Un progetto di musica contemporanea italiana. Intervista a Dargen D’Amico

A poche settimane di distanza dall’uscita del sesto album D’iO, abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere via Skype con Dargen D’Amico – che stavolta ci è sembrato non rispettare in pieno la sua fama di “imbarazzatore d’intervistatori” di cui era stato “vittima” il nostro Gabriele Marino in un articolo del 2010 –  affrontando a tutto tondo diverse tematiche: il nuovo disco, ovviamente, ma anche il ruolo dello streaming nella scena attuale, le differenze tra metropoli e provincia, la questione religiosa, ma anche Four Tet. Il tutto con la solita, disarmante ironia.

Ciao Dargen, come va? Da pochi giorni si è concluso il tuo tour negli in-store: com’è stata questa esperienza a contatto ravvicinato con il pubblico, profondamente differente dalla dimensione dei concerti?

Si può dire che è una modalità quasi obbligatoria nel mondo della musica – almeno, italiana – di oggi. Devo confessare che mi trovo molto bene con le persone che incontro, con quelli che decidono di venire e che ascoltano questi dischi vivendoli più o meno come li vivo io. Mi trovo alquanto in confidenza ed è piacevole passare del tempo a chiacchierare, scambiandosi punti di vista sull’album.

Nelle varie interviste hai affermato che in D’iOc’è quello che ho capito oggi di ogni disco che ho pubblicato”. Con una carriera di sei album alle spalle, ci sono scelte del passato che non rifaresti e altre che, al contrario, hai trovato particolarmente fortunate da portare avanti nel tempo?

In realtà è una questione che non mi sono mai posto, quindi devo dirti di no, ma forse trovandomi oggi a dover selezionare delle scelte, probabilmente potrei optare per soluzioni diverse. Non ho analizzato quanto fatto in base alla riuscita o al focus, ma più che altro in rapporto a quello che cercavo di dire nel brano, quindi ho appreso delle sfumature più che delle scelte programmatiche.

Qual è stato il tuo approccio nel riascoltare e giudicare i tuoi vecchi lavori?

È stato davvero interessante avere un approccio da “curiosone”, nel senso che molti dischi non li avevo, giustamente credo, presi in considerazione. Un disco lo ascolto nel momento in cui lo lavoro, ma con un orecchio tecnico, dopo di che riprendo in mano i brani, quelli che voglio imparare a memoria per portarli dal vivo, e tutto il resto viene praticamente lasciato alle ortiche. Ortiche che possono però permetterti di vedere qualcosa che non avevi notato dopo aver scritto il brano; quindi ho rilevato qualcosa che prima, evidentemente, non ho colto, perché ero troppo preso dalla lavorazione del disco, e da lì sono partito per lavorare sui nuovi brani.

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Gran parte della tua discografia non è presente su Spotify. Come mai? Precisa scelta di marketing o presa di posizione contro lo streaming gratis? Presa di posizione che è anche alla base delle battaglie di Thom Yorke dei Radiohead, di Four Tet o di Taylor Swift

I primi due che hai citato li vedo come icone della musica contemporanea, quindi se loro hanno detto qualcosa sono abbastanza convinto che sia sensato. Per quanto mi riguarda posso dirti, in piena schiettezza, che con Spotify non riesco nemmeno a comprare un cartone dell’acqua, quindi il discorso lo potrei archiviare in questo modo. Per quello che riguarda la comodità dell’utente, che deve essere in qualche modo coccolato, che deve avere tutto su un unico portale, che non si deve cercare le cose, ecc…, non sono così convinto. Un tempo per andare a leggerti un libro che potevi trovare in un’unica libreria, eri disposto a camminare quattro o cinque mesi a piedi, o a cavallo se eri più fortunato. Poi, sul fatto che la canzone presente in un disco debba avere più valore di quella in streaming o scaricata illegalmente, non sono per nulla d’accordo, perché il brano ha valore in quanto rappresenta qualcosa per chi lo ascolta; dall’altra parte, ha un valore perché rappresenta qualcosa per chi lo ha scritto, e chi lo ha scritto tenta in qualche modo di sopravvivere con quello che fa, cercando sempre di mantenere autonoma la propria musica per essere autosufficiente e fare in modo che un disco porti a un altro. Non è così scontato oggi, almeno per me, in questo mondo chiamato Italia. C’è spazio per tutti per mettere la musica online, ma non per vivere di musica.

Viste le tue parole, Four Tet deve aver avuto un certo peso nei tuoi ascolti. A tal proposito, visto che l’elettronica ha sempre giocato un ruolo cardine nei tuoi dischi, c’è qualche scena che segui con interesse?

I primi due dischi di Four Tet li ho praticamente prosciugati, e l’ho visto anche live: mi pare fosse il 2004/2005 al Museo Della Scienza E Della Tecnica, se non sbaglio. Mi piaceva moltissimo il suo sound, perché era un tipo di elettronica quasi acustica, ma di cui non conosco il nome…

Folktronica…

Ah ecco vedi, gli esperti devono sempre trovare un genere per comodità. Ricordo che i suoi dischi me li aveva passati un amico dj, e mi ero innamorato. In ogni caso, più che generi, ascolto artisti; se ho l’occasione di sentire qualcosa che mi piace poi lo seguo, ma senza diventare maniacale. Faccio sicuramente delle playlist, ma è difficile che ascolti album interi.

All’interno di Lunedì’ chiuso affronti il tema della difficoltà di emergere all’interno della provincia. Pensi che a livello musicale, nonostante internet, le differenze tra provincia e metropoli siano ancora così marcate?

Parlo soprattutto di habitat e di location, perché poi persone che vengono dalla provincia si adattano perfettamente allo stile di vita, per esempio, di Milano, dove si crede che in qualche modo sia più facile fare musica e sicuramente è così: ci sono più contatti con persone che lavorano nel mondo della musica, etichette indipendenti, multinazionali. D’altra parte penso che noi italiani si sia tutti molto provinciali, quindi è semplicemente un problema “di uffici”, che in provincia non ci sono. È un brano che dovrebbe essere ispirato alla storia di tutti, credo. In provincia, e ne ho parlato spesso con persone che hanno avuto questo dilemma, da una parte ti trovi – se vuoi fare questo mestiere o lavori che fanno parte dello spettacolo – vezzeggiato o spinto da qualche amico o persone che conosci da una vita; dall’altra poi, quando c’è lo switch verso la vita adulta, se continui a credere in questo e non hai riscontri effettivi vieni messo da parte, perché a una certa età bisogna diventare adulti e abbandonare questo sogno della musica, dell’arte o dello spettacolo.

Parlaci del tuo soggiorno in Islanda…

Tutto è nato come tentativo di scrivere un brano, trasformandosi poi in un bellissimo soggiorno mensile in un luogo sospeso nel tempo, dove la natura sa ancora parlarti chiaramente. Il brano non l’ho scritto, perché non ho poggiato neanche una parola sul tablet, però da un punto di vista edonistico è stato fantastico.

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Quanto conta l’ambiente in cui ti trovi per avere ispirazione? La tua è una scrittura più ragionata o di getto?

Direi nessuna delle due in particolare, nel senso che non essendo io un musicista, non è che ho un’idea e scrivo di conseguenza un brano e vado accumulando idee. Mi piace avere un quadro abbastanza chiaro di quello che deve esserci nella canzone, quindi solitamente parto da un’immagine/idea che non scrivo subito ma lascio depositare, e sulla quale rimugino un po’ in modo che mi rimanga in testa, per far sì che si colleghi ad un’altra costellazione di immagini, di riscontri nella vita reale, in maniera tale che io possa quindi riempire un serbatoio. Per quel che riguarda la scrittura, io scrivo solo quando sono a Milano, in clausura totale, in zone periferiche non toccate dal benessere della settimana della moda.

Hai sempre affermato l’importanza di Milano per la tua ispirazione (Amo Milano). C’è qualche altra città che ha contribuito in maniera forte alla tua creatività?

Tutte, però fattivamente realizzo con più facilità le canzoni quando sono a Milano. È una dimensione atavica, quasi spirituale, che probabilmente è più legata a vibrazioni che sentivo quando ho cominciato a imparare il linguaggio e le immagini, quindi è più collegato a quello. Probabilmente se fossi nato e cresciuto a Roma avrei un modo di scrivere diverso, ma mi troverei nella medesima condizione tornando nella Capitale. Poi, in tutto il mondo ho trovato ispirazioni ben più grandi di quelle che ho trovato a Milano, ma oggettivamente devo essere davvero riconoscente a questa città. Città che rimane il mio studio.

Passiamo alla fase più tecnica del tuo lavoro. Nel corso degli anni è cambiato il tuo metodo in fase di produzione?

Si, diciamo che si è ampliato, anche se in questo disco ci sono brani – prima degli ultimi due, su cui ha lavorato Zangirolami -, prodotti da me, sui quali ho lavorato come nei dischi passati, tipo Musica Senza Musicisti. Ne La Lobby Dei Semafori, ad esempio, è nato prima lo stile musicale: nonostante fossi un po’ saturo per quello che riguarda la musica con la cassa in quattro, diciamo dance/discoteca/house, volevo – dato che stavo rivedendo quanto fatto in precedenza – inserire qualcosa che rappresentasse quella specifica dimensione, che ha avuto un peso non indifferente. Ho avuto la fortuna di ascoltare la produzione di Alessio Buso, perfetta per quello che avevo in mente di fare, quindi la metrica è nata successivamente su quella ritmica. A volte quando produco io, invece, sono solito registrare pezzi solamente metrici e volanti, per memorizzare un po’ il suono e l’andamento, magari con il microfonino del portatile e con parole quasi a vanvera, che poi non riutilizzo. Lascio quindi depositare la produzione, e quando trovo qualcosa da dire ci butto sopra il testo. In Modigliani, un esempio ancora diverso, avevo già la cantilena della strofa e sono andato in studio da Zangirolami cantandogliela un paio di volte. Lui ha cominciato a improvvisare sopra la mia voce col piano, e la mattina dopo, quando sono tornato in studio, lui aveva già sistemato tutto, con il brano praticamente finito.

Tornando sempre a La Lobby Dei Semafori – tra l’altro la mia preferita – concludi il brano dicendo: “sono ribelle contro la musica italiana”. In che modo, e soprattutto perché hai questo senso di distacco dalla scena odierna?

La tua preferita? Ah caspita, Credo che tu sia uno degli unici (sorride, ndSA). Quella è una provocazione molto leggera, un gioco di parole ma non solo, perché poi guardando quello che faccio io nel mondo della musica italiana – che può essere rappresentata da certi canali ufficiali o dalle radio – trovo che ci sia molta chiusura per il mio discorso. Quindi, in un certo modo, sento che c’è un distacco, che mi lascia alquanto indifferente, se devo dirla tutta: alla fine è come quando esci di casa mentre sta piovendo e dici “Piove!”. Semplicemente prendi il tuo ombrello e il problema è limitato al discorso di circostanza.

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Il tuo parere sulla scena hip hop italiana attuale? Qual è il suo stato di forma?

Sicuramente lo stato di forma è ottimo, dal punto di vista delle vendite e dell’interesse del pubblico giovane. Questo comporta l’obbligo da parte dei media di avere rispetto nel trattare l’argomento, e di cortesia verso gli artisti. Credo poi che ci sia da fare un discorso riguardante le canzoni, che a tratti potrebbero anche soffrire questa ipertrofia discografica dell’hip hop, e credo che sia troppo facile ricevere la luce dei riflettori, e quindi che questo possa comportare un certo abbassamento del livello di scrittura delle canzoni. L’hip hop in Italia è sempre stato tenuto un po’ in un angolino, soprattutto dagli esperti ma anche dai cantanti italiani, che ultimamente mi pare abbiano riconosciuto il valore effettivo e anche la ventata di novità che è stata immessa nella scrittura da parte degli autori di hip hop.

Negli ultimi anni spesso si è assistito a lunghe discussioni tra old e new school: senza dover scegliere la migliore, sapresti indicarci pregi e difetti di ognuna? Ma soprattutto, dove si colloca Dargen D’Amico?

Non ho mai preso parte a questa querelle, anche perché non ho proprio i mezzi. È come se ti ritrovassi di fronte due persone che non parlano la tua lingua e che discutono tra loro. È molto difficile inserirsi nel discorso ed è improbabile che ti venga qualcosa da dire, ma penso che le differenze siano praticamente inesistenti, anche se le cose cambiano e le persone si adattano in qualche modo.

Parliamo di uno dei brani più famosi del disco, La mia Generazione. Qual è il tuo pensiero sulla generazione di oggi? E’ davvero così perdente come si dice?

Mah, nel ritornello sottolineo questa cosa del ballare, che è un richiamo alla tribalità e al piacere fisico che si è sempre provato, sin dalla preistoria, nel muoversi su un ritmo persistente; è un po’ quello che succede quando vai in discoteca, dove certe canzoni hanno senso solo se suonate ad un volume molto alto, con le luci basse o alte e forti. A casa non provi quello stesso piacere nell’ascoltarle. Quindi credo che ci sia un collegamento con quanto successo sempre, e con quanto sempre accadrà. Chiaramente, a guardare le cose da vicino, sembra che non ci sia speranza, mentre da lontano si nota come le cose vadano automaticamente a posto da sole, perché non ci sono alternative.

All’interno del disco sono presenti diversi rimandi e metafore sulla religione. Qual è la tua idea di religiosità?

Di religiosità non saprei, ho una forte percentuale interna del corpo che si lega a una spiritualità e a un tentativo di capire qualcosa che esiste solo se non viene compreso, quindi è il famoso cane o gatto che si morde la coda, come nel proverbio. Non ricordo, è il cane o il gatto che si morde la coda?

Il cane…

Ah, il cane…beh anche il gatto potrebbe mordersi la coda, no? (ridiamo entrambi, ndSA). Per quanto riguarda le figure religiose che cito, che sono anche parte della tradizione culturale del paese nel quale vivo, hanno senso per me come tappeto elastico verso la spiritualità, più che possedere una religiosità in sé.

Quali sono stati gli ascolti fondamentali per la nascita di D’iO?

A essere sinceri, non saprei proprio risponderti, perché non ho avuto ascolti maniacali negli ultimi anni. In realtà non saprei neanche cosa ascolto, ma ho la fortuna di essere amico di dj e amanti della musica che ogni tanto mi aiutano ad aggiornarmi, passandomi cose che mi piacciono molto, che poi magari seguo meglio, cominciando a diventare “credente” di nuovi artisti; però non ho ascolti in particolare.

Ho concluso la mia recensione scrivendo “se i vecchi compagni di band gridano Non siamo più quelli di Mi Fist, Dargen D’Amico sa bene di essere sempre lui. In mille diversi modi”. La mia domanda è un po’ provocatoria: chi è Dargen D’Amico nel 2015?

Un progetto di musica contemporanea italiana.