Pop senza prefissi. Intervista ai Klippa Kloppa

Uscito da poco per Snowdonia Dischi, Liberty dei Klippa Kloppa è stato accompagnato da un coro unanime di critiche positive e, soprattutto, da una sincera reazione di affetto da parte dei sostenitori del progetto. Nulla di imprevedibile in tutto questo, la squadra casertana fa parte di una ipotetica e ideale Justice League sotterranea della musica italiana (assieme ad altri nomi che verranno poi fatti direttamente nel corso dell’intervista) e le imprese musicali compiute da essa sono innumerevoli, perciò era scontato che un’uscita ufficiale con tanto di etichetta sarebbe stata accolta come un graditissimo ritorno.

Comunque lo si voglia osservare, Liberty è un disco speciale, una sorta di evento, una di quelle uscite che forse, proseguendo il parallelismo con i comics, costituiscono un momento ideale di partenza per un neofita, magari potenzialmente spaventato da un’eccessiva continuity costituita da una mole di materiale che richiederebbe probabilmente l’intervento di un filologo professionista. Pur mantenendo intatta l’anima musical-politica che caratterizza un po’ tutta la produzione dei KK (laddove l’aggettivo “politico” non deve far pensare a uno schieramento tradizionalmente ideologico, bensì a un modo di vedere e vivere la musica), Liberty è un disco gioiosamente (ma forse sarebbe meglio dire giocosamente) pop, rigorosamente senza “it” davanti, nel senso più ampio del termine.

Quest’ambiguità tra fare pop e prendere le distanze da ciò che è attualmente “pop”, è uno dei punti focali della bella chiacchierata avuta con Nicola, Mariano e Mariella, in cui abbiamo parlato molto di Liberty e, più in generale, del loro personalissimo mondo musicale.

Partiamo da ciò che vi ha portati fin qui. Sentitevi liberi, mettetela giù come volete, fatemi un riepilogo del vostro percorso umano e artistico…

Nicola: Klippa Kloppa è nato all’incirca nel ’99, a Napoli, dove ci trovavamo per l’università. Io abitavo con Marco, e ho iniziato a suonare con lui. A Napoli c’era pure Mariano, cui poi si è aggiunto Simone, mio compagno di scuola e amico dal primo giorno di scuola fino all’ultimo. Mariella è quella arrivata un po’ dopo, è con noi da una decina di anni, forse undici. Con lei e altre persone abbiamo poi convissuto in una specie di comune, è stata un’esperienza abbastanza hippie. In quel periodo, verso la fine degli anni novanta, la musica che mi prendeva di più era roba elettronica, la jungle, il big beat, e a Napoli c’erano molti negozi fornitissimi per diversi generi musicali.

C’era la Flying Records che aveva un sacco di roba elettronica e faceva pure distribuzione, c’era anche Demos, per la roba d’avanguardia. Noi grazie a questi negozi, avevamo quel tipo di riferimento, e le nostre prime cose viaggiavano nella direzione della sperimentazione e dell’elettronica. Poi a un certo punto abbiamo iniziato a sentire la mancanza di una scena estremamente underground di prodotti italiani in italiano, al tempo fatta di pochissima roba, come ad esempio gruppi come gli X Mary o cose che uscivano per Tafuzzy Records, e così abbiamo iniziato a rapportarci con l’italiano fino a far uscire un album che si chiamava Io ti lecco quando vuoi, nel 2007, un disco molto meno rock e chitarristico e più virato sull’elettronica. Il cantato in italiano è poi stato mantenuto per diversi dischi successivi e vari singoli. Come singoli, dato che eravamo affezionati al formato, abbiamo poi fatto varie cose differenti, magari di elettronica. Tantissime cose, al punto che tra il 2013 e il 2014 abbiamo prodotto 40 cose, tra singoli e album.

Infatti, con una discografia così sterminata, non è semplicissimo starvi dietro. Ma veniamo a Liberty: l’impressione è che sia un’uscita diversa da tutte le altre, forse per via della sua ufficialità o forse perché suggella i vostri 20 anni di carriera. È come se quest’album, più di altri, costituisse un evento…

Nicola: Se per uscita “ufficiale”, intendi un album non autoprodotto, questo è il secondo disco con etichetta, entrambi gli album sono usciti con Snowdonia, Liberty arriva a 16 anni di distanza dal primo. Il rapporto con Snowdonia è sempre stato un rapporto per cui qualsiasi cosa facessimo rientrava comunque nel loro ampissimo range di uscite, grazie a una stima assolutamente reciproca, però siamo sempre stati affetti da bulimia creativa e producevamo così tante cose e così diverse che l’effetto di infilarle in un disco sarebbe stato quello di un accozzaglia di brani slegati. Da questo deriva la nostra preferenza per pubblicare invece singoli che siano “sfusi”. La cosa più bella del fare musica era proprio farla, più di leggere belle recensioni e altre cose.

È proprio questo che intendo, quando parlo di “evento” nella vostra discografia, tralasciando il discorso “ufficialità” che rischia magari di essere riduttivo verso il resto della vostra produzione. Qui si sente proprio che c’è un po’ di organicità, e quell’effetto accozzaglia proprio non si avverte…

Nicola: Esattamente, però va detto che a un certo punto, per ovviare alla mancanza di qualcosa che riunisse il tutto, facemmo un cofanetto di tutti i singoli e poi una raccolta con doppio CD, intitolata La Femme Bleu.

A fronte della scelta “tradizionale” di fare un album pensato come tale, vedo che se ne affianca una abbastanza anomala, ossia quella di rinunciare alla forma più aggressiva e, almeno per i tempi che corrono, più efficace di promozione, vale a dire i concerti. Leggevo infatti che ora come ora non avete nulla in programma, e la cosa mi ha colpito molto, dal momento che la mia sensazione è quella che molti dischi e forse addirittura molti progetti artistici siano proprio concepiti in funzione della loro dimensione live (che, diciamolo, è anche la più remunerativa)…

Nicola: Beh guarda, sono diversi i motivi. Principalmente potrei dirti che siamo sprovvisti di batterista, e per quanto potrebbe piacermi comunque presentare i brani live e tutto sommato si tratti di canzoni che potrebbero avere una loro vita con un arrangiamento unplugged, la parte ritmica di questo disco è preponderante, e non ci sentiremmo di rendere giustizia a Liberty senza di essa.

…più che ovviare alla mancanza, preferite semplicemente non fare concerti. Questo è importante perché fa emergere come l’urgenza espressiva sia legata al realizzare canzoni e registrarle, concetto che hai espresso poco prima in effetti. È atipico…

Nicola: Ecco esatto, io qui lo dico e lo confesso, sarei stato contento di fare concerti e sono anche arrivate delle richieste, avendo questo disco goduto di più risonanza in termini di stampa. Però in effetti non è il live il primo pensiero che ho quando penso a fare musica, a me piace l’aspetto produttivo e compositivo, ciò che succede nello studio di registrazione. La cosa live non mi interessa moltissimo, e lo stesso penso che valga per gli altri Klippa Kloppa. Va anche detto che, come dicevi prima tu, ci sono artisti che hanno voglia e necessità di guadagnare dalla propria musica e devono appunto considerare molto di più l’aspetto dei concerti. Noi non abbiamo questo bisogno di guadagnare dalla musica…

Nel senso che sguazzate nell’oro?

Nicola: (Ride, ndSA) No no, non sguazziamo nell’oro, semplicemente abbiamo uno stipendio, insomma non moriamo di fame.

Mariella: C’è anche da dire che il lavoro non lascia molto tempo…

Nicola: Sì, esatto, avendo tutti un lavoro non è semplicissimo viaggiare. Però sì, non abbiamo quel tipo di impellenza, poi se ci si guadagna qualcosa è utile per comprare cose per la musica.

Passiamo ad altro. Mi chiedevo se l’approccio alla composizione fosse stato particolarmente diverso rispetto ai dischi precedenti. Ipotizzo di sì, sopratutto è importante come il ruolo dei testi qui risalti particolarmente…

Nicola: Sì, in Liberty abbiamo avuto un approccio completamente diverso. È partito tutto dai testi, in questo caso, non abbiamo dovuto cambiare o adattare nulla. In passato non avevano una funzione così basilare. Ovviamente però la persona migliore che può parlare al riguardo è proprio lei.

Mariella: Eccomi!

Mariella, ascoltando e leggendo i tuoi testi, la prima domanda che mi sento di farti è se per caso tu venga da studi umanistici. Non che siano indispensabili per scrivere bene, ma c’è qualcosa di positivamente classicheggiante, e perciò mi hai fatto pensare a un probabile liceo classico o comunque a un percorso di approfondimento che va oltre il semplice gusto musicale…

Mariella: Sì sì, ho fatto il classico, lo stesso liceo di Nicola e Simone, però in anni differenti, ma già ci conoscevamo e capitava di incontrarsi. Ho poi avviato degli studi universitari in tutt’altra direzione, ma nello stesso periodo ho frequentato un’accademia di mimo corporeo a Napoli: quella in particolare ha avuto un peso importante. Dico questo perché in mezzo ci sono state tantissime letture legate a questo periodo, ma più che altro parlerei in generale di stimoli e spunti che sono nati da lì. Si tratta poi del periodo in cui sono andata a vivere con loro nella comune, come ti diceva prima Nicola. Tuttavia, direi che la cosa nasce soprattutto dal rapporto che ho con tutti loro, i Klippa Kloppa… c’è qualcosa di mistico, nell’empatia che abbiamo tra di noi, qualcosa che ti fa uscire in maniera molto naturale delle cose magari introiettate tempo addietro, non è un processo chiarissimo, fare musica con loro ha una valenza molto ludica…

Sì, siete una di quelle realtà musicali nelle quali emerge subito l’idea che vi stiate divertendo molto, mi vengono in mente esempi di attitudini simili con i Camillas o i già citati X Mary. Però nonostante questo, non definirei le atmosfere di Liberty propriamente gioiose, anzi, l’impressione è invece quella di un disco che nasconde un lato molto cupo…

Mariella: Assolutamente, ma rientra tutto nel discorso che ti ho fatto prima: fare musica con loro e nel mio caso scrivere, risulta estremamente più semplice e naturale proprio perché è come se ci trovassimo in un luogo estremamente confortevole che certe cose te le tira proprio fuori, anche di fronte a situazioni non così facili da descrivere o affrontare.

Parliamo di radici. Siete indubbiamente ascoltatori seri e raffinati, cosa che si riflette in Liberty ma anche nella molteplicità di riferimenti che puntualmente ritroviamo nelle recensioni dei vostri dischi. Volendo riordinarle, quali sono i vostri tre capisaldi musicali?

Nicola: restando in ambito italiano te ne dico giusto tre grandissimi: Battisti, Matia Bazar e Flavio Giurato. Però in realtà ce ne sarebbero davvero un’infinità, sia in ambito commerciale che in ambito più sotterraneo. Il punto è che nel passato, e in fondo anche fino a pochissimo fa, trovavi magari canzoni bellissime anche in dischi di merda, magari lati b di singoli scritti da fior fiore di autori e arrangiatori. Potrei dirti Lavezzi, Castellari, Bigazzi, Gianni Bella, per non parlare poi di gente già ampiamente celebrata come Fossati o Ruggeri. Ma ce ne sono tantissimi, se si ha voglia di cercare!

Continuando il discorso sull’italianità, credo che da questo disco si percepisca come la paura di essere italiani – per citare lo Stanis La Rochelle di Boris – non vi sfiori affatto, un aspetto che va in controtendenza rispetto all’annoso bisogno di “farsi internazionali” da parte di artisti e band…

Nicola: Siamo i veri italiani internazionali, dobbiamo andare all’Eurofestival (ridono, ndSA). Sì, guarda, mi ritrovo moltissimo nella tua osservazione. Lo scopo di quando scriviamo in italiano è proprio che questa cosa si senta. È proprio una questione di melodia, esiste una melodia italiana, e qualsiasi cosa tu faccia, se c’è quella melodia il disco suonerà italiano. Questo vorremmo che succedesse anche quando ascoltiamo molti gruppi, dove invece si sente proprio che per quanto siano in lingua italiana stanno proprio scimmiottando qualcosa di straniero. Liberty è estremamente italiano, come dici tu, e la cosa si sente in diverse soluzioni che volutamente citano, omaggiano o magari copiano delle cose che sono tipiche della musica italiana. In più mi permetto un secondo di autocelebrazione, e mi scuso per questo, ma vorrei sottolineare l’italiano di Mariella, un bellissimo italiano che è giusto ricordare, un linguaggio che nell’esprimere concetti a volte semplici non lo fa in maniera semplice, anche perché secondo me si sta facendo passare sempre più per pregio una semplicità delle parole che in realtà è più sciatteria che altro.

Molto bene, siamo arrivati alla fine. Chiudiamo con una domanda semplicissima. Ditemi un aggettivo, uno solo, per Liberty…

(tre secondi di silenzio, ndSA)

Mariella: Oh cacchio.

(altri 4 secondi di silenzio e brusio, ndSA)

Nicola: Bianco.

Mariella: Magico.

(lunghissimo silenzio e brusio, ndSA)

Mariano: Catartico.

24 Ottobre 2019
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