Suoni dell’altro mondo. Intervista agli Interpol

Con Marauder, di cui abbiamo parlato un mese fa nella nostra recensione, non c’è dubbio che gli Interpol abbiano provato a muoversi, a usare un approccio diverso e a dare un’altra sterzata al modo di produrre se stessi. Hanno rotto un po’ di geometrie consolidate in studio e hanno cercato di dare al disco la dinamica di un concerto live – o per meglio dire, e più semplicemente, di una band che suona compatta e con energia. Per questo hanno chiamato a collaborare Dave Fridmann, producer di chiara fama e con il curriculum che conosciamo tutti – più per una questione di sensibilità per il suono che non perché cercassero necessariamente il sound di certe sue produzioni, quelle che Daniel Kessler, suo dichiarato ammiratore, definisce “di un altro mondo”.

Già, Daniel, che degli Interpol è l’anima fin dagli inizi, anche se non lo dice in maniera esplicita, assume qui il ruolo del portavoce in maniera impeccabile, sia per i contenuti, sia per il modo di porgerli. Affabile, cordiale, parla in modo onesto e franco delle questioni che riguardano il nuovo album e non solo; ci tiene a sottolineare che le idee di Marauder sono della band, che i Nostri hanno cercato Fridmann perché volevano qualcuno che li aiutasse nel loro intento, più che soltanto per affidarsi alle cure del produttore di grido o di prestigio. E poi si dipinge per com’è: un cosmopolita, un cittadino del mondo il cui ventaglio di passioni, non solo musicali, è molto più ampio di quello in cui a volte pure noi bigi critici tendiamo a incasellarlo. Ne è uscita una bella chiacchierata, piena di suggestioni e anche di ricordi personali.

Cominciamo a parlare del nuovo disco Marauder. Ci racconti com’è stata l’esperienza di lavorare con Dave Fridmann? Come vi siete trovati e qual è il motivo che vi ha spinti a cercarlo?

C’è più di un motivo. Dave ha prodotto tanti grandi dischi. La prima volta che ho sentito parlare di lui è stato quando ho ascoltato Deserter’s Songs dei Mercury Rev. Quello è davvero un album che non ha eguali, un sound fantastico che sembra veramente di un altro mondo. Ti ritrovi a guardare le casse a bocca aperta e ti domandi: “Ma da dove viene questo suono?”. Me lo sono chiesto e ho voluto scoprire chi fosse il produttore. È stato il primo incontro con il lavoro di Dave Fridmann. Poi naturalmente ti posso citare quello che ha fatto per i Mogwai, i Flaming Lips, i dischi degli MGMT, che hanno un suono incredibile, gli Spoon… Sono tutte band molto diverse che hanno lavorato con la stessa persona: e quei dischi hanno tutti un grande suono senza avere lo stesso sound. Dopo aver composto le nuove canzoni, ci siamo aperti a nuove possibilità. Eravamo contenti dei pezzi per come li avevamo scritti – e devi sapere che non entriamo mai in studio se non abbiamo tutte le canzoni complete dall’inizio alla fine, al punto che possiamo quasi suonarle live. Ma allo stesso tempo volevamo provare a lavorare con un produttore che ci potesse aiutare a migliorare e a rendere la musica più interessante. Così abbiamo avuto l’idea di coinvolgere Dave.

Che cosa vi è piaciuto di più del suo modo di lavorare?

Be’ per prima cosa lui è una persona incredibile. È una figura affascinante, è un gran lavoratore ed è un vero tuttofare; sarà anche ormai un grande nome, ma ha un approccio molto punk rock, molto do it yourself, è molto coinvolto in tutto il lavoro di studio. È stato un po’ il nostro “dottore”; gli abbiamo fatto sentire le nostre prove – più che dei veri e propri demo – e lui ci ha dato dei piccoli consigli su come migliorare, anche se per la maggior parte avevamo cose già finite che lui ha apprezzato. È lì probabilmente che ha avuto l’idea di incidere il disco su nastro analogico. Di solito facciamo sui nastri il basso e la batteria e usiamo Pro Tools per le chitarre; in questo modo io sono più libero di creare più tracce di chitarra e provare più esperimenti, magari suonando le stesse parti con diversi amplificatori per poi scegliere la traccia con il sound migliore. Fare tutto con i nastri ci ha limitati ma in maniera positiva: se vuoi rifare una traccia di chitarra a quel punto devi cambiare, alzare la batteria ecc. ecc. ecc. Con i computer puoi rendere tutto perfetto e non ho niente in contrario, però i pezzi erano già rodati e questa volta è stato meglio fare così: registrare più sciolti in una sola take e poi passare oltre. Dalla nostra energia e dallo spazio sonoro dello studio usciva un suono che comunicava freschezza, vivacità, l’urgenza di esprimerci, e volevamo che fosse così anche sul disco finito. Non l’abbiamo detto esplicitamente a Dave ma lui era già sulla nostra lunghezza d’onda, e la scelta dei nastri serve proprio a catturare quelle sensazioni. Il sound di Marauder non è una conseguenza della dinamica o dello stile di produzione di Dave Fridmann, siamo noi che suoniamo “live” e lui ha cercato semplicemente il modo migliore di registrarci.

Quindi avete registrato in analogico un po’ alla vecchia maniera…

Sì, e devo che dire che Dave, l’uomo che ha prodotto quei dischi “dall’altro mondo” di cui parlavamo, non è un perfezionista nel senso che di solito diamo a questa parola. Cura i dettagli ma è soprattutto attento all’emozione, alla qualità, alla dinamica e al fattore umano: questo disco suona molto “umano”.

Ci sono particolari dei pezzi che ci hanno incuriositi, certi sapori r&b, reggae. Pensi che siano venuti più a galla con Marauder o che siano sempre stati lì anche se magari li abbiamo notati di meno in passato?

Per quanto mi riguarda ci sono sempre stati. La gente è abituata a vederci in un certo modo, ma sono un vero appassionato e divoro musica di tutti i generi, quindi i dischi di dub-reggae li ascolto da vent’anni, fanno parte della mia vita come l’r&b, che amo. Complications può avere degli elementi di reggae, anche se si tratta più di un’influenza inconscia, probabilmente, che di una “scelta” voluta; d’altra parte il nostro batterista Sam [Fogarino], è vero, si ispira sicuramente a un certo r&b. Torniamo pure indietro al nostro secondo album, e a un pezzo come NARC; se ti ricordi ha dei groove molto decisi e un feeling un po’ dub-reggae pure lui; queste influenze possono venire fuori in maniera organica e naturale, senza impostare niente di forzato.

Prima di finire Marauder siete stati in tour per l’anniversario del vostro primo album. Siccome parliamo di un disco registrato quasi suonando live in studio, trovate che ci possa essere un legame tra le due esperienze?

Non credo, quando abbiamo fatto la tournée in cui abbiamo risuonato Turn on the Bright Lights avevamo già finito di scrivere Marauder. I pezzi erano pronti e li abbiamo lasciati riposare quei quattro o cinque mesi. Era una situazione nuova per noi. Primo: non eravamo mai partiti per una tournée senza avere un nuovo disco. Secondo, non avevamo lasciato dei pezzi a decantare così a lungo. Non avevamo grandi aspettative per il tour che pure è andato benissimo: in America, in Europa, in Messico, abbiamo avuto una bellissima risposta dal pubblico, c’erano adolescenti che erano forse appena nati quando è uscito Turn on the Bright Lights. Quando siamo tornati a lavorare sulle canzoni di Marauder, a fine novembre dello scorso anno, una settimana prima di entrare in studio per registrare, le abbiamo riprovate e ci siamo trovati a meraviglia. In studio abbiamo suonato più compatti che mai, totalmente a nostro agio e anche più rilassati. Penso che Marauder sia davvero un passo avanti per noi come band.

Come nasce in genere un vostro brano, o da cosa ti piace partire quando scrivi la musica per una nuova canzone?

Amo comporre suonando la chitarra classica, è un’abitudine che ho da sempre, ho scritto le nuove canzoni nel 2016, pensato a un primo arrangiamento e fatto un piccolo demo. Poi mi sono trovato con Paul e Sam e abbiamo iniziato a lavorare sui pezzi. Il primo brano che abbiamo completato con il basso e la voce di Paul è stato The Rover, poi è toccato a If You Really Love Nothing.

Avete scelto un’immagine storica e molto particolare per la copertina di Marauder. Da dove è nata questa idea? C’è un’allusione al presente?

Innanzitutto l’abbiamo scelta perché è un’immagine fantastica, opera di un fotografo straordinario, Garry Winogrand, di cui sono un grande ammiratore. Ho a casa tanti libri con le sue fotografie, e ricordo bene la retrospettiva al MoMA di un paio di anni fa: avere una sua immagine su una nostra copertina, per me personalmente, è meraviglioso. Oltretutto è una foto che rappresenta un momento molto intenso: il procuratore generale degli Stati Uniti d’America, Elliot Richardson, ha appena dato le dimissioni. Nixon gli aveva ordinato di licenziare Archibald Cox. Richardson si era rifiutato perché la sua responsabilità verso i cittadini veniva prima ed era più importante dell’obbedienza a un presidente; dare retta a Nixon sarebbe stato un atto contro la legge e contro i suoi princìpi. Prendere posizione in quel modo e fare quella dichiarazione fu un atto di vero coraggio; è un momento importante nella storia degli Stati Uniti. Poi, se vuoi, puoi collegare quel gesto alla situazione politica attuale; è un’immagine che parla da sola in questo senso, direi uno specchio di quello che stiamo vivendo anche oggi, senza dubbio.

Passiamo dagli Stati Uniti al vicino Messico. Voi con questo paese avete un rapporto particolare, mi sembra…

Sì, amo Città del Messico e il Messico in generale, ho tanti amici fantastici lì e ho trovato un paese e una cultura da cui amo ritornare perché hanno tantissimo da insegnarmi. Il Messico è un luogo con un’anima formidabile, abitato da gente meravigliosa. E la sua capitale è una città incredibilmente complessa, bella e vibrante, in cui mi piace stare.

Senza nulla togliere al legame con New York, immagino…

Certo, New York è casa mia, ci vivo da tanti anni. Direi che è un posto in cui è bello ritornare e ripartire: non voglio stare sempre a New York, anche se mi piace sempre ritornarci. Ci sono gli amici, ed è una città incredibile che ti riempie di ispirazione. È cambiata tanto e nonostante tutto ci ritrovo ancora le cose che amo. Però, appunto, ho bisogno anche di prenderne le distanze ogni tanto.

Anche con l’Italia hai un rapporto speciale…

Io amo l’Italia. Ci ho vissuto per diversi anni, sono stato a Milano, soprattutto, e poi ho viaggiato e visto tanti altri luoghi del vostro paese: la Sicilia, il Piemonte, la Toscana, la Liguria. Anche da voi ho tanti amici ed è uno dei paesi dove sto meglio al mondo, per cui appena ho l’occasione di passare dall’Italia lo faccio volentieri. Anche con il pubblico italiano abbiamo un feeling particolare, ci ricorda un po’ il pubblico del Messico, molto passionale, nessuno ti sta a guardare a braccia conserte come se fossi un’installazione d’arte, tutti vogliono godersi il momento e partecipare, quando suoniamo da voi l’atmosfera è elettrica, nel senso migliore della parola.

Un’ultima curiosità. Com’è stato aprire per i Cure al festival per i loro quarant’anni a Hyde Park?

È stato grande. È stata una bellissima giornata, avevamo già suonato come spalla dei Cure nel 2004 insieme a Mogwai, Rapture e altre band, e ci ha fatto piacere che ci abbiano chiesto di partecipare al loro unico concerto del 2018. Abbiamo trovato 60.000 persone e un sole meraviglioso, e poi mi sono venute in mente tante cose. Io sono nato a Londra, andavo sempre a Hyde Park da bambino insieme a mio fratello, e alcuni dei miei primi ricordi d’infanzia sono proprio legati a quel parco. È stato pazzesco suonare un concerto mentre mio fratello mi guardava dal pubblico e pensare a quando da piccoli andavamo lì per giocare a pallone. Avevo tanti pensieri in testa ma è stato un bellissimo momento in una splendida giornata, che per Londra è una cosa abbastanza rara (giocava pure la nazionale di calcio, e c’era un bel mood anche per quel motivo…)

3 ottobre 2018
3 ottobre 2018
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