette tracce base. Quando abbiamo scritto i pezzi provando nella cantina di Kim è stata più dura, di giorno avevo un altro lavoro e la sera andavo da lei per suonare, e abbiamo dovuto lavorare parecchio per dare la forma che volevamo alle canzoni. Il tour sta andando benissimo, abbiamo suonato un gran bel concerto alla Roundhouse di Londra giusto pochi giorni fa, e prima abbiamo fatto un bel po’ di date negli States; sta andando tutto a gonfie vele.

Avete pensato subito di poter realizzare un nuovo album insieme oppure l’idea si è fatta strada in un secondo momento?

J: È successo alla fine del tour del 2013. All’inizio pensavamo di fare pochi concerti e di non stare in giro per più di tre settimane. Ma man mano la cosa diventava più grande, si aggiungevano sempre più date, ci invitavano in tanti posti, e alla fine siamo andati avanti per otto mesi. All’ultimo concerto, la notte di Capodanno, non mi ricordo se l’idea è partita da qualcuno in particolare, forse da Kelley, ma direi che era una sensazione generale: ci eravamo divertiti tantissimo, il pubblico era felice di vedere di nuovo in azione la line-up di Last Splash, e ci dispiaceva che tutto stesse per finire. Abbiamo pensato che per continuare a suonare, per noi stessi e per il nostro pubblico, dovevamo provare a fare un disco. Non si poteva andare tanto più in là solo con il vecchio repertorio, e volevamo tutti proseguire. È stato importante anche il grande show che abbiamo fatto a Londra verso la fine del tour; nel backstage dopo il concerto abbiamo rivisto tante persone della 4AD e altre che avevano lavorato insieme a noi tanto tempo fa; avvertivano tutti che c’era nell’aria qualcosa di speciale e che saremmo dovuti tornare a creare musica nuova.

Jim: Quando abbiamo iniziato i concerti ce lo hanno detto davvero in tanti, così ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Proviamoci, almeno una volta!”.

Foto di Marisa Gesualdi

Devo dire che il nuovo disco, anche se ci avete lavorato in diversi studi e con diversi diciamo “produttori”, non dà una sensazione di frammentarietà…

Josephine: Dipende dal fatto che ci siamo prodotti da soli, abbiamo lavorato in studi diversi con diverse persone ma si trattava di ingegneri del suono. I produttori siamo noi. Parlare di studi diversi può trarre in inganno perché, ti dirò, l’ottantacinque per cento del lavoro è stato fatto a Candyland, in Kentucky, con Mike Montgomery. Solo tre pezzi sono stati registrati altrove.

Mi ha incuriosito leggere in un pezzo di Billboard che sarebbe stata la prima volta di Kim con la registrazione digitale. È così?

Josephine: Non proprio, abbiamo registrato in analogico su nastri da 2 pollici e mixato con un programma digitale. Il fonico che si è occupato del mixaggio lavora abitualmente così e poi, ti dirò, la tecnica digitale è cresciuta molto di qualità, al punto che oggi non si avverte più questa grande differenza. Lavorando in digitale un mix si può correggere rapidamente, dover rimettere mano a un mixaggio analogico significa rifarlo da capo, è molto più costoso e ti fa perdere un sacco di tempo.

Siete d’accordo se vi dico che in confronto a Last Splash, All Nerve sembra un disco più scuro, spigoloso?

Josephine: Sì, sono d’accordo. È meno pop di Last Splash, ha un tono scuro, è più simile a Pod.

Jim: Assolutamente d’accordo. Non c’è una Divine Hammer in questo disco. È molto dark, ci sono dei pezzi cupi come Metagoth, Nervous Mary, All Nerve, non assomiglia a nessun altro disco di questa band, ed è quello che mi piace di un gruppo, quando non è mai fermo nel suono e nella scrittura. Questo lato dark poi… non so se Josephine ti ha mai detto che era una dark quando andava alla superiori, una vera goth girl, girava con indosso un mantello. Quando l’abbiamo sentita cantare Metagoth le abbiamo detto che doveva tirarlo fuori e metterlo su come ai vecchi tempi…

Tu non hai avuto un periodo dark, Jim?

Jim: No, da ragazzo ascoltavo l’hard rock e il rock classico, sono cresciuto nel Midwest con Led Zeppelin, Who, Doors, poi alla high school mi sono interessato agli XTC, ai Jam, ai Clash e altri gruppi simili.

Avvertite differenze tra come suonavate allora e come invece suonate oggi?

Josephine: Siamo sempre noi, anche se oggi abbiamo molta più esperienza, abbiamo suonato molto nel frattempo e fatto tante cose diverse, ognuno ha seguito il suo percorso prima che ci ritrovassimo tutti insieme. Siamo sempre gli stessi con la nostra sensibilità e siamo anche diversi. È questione di esperienza e direi di… conoscenza, se capisci cosa intendo dire.

Pensate di continuare su questa strada, a comporre e a registrare nuova musica?

Josephine: Sì, ci potremmo pensare. Intanto abbiamo intenzione di continuare a fare concerti, abbiamo l’agenda piena fino alla fine dell’anno. E siamo molto eccitati all’idea di suonare finalmente in Italia. Kim ha suonato da voi con i Pixies, ma gli altri no, per cui davvero non vediamo l’ora.

Jim: Piacerebbe molto anche a me se facessimo un altro disco insieme.

Ci raccontate qualcosa dei vostri progetti musicali fuori dalle Breeders? Josephine per esempio è stata molto impegnata con le colonne sonore…

Josephine: Ho un progetto i Dusty Trails, in cui collaboro insieme a Vivien Trimble, che è stata tastierista delle Luscious Jackson; abbiamo prodotto un disco a nostro nome e composto la colonna sonora di un film, Happy Accident, con Vincent D’Onofrio e Marisa Tomei. Poi ho composto la musica per un documentario sull’architettura, Built on Narrow Land, e di un lungometraggio di finzione, Appropriate Behavior, diretto da Desiree Akhavan, che è stato presentato in anteprima al Sundance Festival. Quindi ho composto la musica per un’installazione ambientale, un ambiente immersivo a base di musica e immagini, Sanctuary, a Brooklyn, all’inizio dello scorso anno. Adesso sono impegnata su un disco che dovrebbe uscire nell’autunno di quest’anno, di musica strumentale, molto umorale e introspettiva, di impronta soprattutto pianistica. Dovrebbe venir pubblicato il prossimo ottobre su una nuova etichetta discografica, se riesco a dare gli ultimi ritocchi durante questo tour con le Breeders.

In quale aspetto trovi più differenze tra avere una band e scrivere per i tuoi progetti?

Josephine: Naturalmente quando scrivo per i miei progetti è tutto incentrato su di me, sulle mie idee; del resto faccio tutto da sola, scrivo, produco, mixo, suono quasi tutti gli strumenti. A volte chiamo il mio amico Jon Mattock, l’ex batterista di Spacemen 3 e Spiritualized, ma viene quasi tutto da me, ed è la cosa più diversa che si possa immaginare dallo stare in una band. Quando lavori in un gruppo ricevi un feedback immediato sulle tue idee, per positivo o negativo che sia aiuta a procedere più rapidamente. Quando lavori da sola puoi stare sulla stessa idea per settimane o mesi senza essere sicura al cento per cento che sia giusta. Finché a un certo punto non ne puoi più. Il pericolo è proprio di avere a noia le tue idee anche quando sono buone. Per questo a volte tengo per un po’ da parte le cose che faccio per riascoltarle a mente fredda. E dire magari: “Ah sì, questa era un’ottima idea…”. È la grande differenza o se vuoi è il rovescio della medaglia di avere un progetto che è tutto e solo tuo, rispetto al collaborare in una band dove le cose non sempre prendono la direzione che vuoi tu ma si decide tutti quanti insieme. Non è meglio o peggio, funziona solo diversamente.

E tu Jim?

Jim: Suono con i Lab Partners, una band dell’Ohio. Qualcuno li definisce “shoegazer rock”, sono ispirati da band come My Bloody Valentine e Spiritualized. Qualche anno fa ho inciso un disco insieme a loro. Purtroppo mi rimproverano perché ogni volta che devo andare in tour con loro sono impegnato con le Breeders. Così ho detto che potevano prendere mio figlio al mio posto.

Hai un figlio che suona la batteria come te?

Jim: Sì, gli piace lo speed metal, e ha quello stile molto veloce. L’esatto opposto del mio…

Nemmeno molto adatto ai Lab Partners mi sembra…

Jim: No, per niente… [ride, ndSa]

Se non sbaglio il tuo primo concerto con le Breeders è stato in Inghilterra di supporto ai Nirvana. Hai qualche ricordo in particolare?

Jim: Be’, mi ricordo che quando abbiamo iniziato a suonare Kurt era sul palco per ascoltarci e non aveva il pass al collo, per cui uno della sicurezza voleva cacciarlo, e siccome lui non ne voleva sapere di spostarsi, quello ha preso a picchiarlo. Tu pensa che scena, noi che suoniamo e Kurt che viene picchiato al suo concerto dalla security, cose da pazzi…

Hai avuto modo di conoscerlo un po’ da vicino o di parlare con lui?

Jim: Sì, ma non tantissimo, ero anch’io diventato papà di una bambina da poco, ne abbiamo parlato e poi Dave mi ha invitato a viaggiare un po’ sul tour bus dei Nirvana per non farmi sentire solo in mezzo a tutte quelle donne… [ride, ndSA]

A parte questo particolare, cosa ti piace di più delle Breeders?

Jim: Stiamo bene insieme, siamo amici, e la cosa che mi mancava di più prima di tornare a suonare con Kim, Kelley e Josephine era proprio la loro amicizia. Poi io adoro soprattutto i concerti, quindi suonare i pezzi nuovi è davvero grandioso.

4 giugno 2018
4 giugno 2018
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