What Begin Began: intervista a K-Conjog

A pochi mesi da Magic Spooky Ears, quello che può essere considerato il terzo album ufficiale in una discografia alquanto tentacolare e piena, abbiamo posto alcune domande a Fabrizio Somma, meglio noto con il suo alias artistico K-Conjog: avviata nel 2009 con l’album Il nuovo è al passo coi tempi sull’etichetta underground Snowdonia, la carriera del producer ha continuato ad evolversi coerentemente fino a oggi, raggiungendo, nel già citato ultimo lavoro, una ricetta tanto personale quanto universale.

Non sei un novellino alle prime armi, pare quindi superfluo star qui a chiederti il tuo background, ma c’è una domanda da cui non puoi sfuggire: da dove viene il tuo alias artistico? Non solo: almeno inizialmente avevi anche un simbolo grafico per rappresentarti, ma non appare più nella grafica delle tue uscite dal 2012 di Set Your Spirit Freak. Da dove veniva e che fine ha fatto?

L’alias deriva da due tasti dell’impianto stereo con cui sono cresciuto. La sezione dell’equalizzazione era divisa in due parti, key con e jog mode, con cui era possibile intervenire sul suono tramite una curva d’equalizzazione ed un pitch. Quando ero piccolissimo mi divertivo molto a modificare le mie tracce preferite in questo modo e quando cominciai a ponderare la possibilità di avvicinarmi all’elettronica, con le prime knobs tra le mani, non ci pensai più di una volta a scegliere K-Conjog come moniker. La scelta ovviamente avvenne in maniera del tutto romantica e scevra da qualsiasi “logica di marketing” e lo dimostra il fatto che, in tutti questi anni, ho ricevuto un numero di storpiature incalcolabile, al punto che con gli amici a volte ricordiamo le più belle, quelle che sono passate alla storia (Kong, tra le tante, come la scimmia). Posso anche capire la difficoltà nella pronuncia (cheicongiog), ma sbagliarlo nei comunicati stampa nell’epoca del copia-incolla pure è un talento che andrebbe valorizzato. Forse non commetterei più un “errore” del genere (anche perché con il tempo ti rendi conto che scegliere un nome complesso equivale ad avere fiducia nell’umanità), ma ormai la frittata è fatta e me lo tengo così, come il figlio problematico di una cucciolata che dà solo grattacapi ma poi, in fin dei conti, è il tuo preferito. L’idea del simbolo nacque subito sulla scia di tutti quei progetti che facevano non tanto dell’anonimato quanto dell’ambiguità la loro firma: mi divertiva l’idea che si sapesse il mio nome ma che nessuno avesse idea di quale fosse la mia faccia. Nei primi anni duemila, progetti di questo stampo estetico ce n’erano a bizzeffe e forse feci questa scelta più per timidezza che altro, senza contare, e mi doleva ammetterlo, che non riuscivo a trovare un modo per portare live le mie produzioni, per cui l’idea nella sua fase primordiale era quella di fare solo dischi e basta. Ci misi del tempo prima di convincermi che era giunta l’ora di misurarsi con un live-set (conta che le mie prime produzioni sono del 2003 ed il mio primo vero live come K-Conjog è datato 2010) e quando riuscii a trovare una formula live che mi soddisfacesse, una volta rotto il ghiaccio, continuai ad usare ancora quel simbolo (che altro non era che uno scarabocchio che amavo disegnare) fino ad abbandonarlo definitivamente.

Il tuo percorso, anche nell’eclettico panorama elettronico italiano, è decisamente peculiare: da un’etichetta di nicchia e obliqua come Snowdonia sei recentemente passato anche per White Forest Records, una label che invece negli ultimi anni è divenuta un verissimo punto di riferimento per certi suoni qua nello Stivale. Ti va di raccontarci come son stati i tuoi esordi con Snowdonia, come mai sei apparso per la prima volta su un’etichetta così visionaria e autorevole, e come si è evoluto il tuo percorso fino ad oggi? Perché mi sembra che il breve passaggio per White Forest e l’uscita di Magic Spooky Ears coincidano con la volontà di suonare un po’ meno strani (suonare strani potremmo dire che è uno dei dogmi di Snowdonia) e un po’ più universali.

Parlare di Snowdonia mi riporta indietro nel tempo, di preciso nel 2006. Era il periodo in cui il digitale cominciava a prendere il sopravvento sulle nostre vite, i dischi venivano scaricati con la sola logica dell’accumulo ed alcuni di questi venivano poi masterizzati sui cd o riversati in blocco su ingombranti lettori mp3. I primi social in stato embrionale, myspace su tutti, ci davano la possibilità di poter condividere la nostra musica in maniera mai concepita prima. Ma le demo dei dischi si mandavano ancora a mano. Io, ad esempio, credo di aver speso decine e decine di mattinate all’ufficio postale in coda per spedire dischi alle mie etichette preferite, italiane e straniere. Snowdonia fu una di queste. Il disco, però, vide la luce solo nel 2009 e quando uscì, dopo quasi 3 anni, era un lavoro ormai lontano da me. Allo stesso modo in cui si pensa a se stessi da ragazzi, ma con gli occhi di un adulto. Nel 2005 comprai il mio primo laptop, volevo implementare la mia strumentazione che fino a quel momento era fatta solo di 2 sampler/groovebox. Cominciai ad installarci su qualsiasi software esistente ed il risultato fu che avevo a disposizione qualunque cosa per fare musica, ma non sapevo usare veramente nulla. Scoramento totale. Decisi di non perdermi d’animo, fiducioso del fatto che prima o poi avrei trovato un approccio e mi accorsi della facilità di campionamento che il computer mi offriva, oltre al fatto di poter registrare gli strumenti acustici più agevolmente. Cominciai a collezionare suoni su suoni, tra dischi e field-recordings e fu così che nacque un disco pazzo come Il Nuovo è al Passo coi Tempi. Essere parte di Snowdonia è ed è stato per me un onore immenso, perché è l’esempio di quelle realtà musicali fuori da ogni schema, cosa di cui si avrebbe un gran bisogno oggi. Detto questo, ammetto di non aver mai considerato la mia musica così complessa o strana come può sembrare ad un primo ascolto e forse questa “stranezza” la si può ritrovare più nella ricerca dei contesti sonori che nella struttura dei brani. Una cosa che mi si dice spesso è che le mie soluzioni melodiche risultano più penetranti di un brano radiofonico. Io un po’ ci credo e un po’ no. Con White Forest ho fatto l’EP Millennials Otters che ha preceduto l’uscita di Magic Spooky Ears pubblicato solo per la giapponese Schole Records, altra etichetta di culto per me e di cui posseggo tutti i dischi.

Il tuo ultimo disco, Magic Spooky Ears, è uscito a fine 2018 e tu ora sei in tour per promuoverlo: hai detto di aver avuto molte difficoltà nello sviluppare una dimensione live che ti convincesse e in cui ti trovassi a tuo agio, dunque come cambia il tuo approccio tra la produzione in studio e l’esibizione sul palco, quale dei due momenti preferisci oggi e perché?

Adoro la vita da studio, è quella che mi è più congeniale. Mi piace la solitudine della produzione, le macchine accese, la ricerca dei suoni ed anche il tempo perso a distrarsi che poi le idee migliori arrivano per tentativi e quando meno te l’aspetti. Scrivere la musica mi piace più che suonarla, in fondo è sempre stato così, anche se da ragazzino suonare mi è sempre risultato più facile. Scrivere musica però può essere frustrante, perché se è vera la leggenda per cui le cose più riuscite si scrivono quasi da sole, altre invece necessitano di sudore e testate nel muro. Il mio approccio live, come anche quello da studio del resto, è cambiato radicalmente in questi anni. Cerco di portare sul palco quella che è la mia esperienza da producer senza troppa pesantezza, ed ora che, contrariamente a prima, canto e mi “esibisco”, il tutto è molto più divertente e stimolante. Sfrutto una forza nuova che sapevo di avere, ma che per timidezza non ho avuto mai il coraggio di mostrare. Sto vedendo le persone ballare e divertirsi sinceramente durante i miei set, mentre in passato facevo leva solo sull’aspetto contemplativo della musica. E tutto ciò è bellissimo.

Sempre a proposito di Magic Spooky Ears: da dove viene il titolo e cosa significa, cosa sono (o di chi sono) queste orecchie magiche e spettrali?

Le orecchie magiche sono le mie, enormi, orribili e perciò spaventose.

Nel 2014 hai partecipato alla prima edizione mega del RoBOt (quella dell’anno successivo segnerà poi un ridimensionamento del festival e conseguentemente anche dell’attenzione dedicata dai media più generalisti all’elettronica italiana): insieme a te quell’anno si esibirono anche numerosi altri esponenti della fantomatica scena elettronica italiana, da Godblesscomputers a Capibara. Adesso che appunto è passata l’eccitazione del momento, che molti di quei musicisti si sono confermati nel tempo trovando però una dimensione personale (basta pensare per esempio a Machweo che, partendo pure lui da ispirazioni beats, ora si muove su territori spirituali e jazz, quasi sperimentali), ti va di ritornare a quel periodo e dirci la tua tanto sull’idea di scena (ti sei mai sentito partecipe di qualcosa di simile o era solo un’impalcatura costruita dai giornalisti), quanto sull’esperienza bolognese? Cosa ti ha lasciato? Ti ha permesso di ampliare il tuo pubblico? Magari son nati sodalizi che porti ancora avanti?

Devo dire onestamente di no, non mi sono mai sentito parte di una scena elettronica italiana, credo più per una questione di contenuti e sonorità che altro. A suo tempo ero molto più concentrato sull’ambient e sul pianoforte e, da quel che ricordo, le produzioni italiane di quel periodo viravano su altre cose. L’edizione di quel RoBOt fu fantastica, ricordo che al ritorno a casa trovai il mio Bandcamp zeppo di dischi da spedire, fu bellissimo. Feci un set a Palazzo Re Enzo che risultò essere molto coinvolgente e questo mi diede un po’ la cifra di come finalmente sarebbero dovute andare le cose dalle nostre parti. Ma non durò a lungo. L’entusiasmo globale, alimentato da pubblico e critica, intorno all’elettronica italiana da lì a poco sarebbe andato lentamente ad estinguersi. Dall’interno non è che le cose andassero meglio: ricordo che, incuriosito, cercai di avvicinarmi a chi non avevo ancora avuto l’occasione di conoscere (sono di indole curiosa ed ascolto le produzioni dei nomi che, per un motivo o l’altro, mi saltano all’occhio) ma, essendo la vita fondamentalmente troppo breve, mi ritrovai a desistere senza troppo sforzo dopo il mio tentativo, fallimentare, di comunicazione. Con Lorenzo (Godblesscomputers) sento una forte affinità dal punto di vista umano, ci siamo incontrati varie volte e sono convinto che se abitassimo nella stessa città ci vedremmo tutt’altro che saltuariamente. Con Capibara ci siamo conosciuti in virtù dell’EP che ho fatto su White Forest Records con tanto di lunghissima chiacchierata via Skype. Machweo non l’ho mai conosciuto ma ne ho apprezzato recentemente le produzioni perché, in occasione delle recensioni di Magic Spooky Ears, ho trovato spesso il suo nome legato al mio. Detto questo, non credo si sia trattato solo ed esclusivamente di un’impalcatura creata ad hoc dai giornalisti, ma di un circolo virtuoso che ha generato un sincero interesse per quello che stava succedendo nell’elettronica nostrana, solo con il consueto ritardo che ci contraddistingue. E poi via, verso altri lidi.


Hai spesso collaborato, sin dagli esordi, con Francesco Lettieri: lui è indubbiamente uno dei registi di videoclip più quotati attualmente (responsabile dei video di Liberato, Calcutta, Motta e persino Noyz Narcos), dallo sguardo riconoscibilissimo, eppure con te pare quasi provare soluzioni visive differenti, inedite, che magari in futuro entreranno più stabilmente nel suo stile (penso al video di How to Cure Hangover in April, che ha questa estetica vintage ben diversa dalla pulizia digitale dei lavori con Liberato e gli altri). Confermi questa idea? Ti va di approfondire un po’ il vostro legame?

Io e Francesco abbiamo iniziato un percorso insieme: io non avevo mai collaborato con un regista e di conseguenza mai avuto un videoclip con cui “affrontare” una promozione di un disco, lui era alla costante ricerca di persone con cui mettere alla prova il suo lavoro. Da lì a poco mi sarebbe risultato automatico chiedergli di collaborare direttamente anche ai visual dei miei concerti. In men che non si dica tra live-set, festival vari ed eventuali di musica e corti, preparazione del lavoro insieme, ci siamo ritrovati a condividere una quantità incalcolabile di esperienze, lavorando ad un progetto comune, e da semplici partner lavorativi siamo diventati amici. Quello fu un periodo bellissimo a cui ripenso spesso con molta nostalgia. Forse quello che dici è vero: Francesco con me ha la possibilità di andare un po’ più fuori rotta, vuoi per l’audience di riferimento, vuoi per il fatto di non dover per forza pensare al numero di views.

Hai mai pensato di metterti alla prova con una colonna sonora? La tua musica è spesso molto cinematografica: è dinamica (specialmente in Magic Spooky Ears) e molto emotiva, anche se l’utilizzo della voce è una novità recentissima. Ci sono colonne sonore che reputi seminali per la tua crescita artistica e di ascoltatore?

Ovviamente sì e mi piacerebbe tantissimo farlo per un film, occasione che una volta ho anche sfiorato, ma che alla fine è miseramente sfumata. Sono un grande amante degli strumentali per le colonne sonore, anche se ultimamente sto utilizzando la voce (scelta che ho deciso di intraprendere solo recentemente perché in passato non mi sentivo ancora pronto e so che ho ancora molta strada da fare): essenzialmente credo che la voce tolga troppo spazio alla narrazione, ma dipende sempre dai contesti. Quello della colonna sonora è il lato lavorativo che mi affascina di più, declinabile in centinaia di modi: film/serie tv, videogames, installazioni e tanto altro. Fermati, O Sole!, il mio EP del 2015, è proprio una colonna sonora di un’installazione. Per lavoro, quello che ti nutre lo stomaco e non il cuore, mi ritrovo a volte a sonorizzare dei piccoli video, ma lo stile della musica che scrivo non ha nulla a che vedere con le cose che faccio. Comunque, quello delle colonne sonore è un mio “punto debole” e sono tanti gli autori che hanno avuto un immenso valore per me: John Williams, Thomas Newman, Cristobal Tapia de Veer, Tomas Dvorak, Nobuo Uematsu, Michael Gioacchino, Giorgio Moroder, Joe Hisaishi e molti altri.

Il brano che ha vinto Sanremo, Soldi di Mahmood, è co-prodotto da Dardust, ed in precedenza anche Ghemon (pure lui presente all’Ariston) e Mecna si sono fatti produrre da un artista elettronico come Yakamoto Kotzuga: mai pensato di lavorare per altri come beat-maker, producer o compositore?

Assolutamente sì, anzi ora come ora cerco proprio qualcuno su cui mettere le mani.

4 Marzo 2019
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