Free as a bird. Intervista a Julia Holter

Sarebbe stato facile, estremamente facile, tornare In The Same Room e continuare a suonare la stessa canzone. In fondo, proprio l’album live del 2017 che cattura Julia Holter in tour dopo l’ennesimo exploit di Have You In My Wilderness sanciva la definitiva maturazione della compositrice e del suo canzoniere da camera, pronto per essere lucidato a più passate negli anni a venire, concerto dopo concerto, con un’aggiunta accorta di un brano qui, uno là, come di uno di quei corpus letterario-poetici medievali tanto amati dalla Holter. Sarebbe stata la via più comoda, soprattutto per un’autrice che dichiara di avere una forte sindrome dell’impostore, quella sensazione di non meritare di essere dove si è, di essere stati premiati più di quanto si sarebbe dovuto, e per questo di vivere costantemente con l’ansia di venire scoperti. Il recente Aviary, invece, va in una direzione diversa, abbandonando in buona parte la forma canzone e lasciandosi trasportare in un territorio nuovo; un luogo fatto di improvvisazioni al synth, un lavoro di collaborazione con la band e lo studio di registrazione («Una cosa che prima non mi potevo permettere: ero solo io che facevo tutto da sola in casa») e uno sguardo definitivamente puntato sull’oggi, seppure, ça va sans dire, da un punto di vista personalissimo.

«Mi sono ritrovata in una voliera piena di uccelli urlanti» (Etel Adnan)

Il punto di partenza è l’incontro con la produzione di Etel Adnan, poetessa libanese-americana che le ha fornito indirettamente la metafora alla base del disco: il canto degli uccelli imprigionati dentro una gabbia. «Mi sono resa conto che le mie canzoni parlavano molto di bellezza, di cosa sia bello, di cosa sia consonante e cosa dissonante – ci racconta al telefono – ma ovviamente si tratta di cose molto soggettive. Per esempio, a me piacciono molto le canzoni con voci e suoni molto acuti, ma mi rendo conto che per molte persone ascoltare quel tipo di sonorità per un tempo prolungato è una sfida». Ne è un esempio un brano come Everyday Is An Emergency, che rimanda a tanta musica contemporanea, con tratti quasi fisicamente disturbanti, con le cornamuse che sembrano sirene della polizia o dell’ambulanza che penetrano lo scenario interiore dell’ascoltatore. Julia Holter ha deciso di non addolcirlo ma di abbracciare fino in fondo quel mondo sonoro per tutta la durata del brano, senza concessioni. «Penso che quello che troviamo bello sia determinato dalla cultura e che sia, ovviamente, molto soggettivo». È qui che si spiega fino in fondo la metafora degli uccelli che cantano presa in prestito dalla Adnan: «gli stessi uccelli possono essere il simbolo di qualcosa di molto bello, possono emettere suoni bellissimi oppure molto aspri e spaventosi».

Una parte dell’ispirazione del disco, lo ha spesso raccontato lei stessa in prima persona, le è venuta da questo tipo di contrasti tra cose che possono essere al contempo belle e brutte, piacevoli e spiacevoli. Per lei, nata e cresciuta a Los Angeles, vivere in una città costantemente immersa in una nube di inquinamento rumoroso non è sempre un fastidio, anzi, si può trarre ispirazione dalla cacofonia che ci circonda per scoprire, come gli uccelli in gabbia, nuove forme di bellezza, meno ovvie, meno evidenti, a volte spaventose, disturbanti. Nel corso degli ultimi anni, però, c’è stato anche qualcos’altro che l’ha spinta verso le canzoni di Aviary. Lo si può riassumere – scelta sua, non nostra – in una domanda che il filosofo tedesco Friederich Hölderin si poneva quasi due secoli fa: «Cosa sono i poeti in questi tempi di povertà?». Una domanda a cui ha provato a rispondere anche Martin Heidegger all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, resosi conto che la Storia stava mostrando una chiara tendenza a entrare in una crisi sempre più profonda, di cui i massacri delle camere a gas e dei campi di battaglia non erano che lo spaventoso correlato oggettivo. Nonostante il mito della Repubblica di Weimar che non vede la tempesta arrivare sia di grande moda, non siamo ancora in quella situazione, eppure la Holter giudica lo stato delle cose come una crisi che non risparmia nessun angolo del mondo. Non solo perché a casa sua, alla Casa Bianca, siede un persona che non le è gradito, ma perché i dittatori e leader populisti sono in ascesa un po’ ovunque. Quella cacofonia che rappresenta il mondo fuori dalla nostra bolla è diventata dominante: e allora che fare? Che farebbe il poeta?

Alcuni sono stati tentati di ritirarsi dal mondo, in una scelta al limite dell’ascetismo o del disprezzo per il resto dell’umanità, alla ricerca di altro che permettesse la sopravvivenza. La Holter ha fatto una scelta diversa, senza rinunciare a riconoscere il caos che conforma l’attuale realtà, ma scegliendo di non separarsene del tutto. Aviary è arrivato da lunghe sedute di improvvisazione al synth, perdendo il senso del tempo, lasciando che fossero solamente l’istinto e le note a guidarla, in una sorta di trance psichedelica a cui ci hanno abituati molti musicisti. Trascendence sarebbe la parola, che rimanda a una musicista che lei stessa cita tra le ispirazioni e i modelli del disco, Alice Coltrane, ma senza necessariamente andare in quella direzione di sacralità che per la musicista afroamericana è stata anche una scelta di vita personale. L’altro riferimento esplicito, per una linea che riannoda la musica della Holter con la tradizione ritual-psichedelica, è Meredith Monk, fonte di ispirazione – soprattutto dal punto di vista tecnico – per le parti vocali di Aviary, che procedono tra il sacro e l’innodico, pur conservando un’aura mondana, laica e terrena.

«Quando improvviso, la musica e i suoni vengono per primi, mentre le parole sono una cosa complicata, perché… alcune volte escono dalla mia bocca mentre canto», ci racconta quasi con un senso di leggera vergogna per come alcuni testi sono nati. Un processo estemporaneo, per certi versi inconscio, che mette insieme l’ispirazione del momento con il sostrato più profondo che la musica stimola. «I testi sono ispirati da quei momenti di improvvisazione al piano o al synth» e raccolgono però letture, briciole di poesia, immagini che le passano per la mente, andandole a pescare lontane o vicine nella memoria. La sedimentazione, uscita dall’impetus dell’improvvisazione, si sposa con una meditazione: «mi trovo a pensare a cosa stia succedendo nel brano e mi chiedo di che cosa parli davvero».

L’aspetto più complicato è trovare un bilanciamento tra questa tentazione immediata, a briglie sciolte, e il senso generale di quello che vuole dire. «È il dilemma tra significato e suono, e bisogna che si bilancino. Lo penso, in maniera un po’ semplicistica, come un grafico cartesiano con un asse per le parole e uno per la musica; e in tutto questo io devo decidere se spostarmi verso un significato completamente intelligibile o più verso un suono incredibile che però non ho davvero idea di cosa significhi». Una sorta di principio di esclusione di Heisenberg per le canzoni, con tutte le difficoltà di bilanciamento, ma che è anche parte del fascino delle ultime canzoni: capire che relazione ci sia tra testo e musica, e che nuovo significato possa emergere dalla loro giustapposizione.

È un approccio molto diverso da quello tenuto per Have You in My Wilderness, un disco «nel quale mi sono sforzata di scrivere tutti i testi da sola, senza citazioni, senza aggiungere niente di più a quello che scrivevo: è stato durissimo», perché per la Holter, che ha studiato classica contemporanea, la musica e il suono sono il primo mezzo di comunicazione. Del nuovo approccio, in Aviary c’è praticamente un manifesto. Colligere, fin dal titolo, dà conto dell’attitudine: collezionare, raccogliere: «è il mio modo di fare, raccogliere testi, e talvolta quello che sto leggendo mentre compongo finisce nelle canzoni. Per me è come se si sommassero tutti questi diversi livelli che vengono gettati nella mischia della canzone e ne diventano parte integrante. Credo che sia quello che deve fare l’arte: prendere a prestito da altri, tradurre un’opera d’arte in un un’altra».

A quanto già ampiamente esplicitato al tempo in cui la intervistammo (nel 2013 all’epoca di Louder Than City, l’album ispirato a Gigi di Colette) si affiancano dunque le ispirazioni musicali. La musica medievale è un punto di riferimento ineludibile, già dai tempi di Ekstasis, e qui molto presente, sebbene in modo non così evidente come in passato. («Guillaume de Machaut [vissuto all’inizio del Trecento, NdSA] è stato sicuramente una fonte di ispirazione: credo che la sua sia stata la prima musica medievale che abbia mai sentito, quando ero ragazzina. C’è una sua canzone monofonica intitolata Je Vivroie Liement, un brano breve, solo voce, che mi ha ossessionata per lungo tempo. Adoro anche la sua Messe de Notre-Dame e dalla conoscenza di questo compositore mi se è aperto un mondo di altri autori che mi ha appassionata»). Il punto fondamentale, ben evidente in Aviary, è l’approccio minimalista, come lo possiamo intendere noi oggi, scevro da tutte le fioriture di molta musica classica, dal barocco all’opera. «Mi interessa molto il modo di lavorare sulle armonie in modo ripetitivo. Per me è molto interessante», pur risultando in brani che non hanno la tipica struttura a cui oggi siamo abituati quando approcciamo musica che rimane, comunque, al confine con quella di consumo. Non ci sono i vincoli di strofa-bridge-ritornello di matrice rock/tradizionale, ma c’è un freeform che fa pensare più alla classica contemporanea o, appunto, a una forma di musica ancora non incasellata in categorie, generi e sottogeneri, come poteva esserlo nel Medioevo o nell’antichità.

L’interesse per l’antico deve essere nato in casa, con entrambi i genitori storici di professione, e lei esposta a letture e atmosfere del passato fin da giovanissima. Con la maturazione e la crescita artistica, questo background si è trasformato in una ricerca priva di barriere temporali e di genere. Il Medioevo le interessa «perché è un tempo diverso, con una gerarchia diversa, che si traduce in una società diversa da quella che conosciamo», con la quale si possono tracciare paralleli, aggiungiamo noi. È un altro dei temi che emergono dall’ultimo disco. In fondo, questa metafora del contrasto tra il caos del mondo e l’arte e la musica riprende, con qualche scarto laterale, il rapporto tra il mondo medievale e i monasteri, luoghi devoti alla ricerca di elevazione dal mondano, ma anche centri di produzione artistica e musicale. Una sorta di bolla, di gabbia per gli uccellini che cantano, insomma.

Non dite a Julia Holter che è un’autrice che mescola influenze diverse, dalla musica del Trecento al minimalismo novecentesco passando per l’elettronica colta. «Non credo di scrivere in un particolare genere. E non penso nemmeno di mescolare cose diverse… o forse sì, mescolo le cose: me lo devi dire tu…». È chiaro che la sua classificazione del mondo musicale è un affare che interessa i critici, forse i fan, di sicuro non interessa a lei. Come non le interessa del tutto che il significato di ciò che suona e canta sia esplicito e univoco, continuando così una lunga tradizione – dei Bob Dylan e dei Townes Van Zandt – di autori che hanno rifuggito ogni interpretazione del loro stesso lavoro, spesso smentendosi da soli in diversi momenti della loro carriera. «Preferisco che le persone si facciano la propria esperienza di qualcosa piuttosto che dirgli di che cosa tratta qualsiasi cosa, perché – tra l’altro – sarebbe una bugia. Nemmeno io lo so». Il mistero perciò rimane come elemento principale del fascino, voluto e cercato dalla stessa autrice. Ed è anche quello che rende interessanti opere come Aviary: sono capaci di dire senza dire, costringendoci a completarne l’interpretazione con il nostro stesso ascolto. Ogni volta diverso, e ogni volta uguale. [Contributi di Samanthia Clark].

28 Maggio 2019
28 Maggio 2019
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