Il cantautore e il musicista. Intervista a Colapesce

Di Colapesce si può dire tutto, ma non che non abbia il coraggio di mettersi alla prova. Egomostro – pubblicato a febbraio 2015 – non è il doppio di Un meraviglioso declino, come qualcuno avrebbe potuto ipotizzare dopo il buon successo del disco d’esordio, ma uno sviluppo ulteriore, da un certo punto di vista persino un azzardo. Un lavoro corale che parla del musicista prima che del cantautore, che spicca nei timbri, nella produzione artistica e negli apporti strumentali prima che in quella poetica intima e sussurrata che Lorenzo Urciullo ci insegnato ad apprezzare.

Abbiamo voluto approfondire proprio queste tematiche con il diretto interessato, che non ha esitato a spendersi in dettagli tecnici legati al nuovo album, esternazioni sul mondo della discografia e commenti personali. Questi ultimi utilissimi per comprendere non solo la poetica, ma anche la personalità di un artista che, volente o nolente, ha segnato – e continua a farlo – la scena musicale italiana di questo inizio millennio.

Il tuo Un meraviglioso declino ha raccolto consensi ovunque, ha venduto benissimo (tanto da essere ristampato in edizione deluxe), è stato premiato con una Targa Tenco come miglior esordio del 2012: meglio di così non poteva andare. Ti aspettavi tutto quello che è successo? A cosa credi sia dovuta l’estrema attenzione riservata a quel disco?

Non mi aspettavo assolutamente quell’accoglienza, c’è stato un momento in cui non volevo neanche pubblicarlo, quel disco. Mi capita spesso con le cose che faccio, forse perché ci lavoro troppo. Non l’ho scritto in un bel momento: mi ero appena laureato e non sapevo che fare del mio futuro, soffrivo di attacchi di panico ed “egomostrite” latente. Forse ha avuto tutta quell’attenzione perché è un disco sincero (qualità rara nella musica moderna), che tende un po’ ad ammiccare, nel mainstream, ma soprattutto nell’indie. Credo che la sincerità alla lunga (lunghissima) ripaghi sempre e arrivi con più forza all’ascoltatore, ovviamente all’ascoltatore disposto a ricevere un determinato messaggio “vero”. Anche se stiamo parlando comunque di una minoranza in via d’estinzione.

Come hai vissuto il periodo subito successivo alla pubblicazione di quell’album?

Incertezza e scetticismo (non sono particolarmente ottimista, credo sia evidente). Quando è uscito il primo EP di Colapesce, nel 2010, non sapevo neanche se avrebbe avuto un seguito. Avevo questa manciata di canzoni, le ho messe insieme e le ho pubblicate su Bandcamp solo in digitale. Non avevo un editore, non avevo un’agenzia di booking, e abbiamo mangiato tanta polvere in sala prove e macinato parecchi chilometri con un furgone blu con le valigie legate sul tetto.

Fortunatamente la 42records di Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza ci ha creduto da subito, poi si è aggiunto l’entusiasmo di DNA concerti e la passione di Ferdinando Arnò di Quiet Please! per l’aspetto editoriale; è stato lui a produrre Anche oggi si dorme domani per quel Sanremo di Fazio del 2013 a cui non ho partecipato. L’album ha avuto un’esplosione lenta: è stato accolto bene, ma ci ha messo quasi sei mesi a fare breccia nei cuori e nelle orecchie della gente. C’è stato un prima e un dopo. Ed è strano, perché di solito si dice che la spinta propulsiva dei dischi sia destinata ad esaurirsi dopo un paio di mesi; la mia è stata un’incredibile e assolutamente non pronosticata anomalia

Come si affronta un disco musicalmente complesso come Egomostro dopo i fasti di Un meraviglioso declino? Quanto può essere difficile non ripetersi quando hai alle spalle un buon successo discografico?

Il non ripetersi non è una cosa programmabile, deve venirti naturale, e per Egomostro fortunatamente è stato così. Ho lavorato sul disco per due anni buoni. Quando iniziai a registrare i primi provini a casa ero terrorizzato, il secondo disco è davvero la cosa più difficile da fare (non è una leggenda metropolitana), soprattuto se il primo è andato discretamente. Si creano aspettative da parte di tutti, da tua madre al blogger di Borgo Nocchiara frazione di Villasmundo appassionato di musica italiana. Egomostro parte proprio da lì, dal concetto di micro-successo che falsa i rapporti che hai con il mondo esterno e con le persone che ami. Non si deve per forza essere artisti o personaggi famosi per essere affetti da “egomostrite”. Ho visto gente atteggiarsi perché il micro-famoso X le ha risposto su Instagram. Diciamo che la sobrietà come valore è stato completamente frantumato dai social network. Se considerassimo il selfie come argomento di analisi, ne uscirebbe fuori un trattato di sociologia in cinque volumi da 1000 pagine l’uno.

ph: Fabrizio Vatieri

Che idea di suono avevi in testa quando hai iniziato a lavorare al nuovo materiale?

Volevo un suono diverso rispetto a Un meraviglioso declino, che era più filo-americano come sonorità. I miei ascolti, negli ultimi anni, si sono sintonizzati più a sud, e non mi riferisco solo alla musica popolare in senso stretto. Basti citare i Talking Heads o i Tinariwen, per capirci. Poi ho compreso che volevo un suono preciso, che si è materializzato man mano grazie anche all’aiuto di Mario Conte, che ha curato insieme a me la produzione artistica.

La batteria, per esempio, doveva avere un suono preciso a cavallo tra fine ’70 e primi ’80, fra Una donna per amico e Born Under Punches (The Heat Goes On), alcuni bassi li volevo sintetici, volevo batterie elettroniche (il parco giochi di Mario è stato tra TR808, 909, CR78, etc…), volevo dei synth (abbiamo usato principalmente Oberheim, synth modulari, moog, Poly Evolver) così come le chitarre, che per me sono da sempre Fender, Overdrive e valvole; questa volta ho utilizzato anche un Roland Jazz Chorus a transistor (che fa subito Africa ’70) e una Gibson 335.

Poi c’è il theremin di Vincenzo Vasi, il tamburo a cornice di Alfio Antico, il Marxophone degli anni ’30 di Alfredo Maddaluno (che nelle recensioni viene scambiato puntualmente per un synth), i sax finti misti ai sax veri. Insomma, è il disco delle eresie. Egomostro ha un Ego gigante, è un azzardo. Ma volevo sentirmi libero di sperimentare, di sbagliare, di indebitarmi per i prossimi due anni. Forse le uniche cose che non sono cambiate, rispetto al passato, sono le chitarre acustiche, quel suono Neil Young, tipo su Maledetti italiani, quelle no, non me le deve toccare nessuno. Giacomo Fiorenza è stato bravissimo a seguire gran parte delle riprese acustiche e il mix insieme a Mario e a me, che mi aggiravo come uno spettro fra i tanti pre-amplificatori dell’Alpha Dept.

In sede di co-produzione artistica hai chiamato Mario Conte. In che modo la sua esperienza musicale ha segnato l’estetica del disco?

E’ stata una collaborazione prolifica; Mario è un ricercatore, più che un musicista; eravamo in sintonia su molti aspetti, molti provini erano già chiari così come li avevo registrati a casa, e quindi li abbiamo solo sviluppati. In altri brani, invece, è stata fondamentale la pre-produzione fatta insieme e anche l’essere entrati in saletta con Alfredo Maddaluno e Giuseppe Sindona, il mio bassista storico (suoniamo insieme da sempre, quindi non devo spiegargli nulla), per provare i pezzi live, come una band. Mario è ferratissimo sul programming e sui sintetizzatori, vi invito ad ascoltare il suo viaggio Overtones, dove ha campionato la cupa cupa, un organo a canne installato sul mare che suona da solo in base alle onde e alle maree. Alcuni brani con la cassa in 4 sono veri e propri viaggi. Scopritelo.

Egomostro mi pare un album molto coeso, per quanto vario nei suoni. Sembra quasi il parto di una band (penso ad esempio, a brani come Dopo il diluvio). Quanto è stato importante il contributo dei musicisti chiamati ad accompagnarti in questo disco?

Lo accennavo prima, è stato fondamentale. Ma per me è normale lavorare così, non sono un cantautore di razza, non lo sono mai stato, anche se molti mi definiscono così. Io sono abituato a suonare in gruppo, si crea un’energia diversa che poi dà quel senso di coesione che hai notato. Non riuscirei a suonare con musicisti a chiamata o turnisti, mi piace collaborare con artisti con una storia alla spalle e del buongusto personale. Penso a Fabio Rondanini, che ha suonato gran parte delle batterie, lui è un vero artista, o anche a Gaetano Santoro, un sassofonista jazz incredibile; lo stesso Mario, Peppe, Alfredo, Alfio, Vincenzo, Alessandro Quintavalle, sono tutti Musicisti e non operai della musica, che è una cosa ben diversa.

ph: Fabrizio Vatieri

Cosa significa essere un musicista indipendente con un buon successo in Italia? Come cambiano i rapporti con gli altri musicisti o con gli addetti ai lavori?

Intanto ci tengo a precisare che non ho comprato una villa a Malindi, con Un meraviglioso declino, e dubito che lo farò con Egomostro. Fatta questa breve premessa, con i musicisti e amici veri non cambia nulla, anche se a volte questi ultimi sopravvalutano il progetto e hanno pretese e richieste che neanche io faccio a me stesso. Quando posso li accontento, ma cerco sempre di essere realista nelle valutazioni. Una cosa che cambia è il livello di professionalità, puoi permetterti qualche “lusso”, qualche richiesta in più. Per esempio, durante il tour, chiedere cinque monitor funzionanti anziché uno scassato, avere un fonico di sala bravo e un tecnico sul palco che ti aiuta se ti cade l’asta del microfono mentre fai il cretino. Con i giornalisti non saprei, ancora è presto per fare bilanci.

Egomostro esce sempre per 42 Records. Hai ricevuto proposte da grosse etichette discografiche dopo la pubblicazione di Un meraviglioso declino?

Ho avuto qualche tiepida proposta, ma niente di convincente, Egomostro è un po’ il mio Loveless, una follia che solo un pazzo con istinti autodistruttivi può pensare. È un disco pop ma non troppo per una major, major che ultimamente preferiscono investire solo su progetti trimestrali. Strategia che li porterà al fallimento in 5, 4, 3, 2, 1…Si esaltano tra i talent-show e il mese di Sanremo, che li fa sentire forti, ma quando finisce l’effetto resta il deserto e la paranoia. La produzione esecutiva di Egomostro è a mio carico, con l’aiuto di mio padre, e ne vado fiero. 42records sta comunque investendo parecchio su tutto: Giacomo mi segue anche live come fonico e tour manager ed Emiliano Colasanti, che segue più l’aspetto manageriale, è una macchina da guerra. Ma è ovvio che siamo dei sognatori, devi esserlo o conviene cambiare mestiere. Il nostro motto è “never for money, all is for Love”, parafrasando David Byrne, anche se ad alcuni nostri collaboratori non è chiaro.

colapesce - maledetti italiani_video

Quanto ti senti vicino alla tradizione cantautorale italiana e in cosa credi che la tua musica si rifaccia a quella tradizione?

Ascolto molta musica italiana, ma non ho un rapporto esclusivo col cantautorato, come la stampa puntualmente scrive. Mi sento vicino a quella tradizione per tutto quel che concerne l’aspetto testuale e narrativo delle mie canzoni. Non credo nella nuova leva cantaurorale degli anni cippa lippa, la sento patetica, non mi piacciono le scuole o le definizioni. Credo nella musica e nella sua unicità, credo che in Italia abbiamo avuto grandi occasioni sprecate.

Penso che sia naturale avere influenze chiare e precise, ma trovo ridicolo riproporre in maniera pedissequa un modello di 45 anni fa per quanto riguarda i neo-cantautori, e un modello produttivo fermo alla fine degli anni ’80, primi ’90 brutti (quelli col rullantino e lo splash), per quel che riguarda il mainstream. Anche se noto con gioia che i produttori italiani più blasonati hanno scoperto, dopo dieci anni, i Coldplay. Adesso le radio sono invase da arpeggi di piano melodici con successive esplosioni di chitarre nel ritornello. Le voci trascinano vocali oltre i dieci secondi (ma del salto di tonalità non ci libereremo così facilmente). Del resto Il Volo sono una summa di tutto questo. Sono i Muse da pub, il rullante di Baglioni degli anni ’90 e poi lui, il bel canto, la nostra piccola croce per una religione con milioni di fedeli emigranti, in tutto il mondo.

5 Marzo 2015
5 Marzo 2015
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