Intervista a Brian Rašić
Tutte le band e i solisti che contano sono passati davanti al suo obiettivo

Se provate a pensare a un qualsiasi pop singer di oggi oppure a una rock band degli ultimi 40 anni, lui li ha probabilmente immortalati su pellicola fotografica. Quando una nuova promessa della musica, un affermato cantante di talento o un gruppo leggendario è sul palco, state pur certi che Brian Rašić è là, a premere il tasto delle sue fotocamere, a svolgere il lavoro duro che solo un fotografo della vecchia scuola come lui è in grado di fare.

Ho intervistato Brian non solo per il suo eccellente lavoro, ma anche perché è uno dei pochi fotografi ad essere nel posto giusto e al momento giusto. Lui adora i rocker e loro gli vogliono bene perché sanno che trarrà sempre delle ottime foto durante le performance. David Bowie lo conosceva molto bene, dal momento che Rašić cominciò a ritrarlo dal 1983 e poi per tutti i suoi successivi tour, anche al di fuori del palco. Negli ultimi anni Rašić ha tenuto delle mostre interamente dedicate a Bowie in diverse città della Serbia, il proprio paese di origine, e una di grande successo persino a Lima, in Perù, dimostrando che il Thin White Duke è seguitissimo ovunque. Egli ha condiviso con me molti aneddoti su David e altri cantanti, ha parlato diffusamente  di cosa significhi essere un fotografo oggi, un tempo nel quale il rock e la fotografia sono diventati due cose molto diverse da quelle che erano in passato.

Mr. Rašić, lei ha iniziato a fare foto ai concerti rock in Serbia, quando era piuttosto giovane. A quel tempo ha mai pensato che sarebbe diventato il suo lavoro e che avrebbe incontrato molti musicisti famosi?

Sì, è vero. Tutto iniziò nel mio paese, perché amavo la musica e la fotografia. È come se avessi provato a combinare le due cose assieme, qualcosa di molto normale per me. Ma allora non avrei mai immaginato di ottenere quello che mi avrebbe riservato la vita. Eppure questo è il sentiero che ho percorso.

Mick Jagger e Keith Richards

Dall’inizio degli anni ’80 lei ha fotografato numerosissime band e tantissimi cantanti, da Chuck Berry ai Rolling Stones, passando per Paul McCartney e gli U2, i Red Hot Chili Peppers e gli Stone Temple Pilots, Björk, gli Eurythmics, i Queen, Taylor Swift, Beyoncé e molti altri. La lista è semplicemente impressionante e infinita. So che lei è molto amico dei Rolling Stones, ma mi piacerebbe sapere quale è stata la sua più grande soddisfazione personale…

Stare vicino agli Stones è sempre fantastico. Sono una delle mie band preferite di tutti i tempi ed essere parte del loro spettacolo è irreale, non ho mai smesso di esserne fan. Mick è semplicemente il miglior frontman di sempre. Charlie è lo scheletro del gruppo. Ronnie il “nuovo membro” che aggiunge la chitarra al loro tipico sound. Keith è l’anima della band e il mio preferito. Assieme sono unici. Mick è facile e allo stesso tempo molto, molto difficile da ritrarre. Questo perché non sempre è semplice fare sia lo scatto giusto che cogliere la posa perfetta. I fan mi dicono che ho realizzato degli splendidi scatti a Keith, sono molto grato a loro di questo. È sempre una sfida, anche se ormai conosco i suoi tick e i movimenti durante le canzoni. Il suo sorriso scheletrico e la sua postura con la chitarra… sono semplicemente i migliori. Lo adoro!

The Rolling Stones – Ronnie Wood, Mick Jagger, Keith Richards e Charlie Watts

Ha mai provato a calcolare a quanti concerti ha partecipato in vita sua, più o meno?

Una volta andavo addirittura a più di un concerto al giorno. Ora non più. Ho sempre lavorato quasi ogni sera. Perciò… facendo una media, all’incirca 150 date all’anno, per 40 anni… beh, diciamo intorno a 5 mila concerti. Anche se devono essere di più.

Com’è lavorare per Getty Images?

Per 35 anni sono stato con Rex Features, la più grande agenzia fotografica indipendente nel Regno Unito. Ero molto felice di stare con loro e la famiglia Selby. Poi, circa 4 anni fa, inevitabilmente una grossa compagnia li ha acquisiti. Allo stesso tempo Getty mi ha fatto un’offerta. Visto che tutto il mercato si stava organizzando in grandi società, mi sono detto perché non unirmi alla più grande di tutte. Mi trovo bene con loro, ho alcuni vantaggi, anche se i contratti sono brevi. Più che altro si tratta del mio precedente catalogo. Oltre 100k di immagini. Molto più di quello che si potrebbe mai fotografare al giorno d’oggi. Essere un fotografo di agenzia ha aspetti sia positivi che negativi. Spesso a nostro svantaggio. Qualche volta lavoro per conto mio, come freelancer. Cerco di ottenere il meglio da queste due modalità. L’agenzia serve a vendere le proprie foto. Ora molte cose sono diverse, perché loro controllano ogni cosa. I tempi sono cambiati.

Può dirmi – dal suo punto di vista – cosa caratterizzava maggiormente gli anni 80, i 90 e i 2000?

Beh, fondamentalmente negli anni 80 i fotografi potevano gironzolare indisturbati durante tutto lo show. Bei tempi nei quali utilizzavi due rullini di pellicola, aspettando di scattare le tue foto al momento più opportuno. Poi hanno cominciato a dire “solo durante le prime tre canzoni, no flash”. Nessuno sapeva perché, ma divenne la norma. E da allora è sempre stato peggio. “Tre” sono diventate “una”, ma la cosa peggiore è dover scattare dal banco del mix. Una cosa molto comune ora. Succede sempre più spesso.

Ad un concerto live è meglio avere una buona posizione oppure essere provvisti di talento?

Se ti viene permesso di stare sotto il palco, in normali circostanze, sei a posto. Almeno per me. Il talento… beh, mi è stato detto che io ne ho. È importante amare cosa fai e così puoi imparare, ed acquisire abilità. Detto questo, se dai una fotocamera a qualcuno, non è detto che ne sappia fare buon uso. Quindi sì, il talento ha la sua importanza.

Lei ha fotografato David Bowie per la prima volta nel 1983, alla conferenza di presentazione per il lancio di Let’s Dance. Quella volta realizzò un primo piano assolutamente fantastico, nel quale è riuscito a catturare l’aura di David: lì appare molto affascinante e al suo meglio. Rammenta quell’incontro?

Lo ricordo molto bene, sì. David mancava dalle scene da un po’. Aveva avuto qualche problema. Lasciò la RCA firmando per la EMI, che decise di presentare, per così dire, il “Bowie rinato”. Assieme a un album nuovo di zecca. Quello che sarebbe stato il più commerciale, ma anche quello meno amato. Comunque lui apparve in gran forma, io rimasi molto piacevolmente colpito e l’hype era davvero alle stelle… Tutta la stampa venne riunita al Claridges Hotel di Londra. Ero felice ma allo stesso tempo prudente. Prima di tutto David si mise a disposizione delle macchine fotografiche. Eravamo in molti, Bowie era la grande notizia del momento. Nessuno creò tanta aspettativa quanto la EMI in quella occasione, facendolo tornare sulle scene. Riuscii a posizionarmi di fronte a lui e a scattare alcuni frame. Pochissimi. C’era abbastanza confusione e il momento passò in fretta. Sono contento delle foto che realizzai. Lo rispecchiano, è lui al suo meglio. Poco dopo andai al mio laboratorio per sviluppare le immagini e per qualche motivo tornai all’hotel con le foto. Mi imbattei con il suo PR di allora. Gli dissi che avevo le foto con me, ci diede un’occhiata e mi chiese di poterle mostrare a Bowie. Acconsentii. “Ma per favore me le faccia autografare”, dissi. Devi essere un fan, quando ti approcci a David. Il PR salì le scale e quando tornò mi disse che David le aveva apprezzate molto, e ottenni anche l’autografo. Un bel momento. All’epoca non avrei mai pensato di poter lavorare con lui un giorno.

Lo ha seguito in tutti i suoi tour successivi, non è vero?

Penso proprio di sì, nella maggior parte degli spettacoli che fece a Londra, e uno negli Stati Uniti, a Boston. Fotografai anche il Glass Spider Tour a Rotterdam, in Olanda. Anche i suoi Tin Machine. In Europa iniziarono il tour in Danimarca, e io ero là. Dove partì anche il A Reality Tour. Lo documentai per lui. Così come gli show trasmessi dalla BBC, in esclusiva per i suoi fans.

In ogni suo tour David era solito apparire con uno stile diverso, sia dal punto di vista musicale che di immagine. Quale, per lei, è stato il più strano e quello che ha preferito? E perché?

Forse il più strano è stato quello dei Tin Machine. Personalmente ho amato il Serious Moonlight Tour. Il primo nel quale l’ho fotografato dal vivo. Era tornato più in forma che mai. Furono dei meravigliosi spettacoli. Il Glass Spider fu un po’ strano con tutte quelle trovate. Ogni tour era speciale, in un modo o nell’altro. Era un grande performer.

Ha fotografato Bowie anche in alcuni live speciali e ad alcuni party. Il suo lavoro era qualche volta specificatamente richiesto oppure era sempre così fortunato da essere nel posto e al momento giusto?

Di solito ricevevo una chiamata dal suo PR Alan Edwards. Ho lavorato con Alan e gli artisti che rappresentava sin dall’inizio degli anni ’80, ottenendo la sua fiducia. Mi ha offerto molte buone occasioni. Gli sono molto riconoscente ed è decisamente uno dei più professionali PR in circolazione. Il mio lavoro con Bowie è stato strettamente legato a lui, anche perché Alan rispettava me e il mio lavoro.

Quando David si esibì per la BBC nel 2000, vennero scattate contemporaneamente due diverse fotografie di voi in posa assieme. Una di esse venne fatta da Mark Adams (il curatore di BowieNet) e successivamente ritoccata dal grafico Rex Ray: lei venne rimosso e lo scatto finì per essere la copertina del live album tratto da quella serata…

Esatto! La foto fu fatta nel party del dopo-concerto. Ricordo che avevo chiesto a Gail Ann Dorsey (la bassista di David) di farci una foto. Non sapevo che Mark ne stava scattando un’altra nel medesimo istante. Me lo dissero giorni più tardi, aggiungendo che sarebbe diventata – parzialmente – la cover per un album… non ci potevo credere! Mark mi fece una stampa della foto originale e di quella modificata, e David me la autografò. È una storia adorabile. Sono il “compagno silenzioso” della copertina!

Davvero strano! C’è qualche altro aneddoto che mi può raccontare di quella sera?

C’erano alcune celebrità nel backstage del dopo-concerto, tra cui “il gladiatore” Russell Crowe. Era là con Meg Ryan ed erano la notizia del momento. Fino ad allora solo un paparazzo li aveva ritratti assieme. Tutti ne erano alla ricerca. Solo io avevo l’esclusiva in un certo senso, perché ero il fotografo ufficiale della serata, ma dovevo comportarmi “bene”. Così, li misi in posa con David nel mezzo. Quella foto girò tutto il mondo. Solo loro tre. Non potevo avere l’immagine dei due amanti da soli. Quando poi Meg se ne andò con Anita Pallenberg, Russell mi prendeva in giro: “La tua preda se ne è andata…”. Fu divertente, e nonostante tutto una serata molto redditizia con poche foto.

Mi piacerebbe chiederle qualcosa a riguardo di alcuni scatti che fece a Bowie in una situazione particolare. 30 giugno 2002, Waterloo Station. David sta per salire sul treno Eurostar assieme alla sua band ed entourage. È vestito secondo la moda di altri tempi: un vestito in tweed con scarpe risalenti entrambi agli anni ‘20 del ‘900 e un fedora… più una valigia vintage. Era anche quella una maschera? O forse alcuni dettagli bizzarri per definire meglio la sua ultima incarnazione musicale? Quale è il suo parere a riguardo?

Fu subito dopo il concerto al Meltdown Festival, curato personalmente da lui presso la Royal Festival Hall di Londra… un giorno scattai delle foto a David mentre arrivava al Festival con un taxi nero. Chiesero esplicitamente il mio servizio. Fu una sua idea di essere ritratto così, mentre apriva la portiera e usciva dal taxi, come se colto alla sprovvista da un paparazzo. Aveva uno splendido sorriso. Poi mi chiesero di realizzare altre foto alla Waterloo Station. È risaputo che a David non piacesse volare. Così per esibirsi a Parigi, prese il il treno Eurostar. Arrivò vestito come un gentiluomo inglese, un completo in tweed con valigia. Favoloso. Perché, non lo so. Era fatto così. Forse un’immagine solo per quel giorno. Accadde tutto velocemente. Ottenni alcune buone foto che vennero usate dai quotidiani il giorno seguente. Lo stesso vestito, con le scarpe, apparve nella mostra David Bowie Is. Non mi chiesero mai una foto da affiancare al vestito. Avrebbe avuto tutto più senso. Un peccato.

Era anche ad una delle ultime performance pubbliche di Bowie. La sua partecipazione a sorpresa nel concerto di David Gilmour la sera del 29 maggio 2006, alla Royal Albert Hall. Fu una cosa inaspettata anche per lei?

Lavoravo come fotografo ufficiale di Gilmour per quella serie di concerti del 2006 a Londra e rimasi sorpreso quando mi dissero che Bowie sarebbe comparso per un paio di canzoni nel primo dei tre concerti. Lo venni a sapere quando David arrivò nel pomeriggio per le prove. Scattai alcune foto anche in quella occasione. Ricordo che la sua press agent Coco Schwab, mi disse: “Brian, puoi fotografare, ma lo sai che non approverò le tue foto!?” Coco era sempre molto difficile, ma avevamo un buon rapporto. Sono contento di quella sessione, anche con Rick Wright e David Gilmour. Alla fine però approvarono solo due foto dello show serale. Coco fu d’accordo, così Gilmour.

Scelga due foto che preferisce tra quelle scattate a David: quella migliore dal punto di vista tecnico e una legata ai suoi ricordi…

Adoro la primissima fatta al Claridges Hotel. Amo quella in bianco e nero di lui durante il Serious Moonlight a Londra, nella quale appare come un “presidente”. Naturalmente anche quella del treno, di cui abbiamo parlato prima. Ne ho fatta una molto bella a Boston, con la scritta luminosa ‘BOWIE’ alle sue spalle. Mi piace molto anche quella della sua silhouette al A Reality Tour in Copenhagen… ce ne sono troppe, ad essere onesto. Ultima ma non meno importante, quella di lui con Gillmour, dal momento che era una delle ultime esibizioni dal vivo.

Una cosa particolare del suo catalogo è che ha immortalato Bowie a fianco di tanti altri colleghi: Mick Jagger, Bono, Kyle Minogue, la sua vecchia amica Lulu, Brian Eno, Robert Smith, Sharleen Spitery dei Texas, Brett Anderson, Pete Townsend… quale era l’atteggiamento di David nei loro confronti e viceversa?

Sì, e mi permetto di dire che all’epoca non si era a abituati ad avere foto del genere… la prima cosa che viene in mente è il reciproco rispetto, ad essere onesto. Colleghi e amici… Bowie era sempre ben disposto nei loro confronti. Alcuni di essi erano grandi fan e naturalmente non vedevano l’ora di farsi fotografare assieme.

Lo scorso novembre ha partecipato alla mostra collettiva Heroes – The Exhibition, che esponeva a Londra le foto realizzate in 60 anni di musica alla SSE Arena di Wembley. Tra gli altri, anche i fotografi Michael Putland e Dave Hogan. Con quante e quali foto ha contribuito?

Beh, ho fotografato alla Wembley Arena per circa 40 anni, perciò hanno fatto bene a chiedere il mio contributo! Sì, il fantastico Michael Putland realizzò una bellissima foto a Bowie in quella cornice, a differenza di me, purtroppo. Ad essere onesti qualche volta sta tutto nelle didascalie delle foto. Quando il mio portfolio è passato da Rex a Getty molte didascalie non erano appropriate oppure mancavano alcuni dettagli. Le foto esposte sono state scelte da quelli di Getty. Un lavoro non facile. Le più vecchie sono quelle fatte a June Carter e Johnny Cash durante gli anni ‘80, ma ve ne sono anche di più recenti a Lenny Kravitz, Taylor Swift, Mariah Carrey, Foo Fighters, Kasabian… tra gli altri. È stato bello parteciparvi.

Qualche mese fa proprio Michael Putland e Terry O’Neill sono scomparsi a distanza di pochi giorni. Ci hanno lasciato un numero incredibile di immagini fantastiche. Quale pensa che sia la loro eredità?

Conoscevo Michael personalmente e la sua scomparsa mi ha colpito profondamente. Sia lui che Terry erano davvero speciali. Avevano ottimi contatti e lavorarono con grandissime stelle dello spettacolo. Tutto quello che hanno fatto è grandioso. Hanno colto l’essenza di quelle celebrità ma anche lo spirito dei tempi nei quali esse vivevano, nel modo migliore. Dio li benedica.

Una volta intervistai Terry O’Neill e gli chiesi quale secondo lui era la miglior foto nella storia della musica rock. Mi rispose dicendomi quella fatta da Ed Caraeff a Jimi Hendrix mentre bruciava la chitarra al Monterey Pop Festival del 1967. E per lei?

Una domanda molto difficile. Ammiro molti fotografi. Recentemente ho acquistato un libro fotografico di Ethan Russell. Con esso c’era una bella stampa di Keith Richards con sullo sfondo un poster che recava la scritta Patience please… a drug free America comes first, del 1972. Adoro anche gli scatti di Jim Marshall e Baron Wolman o Henry Diltz. Lavoravano per Rolling Stone negli anni d’oro della musica. Ci sono grandi fotografie di quel periodo.

La mostra David Bowie Is ha viaggiato in tutto il mondo negli ultimi anni. L’ha visitata? Che sensazioni le ha suscitato?

Sì, la vidi nella sua prima tappa a Londra, al V&A Museum. Mi è piaciuta. Molte cose le conoscevo ma per molti altri deve essere stata ancora meglio. È stata la prima nel suo genere. Seguita poi da quelle di Rolling Stones e Pink Floyd. Il resto del mondo li imiterà. Quella di Bowie era la più emotiva, anche a causa della sua scomparsa.

Negli ultimi anni ha tenuto alcune mostre fotografiche dedicate a Bowie in diverse città del suo paese di origine, la Serbia. Quale è stato il responso del pubblico?

Quella a Belgrado, la mia città, è stata onestamente straordinaria. Ha avuto una grande produzione alle spalle e sin dall’inizio ha ottenuto un grande successo. Belgrado ha davvero risposto con un amore nei confronti di Bowie e del mio lavoro con lui. Ne sono molto orgoglioso e grato. Ne ho fatte altre ma quella probabilmente è la più grande e la migliore. Tantissime persone l’hanno vista e amata. In Zagrabia ho esposto le mie foto di Bowie al MUO, il Museum of Arts and Crafts, il più prestigioso in tutta la Croazia. È stato accolto con molto interesse e rispetto. Dopo questi ne sono seguiti altri.

So che ha fatto una grande mostra, a Lima, in Perù. Mi ha un po’ sorpreso. Come è successo?

In realtà ho esposto due volte a Lima. Prima con le mie fotografie dei Rolling Stones alla National Library, quando loro suonarono per la prima volta in assoluto nel paese, all’Estadio Monumental, il 6 marzo 2016. Due anni più tardi, nel 2018, ne è stata allestita una a tema David Bowie presso il Centro Cultural Ricardo Palma. Sempre in marzo. Come mai? Beh, perché me lo ha proposto un’amica peruviana che vive a Vancouver, Canada, e ho accettato. Conosceva le persone giuste e lo abbiamo organizzato assieme. È stato grandioso e ho molti amici là ora.

Circa 4 anni fa David ci ha lasciati. Quale è stato il suo primo pensiero la mattina dell’11 gennaio 2016?

Tristezza. Sapevo che non stava bene e la cosa era tenuta in qualche modo segreta. Quando ho appreso la notizia sono rimasto scioccato. Non ci potevo credere. Ma sono tornati alla mia mente molti bei ricordi. Ne sono ancora provato. Ho avvertito la mancanza di qualcosa vicino a me. Penso che sia un sentimento comune. Le sue canzoni e la sua musica sono diventate in qualche modo parte della loro vita, considerano la sua morte come una perdita personale. Ricordo tutti i titoli in prima copertina sui giornali del Regno Unito. Non penso sia successo qualcosa di simile prima. Nemmeno per John Lennon. Credo che i tempi siano cambiati e la musica popolare, con i suoi autori, sia diventata parte delle istituzioni, molto più di una volta.

Lei ha anche fatto dei servizi fotografici durante alcuni concerti tributo da parte di vari artisti durante il 2016 e 2017. Quale era il mood prevalente tra il pubblico?

Il primo tributo fu fatto dalla sua band alla Brixton Academy, Bowie era nato proprio a Brixton. Con molti ospiti speciali. Tutto era pervaso da un sentimento di felicità. Non c’era spazio per la tristezza. Ciascuno stava celebrando la vita di David con la sua musica.

Era anche ai 2016 BRITs Awards, quando la sua band ha suonato con Lorde e Gary Oldman lo ha ricordato con un discorso toccante…

Sì, Gary aveva partecipato anche al concerto di Brixton. Erano buoni amici. I BRITs sono stati un fantastico tributo. Qualcosa di diverso. Sarebbe piaciuto a David. Era inevitabile che gli rendessero omaggio.

Quale artista del passato le sarebbe piaciuto fotografare?

Solo quelli che non ho potuto immortalare perché erano già scomparsi. Jimi, Jim, Janis, John Lennon… i più grandi!

Lei si trasferì a Londra alla fine degli anni ‘70. Una scelta che si rivelò appropriata per la sua carriera. Pensa che la capitale britannica abbia ancora un ruolo così significativo per la scena musicale?

Sono stato fortunato. Ad essere onesto non avevo pianificato nulla, semplicemente è andata così. Amavo il rock e la fotografia. Combinai le due cose solo per passione. Ora le cose sono diverse. La musica è diventa semplice business. Sono riuscito a godere degli ultimi sprazzi della musica come era ai vecchi tempi, nei quali i musicisti e i fotografi lavoravano di comune accordo. Ora quest’ultimi sono in grande difficoltà perché gli artisti non hanno più bisogno di noi, si concedono molto meno. Vendono i loro concerti in pochi minuti e non si preoccupano più delle recensioni. Lady Gaga nei suoi tour non è seguita da fotografi ufficiali. Tutto è diverso. La fotografia digitale è diventata una specie di maledizione. Ha diluito la vera arte. Ognuno può essere un fotografo. Per quanto riguarda Londra… beh, sarà sempre un posto speciale. Anche per la musica. Sebbene il panorama sia molto cambiato e continui a cambiare. Le sue arene e i suoi stadi sono sempre sold out. Ognuno qui trova la sua via.

Frank Sinatra

Devo ammettere che anche il rock è diventato una cosa molto diversa da quello che era in passato, soprattutto per la scomparsa di alcuni grandi musicisti. Qualche volta penso che le nuove generazioni di cantanti non siano allo stesso livello dei loro predecessori. Che ne pensa? C’è qualcuno che la entusiasma allo stesso modo di altri che ha incontrato e immortalato in passato?

Sono d’accordo. La maggior parte dei più grandi se ne è andata, oppure stanno scomparendo un po’ alla volta. Sono sempre ben disposto verso la nuova musica, ma non succede spesso di sentire qualcosa di buono. Oppure dura poco. Ammetto che il mio “problema” è avere visto grandissimi artisti e di avere amato tanto la loro musica. Sì, è ormai vecchia, ma di qualità e originale. È più facile per i giovani che non sanno nulla e vogliono solo divertirsi. Ma il mondo della musica continuerà ad andare avanti. Tra gli esempi di buona musica posso citare Amy Winehouse, ma anche lei se ne è andata.

So che le scattò delle foto molto particolari…

Sì, era il 19 giugno 2011. Il suo PR e manager mi chiese di fotografarla al concerto di Belgrado. Amy aveva avuto alcuni problemi nell’ultima data in Brasile e nessuno sapeva cosa aspettarsi. Nemmeno le ventimila persone che avevano pagato dei costosi biglietti per assistere a una grande esibizione. Quel giorno il mio cellulare continuava a squillare perché, scoprii, ero l’unico fotografo con il permesso a ritrarla. Tutte le testate volevano le mie foto. Nel giro di poche ore la stampa era furente con me, divenni “colpevole” di questa esclusiva, così promisi di inviare un paio di foto esclusive a tutti i giornali, senza ricompensa. Amy arrivò tardi nel backstage e io ero pronto con il mio tecnico a inviare, appena ottenute, le immagini ai giornali. Anche il pubblico era davvero impaziente. Da subito capimmo che qualcosa non andava. Appena uscì sul palco, Amy inciampò e cadde. Aveva lo sguardo perso e cantò per un po’. Parlava con i membri della sua band e continuava a cadere. Non era quello che la gente si aspettava. Scattai qualche frame, che inviammo subito ai giornali, ma lei stava in fondo al palco, quasi non la si vedeva. Amy non era affatto in buona forma, i ragazzi delle prime fila erano contenti di vedere la loro beniamina ma la maggior parte dell’audience fischiava e anche l’allora Primo Ministro se ne andò. Amì riuscì a cantare qualcosa nel breve set ma tutti erano molto scontenti. Non fu una cosa piacevole e provai molto dispiacere, soprattutto per Amy. Mandai altre foto attraverso il mio agente ma come sempre feci del mio meglio per proteggere il mio cliente e far apparire Amy nel migliore dei modi. La successiva data in Turchia venne annullata, così come il resto del tour. La vidi per l’ultima volta qualche settimana dopo, quando raggiunse sul palco sua cugina Dionne Bromfield per una canzone. Subito dopo la tragedia. Abbiamo perso una grande performer. Tempo dopo riguardai alcune foto che le avevo scattato quel giorno a Belgrado. Decisi di rendere pubbliche le immagini che la ritraevano come realmente era e si sentiva. Con l’intenzione di documentare una così grande perdita.

Dando per scontato che lei sia un amante del rock… quale è la musica che preferisce e il suo musicista preferito?

Effettivamente hai ragione, lo sono. Potremmo dire i Rolling Stones e i Beatles, Jimi Hendrix, i Kinks, i Led Zeppelin ed i Pink FloydDavid Bowie, Bob Dylan, la Allman Brothers Band, i Lynyrd Skynyrd. Amo anche Sinatra e Bob Marley, I Creedence Clearwater Revival. Mi piacciono pure i Radiohead. Ed i Primal Scream, gli U2… Eric Clapton solista e con i Cream. Potrei continuare a lungo. Amo anche la Motown music, Stevie Wonder… Per molti anni mi sono recato a Modena per documentare il Pavarotti & Friends, presso il Parco Novi Sad. Ho lavorato molto con lui. Ero davvero orgoglioso di essere il fotografo del Maestro Pavarotti!

Intervista ideata, realizzata e tradotta da Matteo Tonolli, originariamente apparsa su David Bowie News, © 2020. Tutte le foto © Brian Rašić

25 Marzo 2020
25 Marzo 2020
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