Intervista esclusiva a Kevin Drew

Kevin Drew dei Broken Social Scene è un personaggio molto interessante. Prima di concederci quest’intervista, ha rimandato due volte, senza dare alcuna spiegazione o garanzia che l’intervista poi ci sarebbe effettivamente stata. Finalmente, dopo vari ripensamenti, lo abbiamo raggiunto al telefono: Drew si trovava a Berlino, nella sede della Arts & Craft, l’etichetta attraverso cui lo scorso 18 marzo ha pubblicato Darlings, il suo primo disco solista dopo l’esperimento corale Broken Social Scene Presents: Spirit If… del 2007, uscito ancora sotto l’ala del gruppo di provenienza. Esperimento perché, come ci confermerà lui stesso nel corso della nostra chiacchierata, Darlings è il vero esordio solista di Drew, un album “che mi rappresenta moltissimo, totalmente onesto. Lo aspettavo da anni”.

Quello che non ci aspettavamo, dunque, è l’estrema disponibilità del musicista canadese: ci troviamo davanti a un uomo pronto a raccontarsi in maniera totalmente sincera e a tratti torrenziale, e il risultato è un resoconto indispensabile per capire il percorso futuro dell’altra metà di una delle band più influenti degli ultimi dieci anni. Oltre al disco, infatti, Drew ci ha raccontato molto di sé, della sua vita come uomo e come artista, ma anche dei temi che gli stanno più a cuore, ovvero l’amore, il sesso, la vita e le dinamiche che muovono la società contemporanea. Una riflessione densa e spontanea che fotografa l’artista a 360 gradi, e che il Nostro ha concesso a Sentireascoltare in esclusiva per il web italiano.

Hai dichiarato che Darlings è un album incentrato sulla celebrazione dei ricordi, sull’ascesa e caduta dell’amore e del sesso nella tua vita e nella società. Potresti dirci qualcosa di più a riguardo?

Con Darlings ho cercato di indagare i vari aspetti che concernono l’amore e il sesso nella società e nelle relazioni di oggi. Abbiamo un’intera industria che gira attorno a queste due cose, ed in più un accesso illimitato al mondo del porno. Il porno ha cambiato l’idea dell’amore, ed è un meccanismo che coinvolge sia le generazioni più vecchie che quelle di adesso: penso che i ragazzini, oggigiorno, possano sapere in ogni momento cos’è il sesso e da dove derivi, in una maniera che a livello storico non ha precedenti. La ragione che mi ha spinto a registrare Darlings, dunque, è che volevo che fare il punto su queste mie idee, per arrivare ad una riflessione più ampia: ho avuto questi pensieri in testa per molto tempo, e/ a un certo punto ho sentito l’esigenza di concretizzarli, in qualche modo. È così che sono nate le canzoni del disco. Riguardo ai temi, penso che questi siano tempi in cui le informazioni girano molto velocemente, e spesso ne siamo talmente sovraccaricati da non riuscire più a distinguerle. Quando ero ragazzino io, se volevi procurarti un video porno dovevi andare a prenderlo in negozio, con tutta l’attesa e l’imbarazzo che questo comportava; adesso, grazie ad internet, non esistono più barriere, e anche se per molti versi è un bene, credo che si sia persa molta della spontaneità che c’era prima. In generale, sono preoccupato che i giovani non conoscano né loro stessi né l’amore.

In questo senso, infatti, credo che Good Sex sia uno dei brani più importanti… perché hai scelto di pubblicarlo come primo singolo?

Beh, Good Sex rappresenta il punto di partenza, è il nucleo attorno a cui gira tutto il disco. Anche durante il mio percorso con i Broken Social Scene ho sempre cercato di indagare sulle dinamiche dell’amore e del sesso, e Good Sex rappresenta l’arrivo di questa specie di ricerca. Volevo scrivere qualcosa che parlasse della pressione che c’è attualmente nel sesso, e allo stesso tempo esprimerne anche tutte le ansie e i meccanismi emotivi. Credo che siano le ragioni per cui poi i rapporti non riescono a durare nel tempo: ho avuto diverse relazioni nel corso della mia vita, e sono stato fortunato, perché ho incontrato per lo più persone splendide, che in qualche modo hanno contribuito a farmi diventare l’uomo che sono oggi. Sai, c’è anche un po’ di tristezza in tutto questo: ho 37 anni, e sto ancora cercando una storia che funzioni. Il motivo per cui ho voluto pubblicarlo come primo singolo, comunque, è che volevo far uscire qualcosa che ribaltasse gli aspetti negativi del sesso di cui ti parlavo prima, senza le ansie, le pressioni e gli imbarazzi che ci sono di solito.

Nella nota stampa c’è scritto che Darlings è il tuo vero primo disco solista mentre Spirit If…, invece, era ancora presentato dal gruppo. Come spieghi questo cambiamento? Sette anni sono un periodo di tempo abbastanza lungo, e suppongo che siano successe diverse cose da allora…

Adesso sono più concentrato sulle canzoni, ed in più ho lavorato con due grandi produttori come Dave Hamelin e Graham Lessard. Avere loro alla produzione del disco mi ha dato quella spinta e quella curiosità di cui il disco aveva bisogno, anche se l’energia è la stessa che avevo con i Broken Social Scene. Anche se la vera differenza è che sono invecchiato. Invecchiando, impari a conoscere meglio te stesso, e se sei fortunato sai anche esattamente chi sei: con il passare degli anni, ho capito che tipo di persona voglio essere, e quali modi ho per farlo. Essendo un artista, ho sempre pensato che i miei pensieri, le mie sensazioni e le mie emozioni rischiassero di diventare soltanto un business da condividere con qualcun altro. Per quanto mi riguarda, con i Broken Social Scene ho raggiunto molti obiettivi e risultati, ma c’è sempre il rischio che una volta arrivati in cima la discesa poi possa essere troppo ripida, perciò ho sempre cercato di tenermi con i piedi per terra. Essere un artista ti dà tantissimo sotto tutti i punti di vista, ma ti dà anche molte responsabilità: a volte capita di scrivere canzoni di cui non hai la minima idea di cosa parlino, e il rischio è che diventino il simbolo di qualcosa di sbagliato. Io so chi sono: sto ancora imparando, sto invecchiando, ho ancora tante cose da fare, da completare, anche da migliorare, e in questo senso Darlings mi rappresenta moltissimo, sono io al cento per cento. Era il disco che aspettavo, e credo che sia totalmente onesto. Non sto dicendo che è un disco perfetto, ma l’ho fatto con grande passione, e ho impiegato anni prima di arrivare al risultato che volevo.

KEVIN-DREW-by-Norman-Wong

Ecco, a questo proposito c’è un’altra frase che mi ha colpito: “spero che il mio disco vi piaccia, e se non sarà così datelo a qualcuno a cui piacerà”. Credo che l’obiettivo di Darlings sia proprio quello di esprimere completamente te stesso, e questa affermazione mi conferma che l’intenzione era proprio di registrare un album onesto e viscerale. È così?

Sì, assolutamente. Non ho niente da dimostrare, né da perdere, e capisco che le persone possono odiare o amare qualcosa. Ovviamente mi auguro che il mio disco piaccia alla gente, perché Darlings è davvero la cosa più onesta che potessi fare, e come ho detto, se non piacerà a qualcuno spero che piaccia a qualcun altro (ride, NdSA). Ma è semplicemente la nostra natura, una cosa la si odia o la si ama.

Cambiando argomento, il testo di Good Sex mi ha fatto pensare ad un’idea differente di libertà: tutti ne abbiamo bisogno, ma spesso ci sentiamo a disagio con essa, in particolare nei versi “Good sex never makes you feel hollow/ good sex never makes you feel clean” (il buon sesso non ti fa mai sentire depresso/ il buon sesso non ti fa mai sentire pulito). Nel ritornello, però, canti “But I’m still breathin’ with you, baby” (sto ancora respirando insieme a te, bambina), e penso che questa frase dia un effetto liberatorio a tutto il brano, e che si ritrova ad esempio anche in Body Butter o Mexican Aftershow Party

Quei versi sono un simbolo, rappresentano l’idea di disagio e sporcizia con cui alcuni concepiscono il sesso, mentre “I’m still breathin’ with you, baby” è l’opposto, è l’invito a godersi il momento, e non soltanto l’atto. Tutta la canzone si basa sulla connessione tra esseri umani, in tempi in cui il nostro istinto animale è stato assolutamente represso. Ci hanno abituato che ogni pulsione del nostro corpo è qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa di pornografico, mentre ci dimentichiamo che il sesso nasce dal fatto che ci piace una persona. Vogliamo guardarla negli occhi, sentire il suo respiro nelle orecchie: il sesso è questo, anche se vogliono farci credere che sia qualcosa di sbagliato. Anche Body Butter e Mexican Aftershow Party parlano della stessa cosa, del fatto che il sesso è una cosa intensissima, un momento in cui cerchi di dimenticare te stesso e in cui ti lasci andare completamente. È un momento di pace, e quindi sì, anche di libertà.

Infatti mi sembra che tutti brani abbiano una nota di speranza, anche se parlano di argomenti molto profondi ed universali..

Beh, diciamo che credo che sia importante parlare delle cose, e soprattutto che sia importante parlare delle nostre sensazioni e delle nostre emozioni. Tutto quello che scrivo è personale, ma allo stesso tempo parlo di aspetti che riguardano la vita di tutti, come appunto il sesso e l’amore. Credo che le persone tendano a chiudersi in se stesse per non essere ferite, ma anche per non essere oggetto della compassione degli altri, direi. Cerchiamo in ogni modo di non mostrare le nostre debolezze, e molte mie canzoni parlano di questo, di come non vogliamo sembrare vulnerabili nonostante tutti gli uomini lo siano, in un modo o nell’altro. Per quanto mi riguarda, tutti gli errori che ho fatto e tutte le esperienze che ho vissuto mi hanno aiutato ad essere più forte. Ti faccio un esempio: quando una storia va male, tendiamo a cancellare tutti i ricordi, a voler eliminare in ogni modo la persona che ci ha feriti, convincendoci che facendoci del male quella persona non deve più far parte della nostra vita. Ovviamente è una reazione normale, ma ora che sono più vecchio ho capito che tenersi stretti i propri ricordi è l’unico modo che abbiamo per capire che anche se ci ha fatto del male, abbiamo comunque amato quella persona. Alla fine questo è ciò che conta, è così che si va avanti ed è per questo che sono convinto che sia importante parlare delle cose. Tutto sparisce troppo velocemente, siamo portati a condividere qualsiasi lato della nostra esistenza, attraverso i social network tutti sanno tutto di noi e viceversa, ma sono convinto che non è così che possiamo davvero conoscere gli altri, né essere delle brave persone. La parola d’ordine è stimolare, stimolare e ancora stimolare, ma che cosa? Stimolarci a far vedere cosa abbiamo mangiato a pranzo o a commentare di continuo argomenti insulsi? Non credo che questa serva a farci stare meglio, e non voglio essere polemico nè sembrare retrogrado, ma trovo che ci sia una scissione forte tra chi siamo in realtà e come invece appariamo su Facebook, Instagram o Twitter, ed è abbastanza inquietante: per le generazioni di oggi la realtà è inevitabilmente connessa alla sfera virtuale, al punto che non si capisce più dove comincia l’una e dove finisce l’altra. Semplicemente, non è buon modo di vivere. C’è bisogno di prendersi un momento per noi stessi, per ammettere cosa c’è di giusto e sbagliato in noi, e soprattutto di essere grati nei confronti di ciò che abbiamo.

17 Aprile 2014
17 Aprile 2014
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