Maledettamente contemporanei. Intervista ai Buñuel

Nel gennaio di due anni fa salutavamo con curiosità e interesse la nascita del progetto Buñuel, collaborazione internazionale tra tre valenti (scusate il gioco di parole) rocker radicali di casa nostra e un veterano della scena americana, tutti appassionati dei suoni più crudi e intensi che si possano estrarre oggigiorno da un combo rock. Dopo un debut veemente e hardcore «in pieno stile Touch and Go», come raccontavano le varie voci del quartetto in un’intervista a ridosso dell’uscita di A Resting Place for Strangers, ecco che il secondo album The Easy Way Out raccoglie il testimone dell’opera prima e lo porta per un altro giro di pista tra le pieghe di un rock-blues esacerbato e destrutturato, più aperto a brani lenti e “atmosferici”, ma in ogni caso sempre prossimo alla soglia del dolore acustico. Di un “blues dalle viscere e dagli inferi del suono (post?) rock” e di “rock and roll surriscaldati e dalle strutture irregolari e travolgenti” abbiamo parlato in sede di recensione per descrivere le tonalità di quest’opera seconda, in cui ritroviamo la voce ferina di Eugene Robinson (Oxbow), le chitarre (e non solo) dai timbri fantasiosi e rumorosissimi di Xabier Iriondo (Afterhours, Six Minute War Madness, A Short Apnea) e i martellamenti a suon di decibel della sezione ritmica targata Teatro degli Orrori (Pierpaolo Capovilla e Franz Valente). Stavolta è il solo Xabier, che del nuovo disco è anche il produttore artistico, a raccontarci come è nato e a ragguagliarci sui timbri strumentali che sono la sua specialità e su altri particolari (fornendoci anche qualche correzione alle nostre impressioni a caldo, utile a capire meglio la dinamica del disco). Lasciamo a lui la parola.

Ci eravamo sentiti all’epoca di A Resting Place for Strangers. È appena uscito The Easy Way Out, il vostro secondo disco come Buñuel. Direi che il progetto sta iniziando a crescere, e anche che ci state prendendo sempre più gusto, o sbaglio?

Credo che la creatura Buñuel già al suo esordio, due anni fa, fosse adulta. Questo non significa che non ci sia stato lo spazio per crescere. Anzi, questo spazio ce lo siamo preso (ognuno con tempi e modi diversi) e abbiamo spinto l’acceleratore verso i territori musicali e verbali che amiamo, senza compromessi, mettendoci a nudo.

Posso chiedervi a tal proposito se ci sono differenze nell’approccio tra questo nuovo album e il precedente?

Ogni disco nel quale ho suonato in vita mia è diverso dai precedenti. Questo secondo album di Buñuel porta all’estremo certe tecniche compositive che abbiamo toccato nel primo ed apre a momenti “altri” più lenti e destrutturati, nati durante delle sessioni improvvisative.

Dalle note di copertina vedo che avete cambiato studio e lavorate sempre separati – Eugene negli States, voi altri in Italia – eppure c’è una tensione tra strumenti e voce che mi fa pensare a qualcosa di più articolato della semplice aggiunta del cantato a un pezzo già fatto e finito. Per questo volevo chiedere qualcosa in più su come componete e se quando girate per i concerti ne approfittate per scrivere anche insieme…

Io posso raccontarti come è andata per The Easy Way Out. Alla fine del tour del 2016 seguito all’uscita del nostro primo album, Pierpaolo Capovilla, Franz Valente e io abbiamo allestito uno studio mobile (all’interno di una delle sale di COX18 a Milano) e registrato per due giorni delle improvvisazioni. Alcuni mesi dopo abbiamo composto e registrato in uno studio della zona di Verona dei nuovi brani e successivamente ho editato il frutto di queste registrazioni e inviato a Eugene S. Robinson undici basi musicali. Lui ha scritto i testi, registrato le voci e rinviato il tutto. A quel punto al Dirty Sound studio ho prodotto e mixato il disco. Durante lo scorso tour, oltre a suonare i brani di A Resting Place for Strangers, ci concedemmo lo spazio per lavorare su un nuovo momento musicale cresciuto di concerto in concerto: questo brano lo si può trovare in The Easy Way Out, si chiama The Sanction.

Nel nuovo LP si fanno notare brani più lenti e con strutture diverse rispetto al vostro debutto: è una situazione a cui pensavate già dall’inizio o che è nata durante le session? Lavorate sempre velocemente e improvvisando molto?

I brani più lenti li abbiamo sentiti e pensati prima di improvvisarli, cercavamo di dare uno spazio maggiore alla voce di Eugene, che i brani al fulmicotone non gli potevano dare.

Ho avvertito in alcuni brani, come Boys to Men, un’impronta più blues. Siete d’accordo?

Credo che ci sia sempre stata un’anima blues in Buñuel, tanto nel primo album quanto in questo secondo.

A proposito, c’è qualche pezzo del nuovo album di cui siete particolarmente soddisfatti e che vi va di mettere in evidenza?

Difficile dare un giudizio, scegliere uno dei tuoi bimbi e raccontare di quello di cui sei più soddisfatto, non trovi? Sono orgoglioso delle composizioni, dei timbri, degli arrangiamenti e del mix di questo disco, mi piace molto. Lo trovo un disco inclassificabile e maledettamente contemporaneo.

A proposito di Boys to Men, ho una curiosità più tecnica: c’è un assolo terrificante (in senso buono) o comunque una sezione strumentale molto tagliente che parte intorno al minuto quattro. Sei tu, Xabier, che suoni la slide/melobar? L’altro strumento che entra (intorno al minuto 4.45) sembra un theremin o qualcosa di simile: è il mahai metak?

Sono sempre io … tutto slide sulla melobar.

Raccontami un po’ di questi strumenti. Il mahai metak tra l’altro è proprio una tua creazione e lo usi anche con gli Afterhours…

La melobar è una sorta di lap steel a 10 corde che si suona in piedi e si imbraccia come una chitarra. Il mahai metak (in lingua basca mahai significa “tavolo” e metak “covone di paglia”) è un cordofono progettato e realizzato da me (e da un amico liutaio): una chitarra orizzontale “preparata” all’interno della quale troviamo 10 corde, un oscillatore e un fuzz.

Il riff di The Roll è affidato a un organo/tastiera o parliamo anche qui di un altro strumento?

È suonato con la mia chitarra elettrica e con un pedale che articola un timbro organistico.

Come ultima domanda ti chiedo se ti va di parlarci dei vostri prossimi progetti come band e come singoli…

Attualmente quello che per noi conta è parlare del nostro tour e della possibilità di farne uno in futuro nell’autunno/inverno 2018. Siamo concentrati sull’organizzare e portare in giro la musica di Buñuel.

21 maggio 2018
21 maggio 2018
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