Se non hai tempo, non hai niente. Intervista a I Quartieri

Nel 2010, quasi dieci anni fa, uscì Nebulose, un EP che permise alla sconosciuta e misteriosa band de I Quartieri di affacciarsi sulla scena romana con piglio sicuro: misteriosa non tanto perché giocava col concetto di identità, cosa poi divenuta abbastanza uno standard del nuovo pop italiano, ma proprio perché non si capiva dove finissero i confini del cantautore e iniziassero quelli della band. Il loro primo album, Zeno, uscito per 42 Records nel 2013, fu seguito da un riconoscimento unanime della critica, che li indicò come eredi designati di quella nuova scuola romana che negli anni ’90 aveva sfornato talenti come Sinigallia, Silvestri e Fabi. Poi, a sorpresa, qualche anno più tardi, la scelta di alcuni brani per la colonna sonora della serie Suburra. A meno di un mese dall’uscita del loro nuovo disco, ASAP, raggiungo al telefono Fabio Grande, voce e chitarra della band romana, per parlare meglio di come è nato il disco che arriva dopo sei anni di silenzio, delle influenze respirate e di tutta la musica che lo porta a fare esattamente quello che fa. E (ri)trovare I Quartieri a fine decennio, ancora così eleganti, indipendenti e sinceri, – in tempi di classifiche presuntuose e fuorvianti – diventa anche l’occasione per ripensare al tempo che passa, alle scene musicali che cambiano o che forse cessano di esistere.

Il debutto di ASAP è avvenuto circa una settimana fa, al Monk di Roma. Com’è andata? Come stanno I Quartieri di nuovo sul palco?

Molto bene! Avevamo veramente tantissima voglia di tornare a suonare. Abbiamo fatto un sacco di prove. C’era la giusta dose di adrenalina, la serata è andata molto bene, sia per come avevamo impostato il set sia per la risposta positiva del pubblico. Siamo molto contenti.

Per dare alla luce ASAP ci sono voluti sei anni: mi sembra che per voi non abbia perso peso l’idea per cui si fa un disco quando si ha qualcosa da dire… ti ricordi il momento preciso in cui avete deciso che il disco era pronto?

No (ride, ndSA), il momento preciso non te lo saprei dire! Però posso dirti che siamo stati fermi per un po’, perché dopo la promozione di Zeno uno di noi ha lasciato Roma, ha preso un’altra strada. Siamo rimasti in tre e questa cosa ci ha un po’ frenati, moralmente e tecnicamente. Poi nelle nostre vite sono successe cose abbastanza ingombranti di natura personale che ci hanno obbligati a fermarci per un po’. Dopo di che, un po’ grazie anche all’effetto Suburra (nella ost della serie compaiono 9002, Organo e Autostrada Blu), ci siamo raccolti un momento, abbiamo trovato un ragazzo che suonasse la batteria, ci siamo chiusi in sala prove e il disco è nato in una settimana. C’è tanto tempo intorno a questa cosa, un tempo diluito. Ma una volta raccolte le idee, in una settimana abbiamo chiuso tutto.

La canzone che dà anche il titolo al disco, ASAP, è anche la prima del disco, il pezzo con cui scegli di tornare a farti ascoltare dopo anni: credo che abbia un’importanza fondamentale. Quel tuo esordire con «Non mi vedi ma sono qua», è anche un riaffermare il proprio posto nella scena musicale?

Con il senno di poi sì, possiamo leggerla in quel modo. Quel verso però nasce per intendere altro. Sostanzialmente quando sei anima e corpo in una cosa, qualunque essa sia, chi dovrebbe, non se ne accorge minimamente oppure lo sottovaluta…il senso reale del verso è quello.

Prima di iniziare a parlare dei brani di ASAP mi racconti un po’ l’artwork, quella medusa in copertina. Chi l’ha ideato/realizzato? C’è un senso di liquidità che ho ritrovato anche nel suono del disco…

Abbiamo partecipato molto attivamente a questa scelta. L’artwork dal punto di vista tecnico ed estetico è opera di Valerio Bulla. L’idea iniziale era quella di inserire un pesce in copertina, un essere vivente muto, obbligato alla solitudine e con la memoria breve. Il soggetto della copertina vuole richiamare anche l’identità della società contemporanea di oggi. Questo disco parla molto della solitudine all’interno della moltitudine e quindi anche della dinamica dei social network, degli scambi veloci su Instagram e Facebook; qualcosa che sta isolando le persone pur illudendole di stare insieme e che di fatto a livello neurologico sta accorciando la memoria delle persone. E col tempo, discutendone ancora, siamo arrivati alla medusa, un essere monocellulare, semplicissimo, che pur non sapendolo è molto pericoloso nella sua stupidità e soprattutto segue le correnti.

Come avviene oggi, per moltissimi, che annullano la propria personalità a discapito della massa…

Esatto. In generale volevamo arrivare a una sintesi estetica che dicesse tutte queste cose. Anche il modo in cui le masse stesse si spostano politicamente e diventano poi delle cavie per portare avanti inconsapevolmente progetti anche pericolosi, e lo fanno sempre illudendosi di essere liberi. Ecco, la medusa, nel suo essere estremamente semplice, trasparente, qualcosa che può dare l’idea di essere libero nel mare sconfinato, in realtà alla fine agisce in maniera circoscritta e in base alla coercizione delle correnti. Ti racconto com’è andata con la ricerca dell’immagine…stavo cercando su Google delle foto di meduse e avevo trovato il quadro di una pittrice australiana che mi piaceva davvero molto. L’abbiamo contattata per chiederle di usarlo ma lei ha temporeggiato e alla fine abbiamo fatto da soli con Valerio, avevamo 48 ore per chiudere tutto e siamo molto soddisfatti di come poi è andata a finire!

Riallacciandomi al discorso politico che facevi prima, ASAP mi sembra un disco che può essere inquadrato anche come invettiva politica – seppur con fare delicato – nei confronti di chi vorrebbe capitalizzare i sentimenti, le relazioni… ci sono brani precisi di cui vorrei chiederti. Parto da Siri, nel quale usi l’espediente del navigatore per parlare di qualcosa di molto più grande, come la questione siriana. A livello testuale, sai essere molto chiaro nel dipingere un territorio di guerra, «gioco a campana lì nel deserto, un passo falso e poi brillo nel cielo», ma come mai hai deciso di celare questo tema con un titolo che automaticamente, oggi, fa pensare ad altro?

Per me è stata una scelta necessaria. Ti giuro che non sarei in grado di farlo diversamente. In una canzone non posso che fare uno zoom molto lungo, non mi sentirei a posto nel parlare più nello specifico di queste cose, ci vuole una certa dose di arroganza anche quella buona, giusta, ma non fa parte di me in questo momento. «Siri, portami a casa» vuole essere – oltre che un gancio per il suono della parola – anche tecnicamente il riassunto di un percorso che intraprendono masse di persone per andare da un’altra parte e che si devono affidare non a Siri ma a ben altri tipi di “navigatori”.

In Vacanze su Marte dici che «se non hai tempo, non hai niente»; mi sembra che torni spesso il concetto del tempo nei vostri lavori. Oggi prendersi del tempo, essere anche un po’ pigri, è diventato quasi antistorico, tornare a capire che senza del tempo per noi, deciso da noi, non abbiamo senso come uomini…

Io sono ossessionato dalla questione del tempo! Noi siamo soltanto tempo! Più cresciamo, più ci rendiamo conto che il tempo che possiamo dedicare a noi stessi o alle cose che ci fanno stare bene, ci viene sempre sottratto. Con il ricatto morale per cui se non dedichiamo tempo alla nostra crescita professionale o sociale, stiamo sottraendo opportunità alla nostra vita. Questa è una balla colossale, ed è una cosa che sta rovinando una generazione. Il tempo che non abbiamo dedicato a stare sulla scena l’abbiamo vissuto, forse meglio di come l’avremmo vissuto stando ininterrottamente sul palco. Questo vale per tutte le cose però, quando in una giornata di 24 ore ti riduci ad avere qualche minuto solo per te, per raccogliere le idee, beh, questa è una sconfitta dell’umanità e va combattuta. Oggi è un argomento che sta venendo fuori su più fronti, se ne parla in sociologia, politica, lotte sindacali, neurologia; noi siamo a rischio e non ci stiamo rendendo conto di quanto stiamo consumando il nostro tempo in attività che probabilmente non ci interessano nemmeno poi tanto. Lavorare come pazzi, dover incontrare per forza persone, mi sembra che il valore della solitudine sia sparito…

Azzarderei che oggi fa paura: stare soli con se stessi dovrebbe essere una forma di libertà, e oggi i più ne hanno terrore…

Sì sì, ed è un’altra balla colossale! È ancora presto per capire le conseguenze che ci saranno ma arriveranno sicuramente. Non a caso si parla di accorciare le ore lavorative. Forse solo la noia oggi è rimasta l’unico momento produttivo di una persona. Per il resto vai avanti in maniera meccanica. Ti ripeto, sono ossessionato dal tempo..

Direi che viene fuori nei vostri dischi, non solo in ASAP anche in Zeno. Un tempo non più stabilito da noi, ma trascorso in modo malato e ossessivo anche sui social network, a riempire dei vuoti delle nostre vite. A tal proposito vorrei chiederti di Balla balla damerino, perché penso sia uno sfogo nei confronti di una fiera delle vanità fra coloro che fanno il tuo mestiere e tendono a riempire con la presenza costante della propria immagine una mancanza di contenuti artistici in questi luoghi-non luoghi come Instagram o Facebook… Giocano al ribasso come canti tu nella canzone…

Certo! L’hai presa in pieno, quel pezzo se la prende con un certo tipo di attitudine nel mondo della musica e non solo. Tutto ciò che comporta un’esposizione esagerata poi porta appunto a giocare al ribasso, a semplificare tutto, a esporsi sul piano personale, il che non vuol dire autentico, quando in realtà nel momento in cui ci si espone – almeno io la vedo così – si fa un dono alle persone – nel mostrare una foto, nel raccontare cosa fai in un momento della tua vita privata – e i doni andrebbero fatti con parsimonia. Altrimenti ti smaterializzi! Se penso alla nostra comunicazione, noi spesso veniamo spronati, dalle persone che lavorano con noi, ad essere più comunicativi ma in realtà se devi comunicare qualcosa che non ti senti di fare è meglio evitare. Più questa cosa diventa meccanica, più devi impacchettarla, renderla più appetibile e questo ti espone al rischio di essere frainteso. Non è obbligatorio avere una platea di persone, si può fare senza…

Ma infatti, dovremmo ricalcolare anche questo. Oggi accade il contrario. Un tempo anche fare la gavetta era importante, era anch’essa un elemento della scena. Il farsi le ossa nei localini. Oggi sembra si parta all’inverso. Si esplode già famosi. Non possiamo negare che attraverso social e streaming forsennati siano nati miti locali che invadono i palazzetti e hanno più rappresentatività di quanta ne avesse la musica indie a fine secolo scorso…

Certo, e questa cosa abbassa radicalmente anche il livello del godimento rispetto a ciò che riesci a conquistarti, perché se parti a cannone da subito, poi per stare bene devi solo necessariamente crescere, e se non accade, cosa peraltro fisiologica, ti esponi a delle crisi pesanti che andrebbero evitate a tutti i costi. L’obiettivo ultimo dovrebbe essere sempre stare bene!

Ma riguardo a quel pezzo, c’è un legame con la semi-citazione del Dalla più politico (Balla balla ballerino venne scritta dopo la strage dell’Italicus nel 1974)?

C’è un legame ed è pretestuoso. Hai presente quel momento in cui si è deciso tutti insieme che Lucio Dalla dovesse essere un riferimento per chiunque…

Ah, i dischi che devono suonare anni ottanta per forza!

Esatto! Ecco, la mia è un po’ una presa per il culo a chi lo scimmiotta.

Chiarissimo! Altro brano: Spiaggia Bianca, era presente anche in Zeno ma con un arrangiamento diverso, era completamente acustica e molto intima. Cosa ti ha portato a riprenderla e a vestirla di un arrangiamento invece molto ricco?

In quel caso è andata così: ai tempi di Zeno, composi quel pezzo pochi giorni prima di chiudere le registrazioni. Non era nemmeno in scaletta, e l’unico modo di inserirla, visto che piaceva a tutti ma non avevamo il tempo materiale per produrla, fu quello di registrarla in casa, voce e chitarra. Ci è sempre rimasta la voglia di svilupparla come ce l’avevamo in testa e alla fine ce l’abbiamo fatta, e oggi è dentro il disco. Uno sfizio personale per un brano a cui tengo molto.

Ma tu ogni volta che lavori a un testo hai già in mente una melodia per accompagnarlo? Ti faccio questa domanda perché le tue canzoni, a differenza di altre, sono spesso perfette sia in quanto a metrica sia in quanto a schema. Sembra quasi sia possibile lavorarci anche solo come testi, senza la musica…

Nel caso di Spiaggia Bianca per esempio mi era venuto in mente il riff di chitarra suonando con l’acustica Out of Time dei Blur. Se ci fai caso le parti di chitarra un po’ si somigliano. Ho iniziato a canticchiare e ho tirato giù il testo in contemporanea. Poi spesso capita che mi annoti dei versi che sento e che dovranno diventare canzoni, e quando capita di trovare la musica adatta sviluppo quell’idea e il testo. Ma è capitato anche di avere prima solo il testo, ma senza la forma metrica e la struttura difficilmente li chiudo; musica e parole nel nostro caso si compongono assieme, e solitamente chiudo i testi in un colpo solo.

Tu sei anche produttore, hai lavorato con Colombre, Maria Antonietta, Mai Stato Altrove; anziché domandarti se questo ha cambiato il modo di lavorare al tuo stesso materiale, ti chiedo se ti senti da sempre produttore di te stesso…

Sì, sì decisamente. Anche stavolta abbiamo fatto tutto in maniera autonoma, in studio. Quando lavoro con I Quartieri cerco di astrarmi il più possibile perché poi noi siamo molto ossessivi, mentre quando lavoro con altri tendo a rubare la prima idea buona e a finalizzare. Tra di noi ci concediamo molti più pensieri sulle cose, credo sia davvero inevitabile.

Vi chiamate I Quartieri perché venite da diverse zone di Roma, ma nei vostri dischi non compaiono mai riferimenti espliciti. Cioè, per intenderci, questo non è un disco de I Cani. Non esistono nei vostri brani distinzioni territoriali che, oltre che geografiche, sono di tipo antropologico. Nella scelta delle parole, dei riferimenti, c’è un senso di universalità anche geografica della città che oggi un po’ si è persa. Va molto di moda sottolineare il quartiere, la via, il locale. Non si riesce più a scrivere in modo distaccato ma tutto deve essere visibile, rintracciabile nella vita di tutti i giorni. Cosa è successo?

Beh, nel caso dei Cani, quel disco era molto centrato sul qui ed ora, parlava di quelle cose specifiche e le stereotipava con uno scopo ben preciso e in modo anche molto efficace. Per quanto mi riguarda, io non ho mai subito il fascino di questo modo di fare, non ci penso proprio. Della diversità dei quartieri mi piace invece l’aspetto della diversità architettonica. Soprattutto se penso a Roma, ogni quartiere urbanisticamente è troppo diverso dall’altro, e ti influenza a livello di umore e anche nella modalità di relazionarti con le persone. Questa è la cosa che mi piace di più di Roma nello specifico. E non il fatto che a Tor Pignattara si mettono la tuta dell’Adidas e a Ponte Milvio hanno le Hogan! Non me ne frega niente. Diciamo che contestualizzare le cose da un punto di vista storico, sociale e geografico per come immagino io il fare musica o più in generale questa cosa che chiamiamo arte, beh, non mi attrae più di tanto. Preferisco lo zoom out!

Questa è una cosa che ho notato anche nella classifica Pitchfork delle migliori canzoni del decennio: ci sono brani e artisti che vivono in funzione del momento. La bella canzone slegata dal contesto sembra non interessare più di tanto, né a chi scrive, né a chi ascolta. Quasi tutte le canzoni sembrano indissolubilmente legate a chi le esegue, e non è più possibile prenderle a sé…

Certo, e così è molto più facile. Se tu scrivi e metti dei ganci per un certo tipo di pubblico, hai molte più opportunità di essere chiacchierato. E anche il pubblico vuole sentirsi parte di qualcosa, vuole essere chiamato in causa. Io ogni tanto penso che oggi sul palco sostanzialmente dovrebbe starci il pubblico. Si tende sempre più spesso a produrre qualcosa che coinvolga immediatamente un certo tipo di bacino, chiamarlo in causa, farlo partecipare, illudendolo di essere la motivazione per cui si fanno le cose. Ognuno vuole avere un posto in tutto questo discorso. A noi piace fare diversamente. E credo dipenda molto anche da cosa ascolti e quali sono i tuoi riferimenti musicali…

Ecco, a volte capita di parlare con alcuni musicisti e sentirsi dire che non ascoltano più molta musica, una cosa che, a dire il vero, mi stupisce. Tu ascolti molta musica o la musica di altri entra ben poco in quella della band?

Ci entra tantissimo! Io ascolto un sacco di musica, senza un criterio vero e proprio, senza stare troppo attento alle uscite, alle scene. Io continuo ad ascoltare sempre le cose che mi hanno fatto innamorare della musica, più o meno tutti i giorni. Poi quando scopro un disco bello e interessante lo consumo tantissimo, per molto tempo. E in base a quel lavoro vado a cercare tutto quello che ci gira intorno. Prendo il libretto, vado a vedere chi ha suonato, chi ha prodotto e cerco altri progetti in cui hanno lavorato quelle persone. Ho passato un anno buono a studiare Kendrick Lamar, tutto quello che ha fatto lui e le persone a lui vicine. E poi questa cosa non diventa automaticamente una cifra che infiliamo nel nostro lavoro ma ci influenza nel modo in cui ci approcciamo alla musica. Ad esempio in questo disco c’è tanto Lamar, l’ultimo di Bowie, Blur e Radiohead, Grizzly Bear e De Gregori, come sempre.

Ah, quale De Gregori?

Ti dico da Rimmel al disco con la pecora (Francesco de Gregori, terzo album del 1974). De Gregori c’è sempre. A livello di testi per me è il migliore. Ci torno sempre, è una rivelazione costante. È sovrastorico, un po’ come dicevamo prima, non ha certo bisogno di slogan.

Niente slogan, già. Qualcosa di cui non hanno avuto bisogno nemmeno I Quartieri. Bentornati.

26 Ottobre 2019
26 Ottobre 2019
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