A caccia del sample perfetto con Glyn Bigga Bush

Glyn “Bigga” Bush è stato, con il suo progetto Rockers Hi-Fi, uno dei protagonisti di quel’era musicale che per buona parte degli anni 90 ha visto, a partire dal Regno Unito, un fiorire di produttori e formazioni musicali appropriarsi degli stilemi dell’hip hop per fornirne una versione riveduta e corretta, più jazzata ora, influenzata pesantemente dal dub reggae in altri casi o modificata geneticamente attraverso innesti di elettronica o pop. Chiamatelo pure trip-hop, se volete. Da allora in poi Bigga Bush ha firmato innumerevoli altri lavori per labels quali Stereo Deluxe e Lion Head, o pubblicando sotto pseudonimo in alcuni casi – Lightning Head, Dandelion Set, Magic Drum Orchestra – ma sempre attingendo dalle proprie radici musicali ed omaggiandole. La recente uscita del suo intrigante album Sunken Foal Stories, nonchè l’imminenza di una nuova uscita per il suo side-project Magic Drum Orchestra, ci hanno spinto a contattarlo per saperne qualcosa di più. Ecco quello che Glyn ci ha raccontato.

Sicuramente alcuni nostri lettori si ricorderanno di te per la tua esperienza all’interno dei Rockers Hi-fi. Ci racconteresti qualcosa dei tuoi inizi, del tuo amore per il reggae ed il dub e di come è iniziata la tua avventura all’interno di quella band?

Per parlare dei miei inizi bisogna risalire ai primi anni 70, quando ho scoperto il mio amore per i dischi… Mi ricordo che il primo disco che ha avuto un grande impatto su di me è stato un 45 giri di The Who, probabilmente The Ox o Pinball Wizard. Mi ricordo perfettamente quello che ho provato mentre fissavo ipnotizzato quel pezzo di vinile che girava su un Dansette – un tipico giradischi di quell’epoca, mono, con un sistema di caricamento automatico per cui si potevano mettere uno sopra l’altro i dischi che si desiderava ascoltare in sequenza – e di come, mentre ascoltavo quel suono ruvido venire fuori dall’altoparlante, mi sono trovato a pensare: “Ne voglio altra di questa roba!” Più avanti nel decennio ho imparato da autodidatta a suonare la chitarra e ho cominciato ad ascoltare alla radio i programmi di John Peel, ed è lì che per la prima volta sono arrivato a scoprire il reggae ed il dub. Più in generale, il largo spettro di generi musicali che Peel includeva nei suoi programmi – specialmente band come Faust ed Henry Cow, ma anche le quelle più convenzionalmente rock – ha rappresentato l’inizio della mia educazione musicale, fino ad arrivare al 1976, anno in cui ho formato la mia prima band assieme a dei compagni di scuola.

Nel 1978 mi sono trasferito a Birmingham, entusiasmandomi subito per la scena post-punk locale, iniziando a comporre canzoni compatte e spigolose e suonando con altri non-musicisti nella band The DeGoTees. Per tutti gli anni 80 ho continuato a fondare e a suonare in band locali, e circa nel 1988 ho cominciato ad occuparmi di sampling e MIDI. Dopo poco ho iniziato a lavorare come DJ all’interno della scena locale, ed è lì che ho incontrato DJ Dick e, dopo aver chiaccherato di musica, con lui ho iniziato a fare musica con il moniker Original Rockers nome preso da un album di Augustus Pablo. All’inzio cercando di produrre della house music, cercando di copiare semplicemente roba che ascoltavamo in giro. A un certo punto però ci venne in mente di campionare dischi dub, per i suoni incredibili che avevano e per le parti che ben si adattavano ad essere ricliclate. Push Push è stato il secondo brano da noi realizzato, in quella produzione tutte le nostre influenze sono state messe in primo piano, specialmente attraverso il campione vocale di Johnny Osbourne che avevamo preso da Scientist Rids the World of the Evil Curse of the Vampires. Quello è stato un grande successo da club e ci ha portato a firmare un contratto con Island Records, e a quel punto il nostro nome è cambiato in Rockers Hi Fi, su richiesta dello stesso Augustus Pablo.

Produttori come Kruder & Dorfmeister e Thievery Corporation erano grandi fans dei Rockers Hi-Fi. Canzoni come Push Push e What a Life sono diventate dei successi. Che ricordi hai di quel periodo, proprio nel mezzo della cosiddetta era del trip hop?

Quel successo si è rivelato una specie di lama a doppio taglio. Island Records aveva evidentemente interesse ad avere sotto contratto un solo artista trip hop, e quello era Tricky, cosi ci scaricò dopo solo un anno. Ma di quel periodo ho un ricordo speciale, proprio della prima volta che ascoltai Kruder & Dorfmeister, durante il mio primo viaggio negli Stati Uniti nel 1994, in un club di San Francisco. Original Bedroom Rockers… quel pezzo mi ha completamente rapito. Sono convinto che quell’EP, intitolato G Stoned, sia ancora ineguagliato.

Il mix firmato da Rockers Hi-Fi per la serie DJ-Kicks viene ancora considerato come uno dei migliori di quel periodo, unendo i generi dub, downtempo e drum & bass. Ci racconteresti qualcosa di quell’esperienza?

Mi ricordo bene di quelle sessions. In quel periodo avevamo uno studio sopra un negozio di strumenti musicali a Birmingham ed eravamo soliti cominciare a lavorare di sera, dopo aver aperto qualche Red Stripe ed essere entrati nel mood notturno. Dick aveva messo insieme il set, Farda P era al microfono ed io ero responsabile per i dubs e il missaggio. Tutto è andato in modo spontaneo, mi pare che la versione che è stata pubblicata fosse la seconda che avevamo registrato. Ma era così che allora eravamo abituati a suonare live come dicevamo ai tempi “Decks n FXper cui eravamo abituati a praticare quel genere di session.

Guardando alle cose in retrospettiva, non pensi che dopo tre album eccellenti, i Rockers Hi-Fi avrebbero meritato miglior fortuna e lo stesso livello di successo che altri artisti di quel periodo hanno invece raggiunto? Forse arrivare da Birmingham piuttosto che dalla celebrata Bristol non vi ha aiutato…

Tutto sommato non ci è andata troppo male a livello europeo, e specialmene in Germania, anche se è stato un peccato non essere riusciti a farci conoscere meglio nel Regno Unito. Non so se si sia trattato di una specie di pregiudizio verso noi di Birmingham, oppure se le cose sarebbero andate diversamente se fossimo venuti piuttosto da Londra… semplicemente era così che stavano le cose allora.

Tra i tuoi dischi come solista realizzati dalla fine degli anni 90 in poi, qual’è quello al quale sei piu affezionato?

Sono orgoglioso di tutti quanti, anche se penso che il mio lavoro migliore sia quello che produrrò in futuro.

Hai di recente realizzato un album intitolato Sunken Foal Stories. Per questo lavoro hai quasi del tutto rinunciato all’approccio basato sui beats, tipico della tua musica, per concentrarti sulle atmosfere e le tessiture create dai samples che hai scelto e riassemblato. Ci racconteresti qualcosa a proposito?

Sono sempre andato a caccia di dischi interessanti e nel tempo ho messo assieme una discreta collezione con l’intento di farne qualcosa, un giorno… album di easy listening, test per impianti stereofonici, strani dischi folk comprati evidentemente da qualcuno durante le vacanze in Grecia o Turchia, dopo essersi innamorato dei posti visitati. Dischi acquistati come souvenir da persone che li hanno poi dimenticati e lasciati da qualche parte a prendere polvere. Lo si nota anche dal fatto che molti di questi album sono ancora in condizioni perfette, cioè mai stati suonati.

Ci puoi raccontare il processo di creazione e registrazione di questo particolare album ed il modo in cui hai scelto i campioni da mettere in loop e sovrapporre?

Nel corso di un paio di mesi ho lavorato in maniera intensa al nuovo album del mio progetto Magic Drum Orchestra, intitolato The DNA of Rhythm ed in uscita du Tru Thoughts, per cui per tutto questo tempo nelle orecchie avevo solo beats, beats ed ancora beats, ogni giorno. Ho sentito il bisogno naturale di comporre della musica più quieta, per far riposare un po’ le orecchie e il cervello, e mi è venuta spontaneamente l’idea di tirare fuori due o tre dischi e di trovare, in maniera del tutto casuale, qualcosa da campionare velocemente. Qualcosa che, una volta estratto dal contesto originale e messo in loop, potesse suonare intrigante. Un cambio particolare di tonalità, un passaggio strumentale non proprio ben riuscito. Così partendo da due o tre samples, in una ventina di minuti avevo un brano pronto, seguendo semplicemente l’ispirazione del momento e quello che i suoni scelti mi indicavano. Ho continuato a lavorare con questo metodo fino ad avere trenta minuti di musica, secondo la mia intenzione divisi in quindici minuti per ogni facciata di un album in vinile. Alcune tracce si potrebbero definire più propriamente edits, dove un solo campione originale è stato tagliato in punti diversi e riassemblato. In altri ho combinato campioni presi da fonti diverse e messi in loop uno sovrapposto all’altro. Il tutto fidandomi solo delle mie orecchie, in maniera spontanea e naturale. Questo processo mi ha insegnato a tenere le orecchie ben aperte e accettare un certo grado di casualità nella produzione della mia musica, piuttosto che cercare di proposito gli elementi che possono “funzionare” in combinazione tra di loro. E questo vale anche per il materiale che sto componendo al momento, più basato sulle ritmiche. Potete ascoltare qualcosa a proposito di questo processo creativo qui:

Parlando dell’aspetto più orientato verso i beats della tua musica. Come tu hai già accennato, sei tornato anche al tuo progetto Magic Drum Orchestra, con un album dal quale è stato tratto come singolo una particolare versione del classico della jungle Original Nuttah

Si, mi è sempre piaciuto provare a coverizzare le canzoni più diverse. La prima è stata Drop It Like It’s Hot di Snoop Dogg, che è sempre stata un gran successo ogni volta che la abbiamo eseguita dal vivo. Nuttah è un brano classico che sembra essere stato creato per essere reinterpretato. A me piace mettere nelle covers un qualcosa di originale e inaspettato, da qui la scelta di far dare alla vocalist Bundy una prospettiva femminile al testo. Il passo successivo è stato ricostruire la linea di basso e la ritmica con gli strumenti usati dalla Magic Drum Orchestra. Il brano originale è molto spartano, non è un tipico pezzo jungle, visto che è solo costituito da un beat, senza edits o tagli particolari – che è quello che in genere prediligo io – e poi una linea di basso, voce e quel particolare e distintivo suono che ho ricreato grazie a una coppa tibetana.

Per concludere, ci racconteresti qualcosa a proposito dei tuoi progetti per il resto del 2018?

Sto lavorando a una versione di Sunken Foal Stories, che include anche dei beats, allungando la durata degli originali, sviluppandoli di più musicalmente. Cercando di riportarli all’essenza del dub. Inoltre sto producendo pezzi electro con lo pseudonimo di Elektrassassin. Nel frattempo sono sempre alla ricerca di musica vecchia e nuova per il mio podcast settimanale, che potete ascoltare sul suo Soundcloud. E sto cercando di suonare di più la chitarra!

6 luglio 2018
6 luglio 2018
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