Creare musica come processo filosofico e spirituale. Intervista ai Comet Is Coming

I Comet Is Coming sono in Italia per le loro prime date live post lockdown – ACIELOAPERTO, Locus Festival e Sant’Anna Arresi – un’occasione perfetta per interrogarli su vita, arte e questioni razziali in quest’estate particolare. King Shabaka, Danalogue e Betamax non si sono fatti deprimere dall’isolamento, anzi l’hanno vissuto come un momento di necessario break dopo fitti anni di tour e concerti. Nel frattempo, hanno ascoltato e creato un bel po’ di nuova musica con ancor più dedizione e passione. Sono dei grandi musicisti ma anche dei saggi visionari. La nostra intervista.

La vostra musica è rientrata nel calderone del “New Wave of British Experimental Jazz” (NWOBEJ). Il vostro è un mix di space rock, elettronica, Jazz e Spiritual Jazz e altro ancora. Come vi destreggiate nel mescolarli tutti assieme? L’etichetta ombrello di cui sopra, e le etichette in generale, non vi vanno un po’ strette? Vi sentite intrappolati da tutte queste definizioni giornalistiche?

DANALOGUE: non ci sentiamo intrappolati dalle etichette perché quando creiamo la nostra musica, lo facciamo dal nulla. Suono dal rumore. Direttamente dai meandri del nostro subconscio. Non ci curiamo di generi o costrutti quando componiamo. Quando consideri gli effetti psichici e mentali che la musica esercita sulle persone nel momento esatto in cui premi il tasto play su una traccia, lo consideri una forma di tangibile magia. La gente che si preoccupa di etichettare e nominare le cose sta probabilmente cercando di categorizzare giusto per il gusto di creare dei pattern, un esercizio che i nostri cervelli sono sempre desiderosi di mettere in pratica.

Londra in particolare, e non meno l’intero Regno Unito, possiede attualmente la scena jazz più eccitante al mondo. Musicisti, producer e band stanno lavorando a stretto contatto (Shabaka suona in molte di loro) e Peckham sembra una sorta di nuovo Greenwich Village. Moses Boyd, Wilma Archer, Nubya Garcia, Theon Cross, Kamaal Williams, Tom Misch, Yussef Dayes e Alfa Mist sono nomi che godono di fama internazionale. Quando avete realizzato di far parte di un movimento e che qualcosa di così potente stava accadendo in città?

KING SHABAKA: Londra ha una lunga tradizione di musicisti provenienti da molteplici discipline che si trovano per creare musica assieme. La cosa che può esser differente ora è che questo si lega a un’attenzione mediatica particolare e per il fatto che una audience giovane sta dando grande supporto alla scena. Penso di aver realizzato che qualcosa di grosso stava accadendo quando ho visto giovani di differenti estrazioni sociali mandare i concerti sold out.

Due EP e tre album in meno di quattro anni, due di loro nell’arco di soli sei mesi durante il 2019. E’ un sacco di musica, considerando che siete coinvolti in molti progetti contemporaneamente. Come lavorate in studio? Quanta importanza ricopre l’improvvisazione? Viene prima la musica o prima il concept? Penso a Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery e The Afterlife, che sono lavori fortemente legati tra loro, considerabili come un tutt’uno, un concept sulla vita e la morte…

DANALOGUE: ci consideriamo fortunati ad avere questa grande sinergia, produciamo e missiamo la nostra musica, abbiamo il completo controllo sull’intero processo creativo. Registriamo tutto assieme, in un periodo di tre o quattro giorni molto intensi, catturiamo la prima take, la sua scintilla vitale. Lavoriamo molto velocemente e molto intensamente, poi Betamax e io ci prendiamo un po’ di mesi “in laboratorio” lontano da tutto e da tutti, ordendo e miscelando il tutto in una sorta di alchimia sonora. Durante quel periodo Shabaka è libero di scrivere nuova musica e andare in tour con altre band, e noi abbiamo il tempo di aggiungere synth e batterie. Dunque è un magnifico processo creativo per tutti noi.

Per quanto riguarda il concept, questo è codificato nella musica e non separabile da essa. La musica è il risultato di un processo filosofico e spirituale che affrontiamo come esseri umani. La porta della creatività è aperta con noi ad immaginare nuovi mondi e nuovi modi di percepirli, è una distorsione temporale, uno sfasamento gravitazionale. Alle volte ciò che la musica che abbiamo creato riflette ci fa realizzare che è questo quello che volevamo esprimere.

Siete entrati nel catalogo Impulse! che è sinonimo di jazz nel mondo. Un grande riconoscimento per il vostro lavoro. Siete compagni di label di icone immortali come Coltrane (Alice & John), Sanders, Lateef, Roach, Rollins e Sun Ra. Che ruolo ha esercitato l’experimental jazz dei ’60 e ’70 sul vostro approccio musicale?

KING SHABAKA: quell’era ha definitivamente aperto le porte della percezione alla forza infinita della musica di trascendere ogni definizione precostituita, ogni parametro inibitorio.

Il lockdown ha costretto milioni di persone a stare a casa costringendo molti artisti a lavorare in isolamento. Che impatto ha avuto l’epidemia sulle vostre vite a livello umano e di produzione musicale? Siete stati in grado di produrre in questo strano periodo?

KING SHABAKA sì, mi sento persino ringiovanito a livello compositivo e creativo da quando non sento la pressione di dover rientrare in questo spazio concentrato che risponde alle logiche brutali del tour. In ultima istanza, la pandemia ha costretto ognuno di noi ad affrontare sé stesso, il che, creativamente, se riesci a imbrigliare la consapevolezza che questo comporta, è da sempre la via maestra per la grandezza.

Negli ultimi mesi il Black Lives Matter ha riportato all’evidenza i problemi di razzismo che ancora affliggono il mondo. Londra è nota al mondo per la sua spiccata multietnicità e multiculturalità. Credi che questa città e il Regno Unito tutto siano pronti per sconfiggere questa piaga?

BETAMAX: Londra si è mostrata in più occasioni un esempio positivo per l’integrazione ma il razzismo è tuttora incapsulato nella cultura. Credo sia pericoloso sottovalutare questo aspetto. La dinamica dietro le forze che stanno alla base delle divisioni è probabilmente al massimo quando nuove tecnologie condizionano i nostri pregiudizi. Molti dicono di voler terminare il problema del razzismo ma questo richiede un supporto continuo e una grande autoanalisi. Dobbiamo osservare i nostri pensieri interiori e scoperchiare le loro connessioni con il pregiudizio. Il pregiudizio è facile da imparare ma altrettanto difficile da disimparare. L’azione, le parole, la musica e la verità ci guideranno.

Pian piano i concerti stanno ripartendo in tutta Europa. Nel frattempo la pandemia ha stravolto le nostre abitudini e modalità di vivere i live. Sarete in Italia per alcune date tra cui Acieloaperto, Locus e Sant’Anna Arresi. Come vi sentite a ritornare sul palco?

DANALOGUE: mi è mancato molto il feeling di suonare davanti ad un pubblico, sentire quelle vibrazioni e quell’energia. Tuttavia, avendo suonato così tanto per così tanto tempo, la pausa forzata ci ha dato la possibilità di rilassarci e ricaricarci. Certo, non vediamo l’ora di poter suonare in Italia. È sempre bellissimo lì da voi.

Avete ascoltato buona musica ultimamente? C’è qualcosa di nuovo che avete ascoltato che vi influenzato?

BETAMAX: negli ultimi due anni ho ascoltato un sacco i Tomaga. Sono un duo sperimentale formato da  Tom Relleen alle elettroniche e dalla batterista italiana Valentina Magaletti. Creano landscape ipnotici. Il loro sound è assieme scuro e giocoso. La mia mente ne viene risucchiata. È musica minimale ma riescono a dire moltissimo ugualmente, sembra quasi statica, che non porti da nessuna parte se non verso uno spazio interiore.

Progetti futuri? Un nuovo album in arrivo?

BETAMAX: ci sono un sacco di progetti in ballo per tutti noi. Io e Danalogue stiamo producendo un nuovo album a nome Soccer96 ed è previsto per la prima parte del prossimo anno. Dan inoltre produrrà un album con Sarathy Korwar e un altro con Alabaster DePlume. Shabaka sta creando nuova musica per i Sons of Kemet, e altro ancora. Per quanto mi riguarda sto facendo uscire un nuovo progetto sperimentale chiamato Coma World ed è previsto per questo autunno. Inoltre ho un altro album, Champange Dub, in via di pubblicazione. Sto lavorando anche a un disco con mio padre, Clive Bell, che suona il flauto. Non ultimo, verso la fine dell’anno produrremo un altro lavoro dei Comet is Coming. Non vediamo l’ora, anche se credo verrà posticipato al 2022 a causa del Covid-19. Spero valga la pena di aspettare così a lungo per la sua uscita.