Non avevamo fratelli maggiori. Intervista a Massimo Pupillo

Durante il lockdown, nei giorni più cupi, abbiamo vissuto in un limbo grigio senza sapere se e come saremmo infine usciti a riveder le stelle: ogni certezza sgretolata, la normalità o quella che eravamo abituati a considerare tale era diventata una chimera, ogni gesto, ogni pensiero era pesante, difficile. Ora che le cose paiono finalmente andare un poco meglio, si può finalmente riniziare a pensare anche al futuro della musica, e della musica dal vivo, soprattutto. Non sarà un caso se proprio Massimo Pupillo, che abbiamo intervistato mentre era in studio in Galles con Zu (nel nuovo assetto a quattro con Stefano Pilia alla chitarra) poco prima che scoppiasse l’epidemia, sarà presto di nuovo su un palco, domenica 21 giugno, protagonista di uno dei concerti con cui Area Sismica, lo storico locale di Ravaldino in Monte mecca per chi segue le musiche extra-ordinarie, riapre i battenti ( per i dettagli trovate ogni informazione qui www.areasismica.it).

In quell’occasione l’inconfondibile basso della macchina fast&furious instrumental punk jazz from Italy (come da bella definizione di alcuni anni fa) sarà assieme ad Elio Martusciello, un terzo dei grandi Ossatura ed uno dei musicisti più colti e sensibili che ci sia dato ascoltare oggi in Italia (e non solo, recuperate il suo splendido Incise, uscito a fine 2017, e The Ghost Album, di questo febbraio, solo in digitale. Trovate entrambi qui), Mattia Cipolli al violoncello (i due sono stati complici del progetto L’incrinatura del vetro, che ha debuttato a Bologna in febbraio) ed Enrico Malatesta alle percussioni: una Eclissi (questo il nome del progetto, che farà una residenza di tre giorni culminante in un live) nel giorno del solstizio d’estate. Di biglie di vetro nei vasi, rasoi sulle corde del basso, alchimie , collaborazioni, vicissitudini, foreste interiori e selve reali abbiamo conversato con Pupillo, instancabile navigatore nel mare magnum della musica elettrica.

Ricordo una vecchia intervista a Tom Waits ai tempi di Bone Machine, se non sbaglio, dove diceva che gli piaceva molto il suono delle lamette arrugginite sulle persiane. Mi dici quali suoni ti piacciono e come, attraverso quali tappe, sei arrivato a trovare il tuo suono, ammesso che il (tuo) suono sia uno?

Sono cresciuto ad Ostia, sul mare, e il suono delle onde credo sia il suono primario della mia anima, quello che mi fa sentire a casa: l’acqua, in genere. Il suono del mio strumento è cambiato con me, si è aperto, sgranato, distrutto, ricompattato, morto e rinato. Da ragazzino suonavo il basso, ma comprai un allora economicissimo Elka Synthex ed avevo un 4 piste Tascam per registrare. Facevo esperimenti su nastro, con i suoni di casa, biglie di vetro nei vasi, un rasoio elettrico sulle corde del basso. Un paio di volte suonai in questo modo al centro sociale di Ostia e mi presero per il culo per anni. Questi esperimenti, che sembravano essere un semplice passatempo e non portare a nulla mi hanno fatto addentrare spontaneamente (non sapevo nulla di contemporanea o di musica concreta allora) nel mondo del suono , mi hanno fatto capire come i suoni, trovati e non, portino dentro immagini, orizzonti, evochino strati della terra e del cielo. Ho sempre pensato al basso come fosse un synth: una macchina da cui estrarre suoni. Non mi ha mai interessato diventare un virtuoso da cento note al secondo; per me l’importante è trovare un suono, una grana, e con questo pennello riuscire a tracciare delle linee come quelle dei dipinti zen, per intenderci, singole linee, precise, demarcate, che appaiano quasi da sole. Si tratta di un luogo comune, me ne rendo conto, ma ti posso assicurare che la sensazione maggiore nell’andare avanti su questa strada è quella di divenire un tramite perché il suono ti passi attraverso. Infatti la composizione mi riesce bene solo quando “sento” nell’aria le note. Se ci penso troppo, è finita. L’alchimia sta nel trasformare il basso in synth: l’esplosione del mondo dei pedali degli ultimi dieci/quindici anni ha aiutato molto, infatti anche in solo o nei vari progetti in duo spesso lo strumento “organico” sparisce.

Mi parli di questo progetto, L’incrinatura del vetro, che ha debuttato a febbraio al San Leonardo a Bologna?

E’ un lavoro nato con Mattia Cipolli, un violoncellista incredibile che suona nell’orchestra del Comunale e con l’Ensemble Concordanze, ma che conosce benissimo anche i Bad Brains o i Fugazi o i Bastro. Mattia è uno dei miei nuovi amici da quando vivo a Bologna e abbiamo cercato un progetto per iniziare a suonare insieme ed avvicinare i nostri mondi. Mattia lavora da alcuni anni portando musica nelle carceri e nelle case di cura psichiatriche in questo caso in collaborazione con l Associazione Arte e Salute. Quindi è nata questa idea di un testo che parlasse di disagio psichico letto da persone che hanno questa esperienza in prima persona. Devo dire che l’incontro è stato fondamentalmente umano, bellissimo e di grande scambio. Ho trovato persone di grande verità, sincerità e cuore.

Ti sei trasferito da qualche tempo a Bologna: le tue impressioni sulla città, sulla sua scena? Com’è, da romano, stare in Emilia-Romagna, ora?

Da romano posso dirti che mi sembra una città molto più umana e gentile. Anche entrare in un ufficio comunale non è l’esperienza spaventosa che è a Roma. Non so se ho il polso della scena in generale ma posso dire che con i musicisti con cui siamo amici, da Paolo Mongardi, agli Arto, alla band di Iosonouncane, ed altri c’è un rapporto di amicizia, ci si aiuta e supporta come si può ed è qualcosa che a noi a Roma, per qualche strano motivo, mancava completamente.

Mi racconti il tuo primo ricordo musicale?

Il mio primo ricordo musicale è anche uno dei primi ricordi della mia vita. Avevo tre anni e mezzo. Mio cugino di una decina di anni più grande di me mette sul piatto Atom Heart Mother dei Pink Floyd e me lo narra come fosse una fiaba: all’inizio gli insetti, poi gli animali, poi l’ uomo, poi la bomba atomica; poi si ricomincia tutto daccapo. Ricordo ancora quella narrazione ed il senso di meraviglia totale di quella esperienza che, ho capito solo da adulto, è stata la mia matrice musicale.

E con gli Zu, com’è iniziato tutto? Quali ascolti vi hanno influenzato all’epoca?

Con gli Zu eravamo amici (con Luca da quando avevamo 14 anni, con Jacopo io ne avevo diciotto e lui dodici). Ad Ostia eravamo in pochi strani e tendevamo spontaneamente a gravitare verso gli altri dopo aver suonato con tantissimi gruppetti. Ero entrato in una band/collettivo romano, i Gronge, che erano in una fase abbastanza allo sbando, membri che entravano ed uscivano, senza una vera visione sulla strada da intraprendere. Chiamai con noi prima Jacopo e poi Luca al posto del chitarrista e dopo poco tempo ci fu offerto di scrivere una colonna sonora di uno spettacolo teatrale a cui lavorammo solo noi tre. Era estate in una Roma torrida e semideserta: in quella fase trovammo un suono ed un’ intenzione che ci rappresentava e che apriva una porta in cui sentivamo di stare esplorando qualcosa di personale ed in qualche modo unico. Da lì prendemmo la decisione di continuare in trio, e prendemmo il nome Zu. 

Ascolti dell’epoca: God, la prima band di Kevin Martin (The Bug). Una grandissima influenza iniziale. Molta roba giapponese, in primis i Ruins e i Ground Zero di Otomo Yoshide. Concettualmente fu importante l’ascolto dei Painkiller perché avevano la nostra stessa identica formazione, e in qualche modo avallarono il fatto che si poteva essere una band anche senza avere un cantante e un chitarrista. C’era ancora un circuito legato ai centri sociali: venivano  a suonare al Forte Prenestino band incredibili come Fugazi e Nomeansno. E c’era un collettivo a Roma, Cervello A Sonagli, che invitava gente come Tom Cora o Fred Frith: quel mondo e modo di intendere la musica ci interessava moltissimo, specialmente quando, come nel caso dei The Ex, si creava un punto di contatto con la musica elettrica di derivazione punk rock: l’energia e la visceralità unite ad una ricerca sia timbrica che armonica delle musiche di ricerca. 

Hai collaborato con moltissimi musicisti di varia estrazione. Come hai costruito questa rete?

La rete si è costruita quasi da sé, a partire dagli anni Novanta quando aiutavo Carmelo, un amico del Forte Prenestino, a far girare i gruppi nel circuito. Iniziai così ad accompagnare alcune di queste band in furgone perché c’era sempre il problema che in pochissimi parlavano inglese. Quindi iniziai a rendermi conto sul campo che se volevi suonare non dovevi per forza passare da quella via che ti dicono sia l’unica, trovare agente, manager, etichetta, firmare contratti, andare a Sanremo. Dio, questi erano i Fugazi ed arrivavano in quattro con Ian MacKaye che guidava il furgone! Scaricavano, montavano e suonavano! C’era questa idea del prenderti la tua esistenza in mano, che per me è la cosa più politica che puoi fare. Quindi, ad un certo punto, iniziai a pensare: ci sono queste band che voglio vedere ma non vengono mai in Italia, cerco di chiamarle io, perché no? Allora chiamai i Ruins, e poi i The Ex ed il caso volle che il periodo in cui i The Ex ci dissero di essere disponibili era lo stesso in cui usciva il nostro primo album, dunque fu naturale chiedergli di aprire per loro, gratuitamente.

Alla fine del tour eravamo diventati amici e il bassista mi disse: “Adesso vi organizziamo un giro noi in Olanda”. Alla fine di quel tour olandese sempre Luc, il bassista, mi dice: “Voglio farvi un regalo”, e mi da questo libro fotocopiato con tutti i loro contatti europei: nomi, telefoni, divisi per nazioni e città. Ti parlo di inizio di Internet, questo era come regalare un lingotto d’oro ad una band. Così iniziammo a contattare questi posti e a mandare il disco in giro e la cosa che ci sconvolgeva era che una volta su due ci rispondevano e ci invitavano. Succedevano cose come arrivare a Zagabria e dividere la serata con Mats Gustafsson. Avevo una maglietta dei Nomeansno e Mats mi passa affianco e mi fa: “Il mio gruppo preferito”. Da lì iniziammo a conversare e ci scambiammo i numeri, e pochi giorni dopo la fine del tour mi chiama e mi fa: “Ho in mente una band con Thurston Moore e Jim O’Rourke, pensavo a te al basso, che ne dici?”. Così ebbe inizio Original Silence e questo è solo un esempio di come sono andate le cose, incontri che diventano amicizie e collaborazioni. Abbiamo avuto sorprese bellissime come essere chiamati da Romeo Castellucci per sonorizzare un lavoro della Societas Raffello Sanzio, o dopo un concerto a Palermo ad un festival ci fu Lukas Ligeti, il figlio di Gyorgi, che chiamò me e Gianni Gebbia per un tour americano. Rimanemmo amici e un giorno dopo un concerto a Vienna passammo da lui, che era a casa del padre (che era su a letto) ma in soggiorno vediamo una copia del nostro album Igneo e gli chiediamo cosa facesse lì. Ci rispose che il padre lo ascoltava: queste sono cose che non scrivi sulle biografie della band ma che dentro contano tantissimo e ti fanno andare avanti. 

Un gruppo italiano sconosciuto ai più che tutti dovrebbero ascoltare secondo te. E poi uno straniero.

Ci sono molti gruppi validi in Italia, mi piacciono molto gli Arto. Ma se devo esprimere cosa vorrei che tutti ascoltassero ti direi An Index Of Metals di Fausto Romitelli. Un compositore italiano che si è formato all’Ircam di Parigi e che ci ha lasciati troppo presto. Un brano di musica incredibile in cui c’è dentro tutto e scritto con una sensibilità e tecnica sconvolgente. Straniero è facile: tutti dovrebbero ascoltare i Coil.

Instrumental Fast&Furious Punkjazz from Italy. Negli anni la mia impressione è che la componente jazz, ammesso che prima fosse presente (avrei qualche dubbio, fermo restando che poi bisognerebbe intendersi su cosa sia definibile jazz, sono curioso di sentire la tua opinione a riguardo) sia un po’ sparita per fare posto ad un suono più metallico e compatto, quasi uscisse da una fucina sotterranea(Carboniferous). Come vedi nel corso degli anni l’evoluzione di Zu?

Il jazz per noi non è mai stato un suono: per me il jazz racconta una storia, che posso condividere, e con cui posso anche commuovermi, ma non è la storia che giace negli strati profondi della mia anima. Siamo privi di miti fondanti e sembra che ognuno possa essere qualsiasi cosa, vedi gli americani che vanno in Tibet e iniziano a vestirsi da Tibetani. Ma per me non è così: per questo sulla copertina di Terminalia Amazonia abbiamo messo un capro, perché indica la tragedia, etimologicamente. e noi sentiamo di appartenere a quella storia, al capro, alla Grecia, ai misteri. Perciò per noi il jazz è stato sempre solo un metodo, un apertura, un uscire dalle fissazioni del rock per cui una band è fatta di quelle tre o quattro persone inamovibili che vedi nelle foto. Ci ha aiutato per un periodo ad uscire da quello che conoscevamo, ad esplorare il mondo e farci capire cosa ci interessava davvero e cosa eravamo venuti a dire veramente. ovviamente questa è una traiettoria di anni, non si tratta di fare uno o due dischi più o meno di successo, è il percorso di una vita.

Una sorta di percorso di individuazione per dirla con Jung: uscire dalla psiche collettiva, lentamente e faticosamente, precipitare nei propri inferi e lentamente trovare la strada e risalire in superficie. Torno col pensiero alla Grecia, a Persefone. La benedizione è riuscire a fare questo percorso con le stesse persone, gli amici di sempre e non avere mai un momento in cui qualcosa non si può provare o è troppo strana. Avere questo grado di fiducia per cui ad esempio Jacopo mi dice: “Proviamo a fare questa cosa” e io non la vedo come lui, ma mi fido e dico ”Ok, andiamo a vedere dove andiamo a finire” e viceversa. Si tratta di stare dentro una specie di laboratorio interiore, fatto di tanti strati e in cui una componente davvero essenziale è l’amore reciproco.

Mi racconti un po’ gli avvicendamenti coi batteristi e l’approdo recente in formazione di Stefano Pilia?

Quando Jacopo ha deciso di andarsene nel 2011 la situazione è precipitata, per me anche personalmente: per qualche mese abbiamo continuato con Balasz Pandi e abbiamo fatto qualche live, ma era chiaro che non funzionava. Dopo due anni e mezzo con Luca decidemmo di riprendere e prendemmo con noi prima Gabe Serbian (Locust) e poi Tomas Jarmyr (attualmente Motorpsycho). Posso dire che abbiamo avuto la fortuna e l’onore di avere dei batteristi eccezionali ma non ha mai funzionato davvero, infatti come scrittura credo che la cosa più bella sia stata fare i dischi su House Of Mythology in cui la batteria è assente. Terminalia è stata la prima volta in cui ci siamo ritrovati a registrare con Jacopo e la scelta di fare un disco coi synth analogici ci ha fatto rilassare ed esplorare, senza la spada di Damocle di dover dimostrare a nessuno di “essere gli Zu”. Pensa che stiamo scrivendo il disco nuovo ormai da due anni (nell’ultimo anno con Stefano in formazione) trascorsi tra prove continue ed intensive, ma la prima session che abbiamo fatto con Jacopo è stata al Vacuum studio di Bologna utilizzando vibrafoni, marimbe e synth. Questo per dirti quanto per noi gli Zu siano la nostra espressione e non siano legati ad un format. Questa dimensione di connessione ancestrale e telepatica non c’era con gli altri batteristi. Sono loro grato perché ci hanno aiutati ad andati avanti e altrimenti forse Zu sarebbe finito, ma questa band è possibile solo con queste esatte persone, con la loro storia, nel loro bene e nel male

Con Stefano ci conosciamo da una decina d’anni. I primi a parlarmi di lui furono Stephen O’Malley ed Oren Ambarchi, fan sfegatati dei 3/4hadbeeneliminated. In seguito scoprii che un caro amico condivideva casa con Stefano e lo invitammo ad aprire un concerto per Zu. Da allora fu chiaro che saremmo stati amici. Quando iniziammo a lavorare con David Tibet (Current93) lo invitai a suonare la chitarra acustica. poi iniziammo a suonare in duo, e ha suonato anche in Jhator. Insomma era praticamente già del gruppo, la sua entrata è stata come formalizzare un percorso che si era creato già naturalmente. Per noi è una gran cosa averlo nella band e devo dire che nella fase di scrittura sono diventato ancora di piu un suo ammiratore perché riuscire ad essere unici con uno strumento abusato come la chitarra elettrica è davvero una cosa incredibile oggi.

foto di Sylvia Steinhaeuser

L’ultimo disco che ti ha folgorato?

Te ne dico due: Works di Abul Mogard, e qualche anno prima, Field Of Reeds dei These New Puritans.

Mi racconti della tua/vostra esperienza in Amazzonia e dei suoni a questa legati?

Volevo andare in Amazzonia da tanti anni ma eravamo sempre impegnati con i tour. In un periodo lungo di pausa, che in quel momento non sapevamo ancora essere tale, decisi di viaggiare. Andai prima in Himalaya, poi per tre mesi negli Stati  Uniti e poi da lì decisi di coronare questo sogno. Pensavo di andare in Perù per un mese e di trascorrere solo dieci giorni in Amazzonia, ma quando sono arrivato al villaggio indigeno mi è stato chiaro che sarei rimasto lì a lungo. Infatti la prima volta rimasi lì per nove mesi. Alla fine, con alcune interruzioni, ci ho passato circa due anni e mezzo. Nel corso di questo tempo mi sono venuti a trovare sia Luca che Stefano. Avevo conosciuto un antropologo inglese in rete, scrivendogli dal suo blog. Lui mi aprì la strada e mi fece accompagnare in questo villaggio indigeno. Nella cultura amazzonica il primo requisito di un medico tradizionale è il canto, che viene tramandato di generazione in generazione, tanto che gli anziani cantano in una lingua antica che credo sia paragonabile al latino per noi. Essere testimone del potere del canto e quindi del suono ha rappresentato un risveglio di qualcosa di primario dentro di me, di una motivazione ed un’intenzione che avevo sempre sentita implicita nella misteriosa pratica del suono. È stata una riconciliazione.

Suggestioni extra musicali: libri, film, arte, parole che ti hanno segnato in questi anni.

Libri: PK Dick. Carl Gustav Jung. i Vangeli gnostici. Mircea Eliade. Gregory Bateson. Marie Louise Von Franz. Joseph Campbell. Euripide. Rumi, Camus, Thomas Merton, Teresa d’Avila. Giovanni della Croce. Yogananda. 

Film: Il Colore dei melograni ( Sayat Nova) di Paradjanov. Tarkovsky. Mahabharata di Peter Brook. La Città Incantata di Miyazaki. Dead Man di Jarmush. They Live di Carpenter. Pasolini.

Arte:  i dipinti rupestri di Lascaux e Chauvet, l’arte bizantina. la Societas Raffaello Sanzio. 

Parole: “Coloro che cercano cerchino finché troveranno. Quando troveranno, resteranno turbati” ( Vangelo gnostico di Tommaso) 

Se non fossi un bassista che strumento ti piacerebbe suonare?

Mi dedicherei completamente ai sintetizzatori credo. E credo che questa sia la risposta che ti darebbero tutti gli Zu.

Mi fai un elenco, lungo quanto vuoi, di dischi necessari ed importanti per te?

La sagra della primavera e Petrushka di Igor Stravinsky.

Tutto dei Coil (esclusa la parentesi acid house di metà anni Novanta) e di Peter Christopherson.

Tutti i Pink Floyd, da Syd Barret fino a The Wall.

Red dei King Crimson.

Tutto Brian Eno fino a My Life in the bush of Ghosts con David Byrne.

Eno e Fripp. Robert Fripp solo.

Tabula Rasa e Fratres di Arvo Part.

Tutti i Birthday Party.

Flowers Of Romance dei PIL.

Quasi tutto David Sylvian e gli ultimi due album dei Japan per Mick Karn.

Foxtrot dei Genesis.

Ege Bamyasi, Future Days e Tago Mago dei Can.

Il lato A di Imperium dei Current 93, e Islands dei C93 con COH.

I lati ambient di Low e Heroes di Bowie.

Trilogie De la Mort di Eliane Radigue.

An Index Of Metals di Fausto Romitelli.

Laughing Stock dei Talk Talk.

Mark Hollis.

Atlas di Meredith Monk.

In a Landscape di John Cage.

Erik Satie. Debussy

Ma Mere l’Oye di Ravel.

Variations di Steve Reich.

4 movimenti per piano di Philip Glass.

Aguirre Nosferatu e Hosianna Mantra dei Popol Vuh.

Ricochet dei Tangerine Dream.

Zamia Lehmanni degli SPK.

In this world dei Cindytalk.

Spiral Insana dei Nurse With Wound.

Lustmord.

La passione secondo Matteo di Bach.

Domanda generalista, vaga e forse un po’ sciocca, posta in questi termini: dove sta andando la musica? E dove sta andando la tua musica?

Mi sembra che la tendenza generale sia verso una mediocrità, questa sì sciocca etimologicamente, cioè insipida e senza profondità. La tendenza moderna è confondere la profondità con l’oscurità. Quello che tocca la psiche profonda fa paura e viene percepito come perturbante. Aggiungo però che c’è sempre un elemento compensatorio, per cui se è vero che il mainstream tende a degradare resta pur sempre un contraltare. Siccome l’indie ha cambiato significato ed è diventato quello dei nuovi cantautori, è avvenuto uno slittamento di significati. Quindi ci si volge verso altri ambiti. Luoghi dove ascoltare per non dire suonare, che si avvicinano alla musica contemporanea, ovvero si fanno sempre più di nicchia. In questa nicchia però c’è un fiorire musicale che è più punk del punk, perché incompromissorio e nato da vera necessità.

Voglio citarti come esempi di questo ragionamento musicisti come Valerio Tricoli, Claudio Rocchetti, Stefano Pilia, Giuseppe Ielasi, Enrico Malatesta. Per quando riguarda invece a mia musica partiamo da qui: c’è un meme imperante per cui il rock è morto. Non considero nemmeno rock la mia musica, mi riferisco a lei come musica elettrica, semplicemente. La cosa interessante è uscire dalle scatole. Posso dirti, chi se ne frega del rock e del sottogeneri. Ecco perché mi piace tanto quel brano di Romitelli. Si sentono così tanti mondi dentro, ma non presi e cut-uppati solo con fredda cinica e postmoderna intelligenza, alla Zorn (che malgrado abbia parlato bene di noi, devo dirti che detesto abbastanza come compositore). Ci sono crepe fra i generi, come fra le placche tettoniche, e una volta che ci scivoli dentro quelle crepe diventano canyon, e poi enormi masse inesplorate dove se non ti fai infinocchiare da becere questioni identitarie (tipo che nel rock devi avere quell’aspetto e quei vestiti  e quegli strumenti) si apre una libertà in cui non hai neanche più bisogno di estremizzare la ricerca. Diventa tutto naturale. Anche l’idea più semplice va in un luogo dove c’è spazio. La cosa più importante per me è partire dalla mia esperienza, dire la verità in musica, non giocare con le idee, non mentire alle persone. Dire in musica qualcosa che magari non sia popolare, ma possibilmente sia rilevante, anche se poi lo è solo per una persona lì fuori: questa è la mia linea di pensiero da sempre, anche se all’inizio magari non avrei trovato le giuste parole per esprimerlo, era già li, più o meno da sempre.

Credo che tutta la mia e la nostra ricerca sia stata una ricerca anche personale ed interiore, verso una parola che è stata bistrattata nell’epoca postmoderna, e cioè Verità. Quello che suono e che suoniamo deve essere vero: se è vero, allora avrà dentro quel fuoco che cerchiamo, e questo è quanto. Non abbiamo mai guardato ad altro. Ciò che importa è cercare se ci sono persone che entrano in risonanza con quel fuoco: se questo accade, quel fuoco si espande.

Cosa ne pensi di tutta la ampiamente dibattuta questione della musica liquida, nuova fruizione, fine del supporto, eccetera? Te lo chiedo da fan del cd e da addetto ai lavori che si comporta quasi come se lo streaming e compagnia varia non esistessero.

Non mi interessa molto il dibattito in genere, e neanche necessariamente il supporto, di per sé. Secondo me è l’esperienza ad essere importante: sai ancora immergerti per un’ora in ascolto, come quando eri adolescente? Disteso su un letto o guardando fuori dalla finestra senza scrollare Facebook nel frattempo? Per me la musica ha una funzione rituale che si esprime al meglio nella sua esperienza collettiva. Potranno anche costruire i robot che eseguono partiture di classica, ma come mi faceva notare coi suoi modi da intellettuale siciliano del XX secolo l’amico Gianni Gebbia, l’uomo è “fatto di traumi” (Lacan) e non è clonabile. Un uomo con i suoi traumi ed i suoi sogni ed incubi, che suona davanti ad un pubblico, è un’ esperienza tuttora irripetibile, per fortuna. E non c’è streaming o futuro ologramma che tenga. Spero che sia una dimensione che riuscirà a sopravvivere, non solo perché ho vissuto nella vita pratica grazie a questo, ma perché è uno dei pochi puri momenti di vera collettività condivisa non manipolata ed asservita al potere.

Comunque capisco che ti comporti come se lo streaming non esistesse. E’ una strategia di sopravvivenza ormai, crearsi una bolla e fare come se non esistesse quello che non ti piace. Io faccio così con praticamente il 99% della musica che gira, con Sanremo, con le notizie in genere, e devo dire che è l’unico modo di restare umano e più o meno sereno. Poi se non ho sentito mai  la musica di (metti qui un nome a caso), mi arriverà in qualche modo, o vivrò lo stesso.

Una vita di ascolti, di collaborazioni, di suoni. Guardando indietro come mi puoi raccontare la tua crescita?

Come musicisti ci siamo buttati nella musica con un entusiasmo esistenziale, era una soluzione personale, individuale, spirituale, e anche politica ( di non asservimento, quindi di ribellione ontologica). La nostra spinta e curiosità ci ha portato in un ambito, in cui la collaborazione e lo scambio sono molto presenti, che è quello dell’avant jazz. Ma dopo qualche anno anche quel mondo ci andava stretto. I nostri ascolti sono sempre stati onnivori: mentre viaggiavamo in furgone in tour ascoltavamo dischi di gamelan balinese o musica tradizionale di tuva o interi dischi di Eliane Radigue. Questi mondi altri sono stati compressi sotto la superficie per anni e sono poi esplosi con la trilogia per House of Mythology. Per quanto riguardo la mia esperienza come ascoltatore posso dirti questo: sono passato dall’hard rock dei nove anni al metal dei dodici, e poi sono stato folgorato dai Cure a quattordici. Poi è stato il momento di Joy Division, Bauhaus e tutta quella fase l, fino ad arrivare al mondo di nicchia legata a Coil, Current 93, Neubauten, eccetera.

Cercavo, anche perchè stavo attraversando un periodo molto doloroso, suoni che contenessero quel disagio e così aprii gli ascolti alla contemporanea. Andavo al Goethe Institute di Roma, dove potevi prendere in prestito dieci vinili a settimana, e avevano una collezione enorme: Ligeti, Stockhausen.. e poi ascoltavo Radio3 con una cassetta sempre in Rec e pausa, pronto per registrare qualcosa che mi piacesse. C’è stato addirittura un periodo in cui ho comprato il Radiocorriere Tv perché c’erano i programmi di Radio3 e della filodiffusione con gli orari dedicati alla contemporanea.. Per fortuna poi ho incontrato amici più grandi di me che mi hanno fato scoprire quello che stava succedendo negli Stati Uniti: Swans, Sonic Youth e compagnia, che mi riportò al rock e poi iniziai a diciannove anni a frequentare il Forte Prenestino dove passavano band come i Fugazi, che ho avuto la fortuna di vedere live un bel po’ di volte (fino a poi a diventare amici), i Nomeansno , la Rollins Band. All’epoca non c’era nulla di simile in Italia, c’era l’hardcore, certo, ma solo quello brutale e politicizzato: con tutto il rispetto per quelle band, quando arrivavano i Fugazi davvero il tetto del posto saltava e ti chiedevi come facessero ad avere questa energia assieme alla precisione e quel suono. Non avevamo fratelli maggiori che ti dicessero “Compra quell’ampli” o “Sì fa così”. Prima di Internet ti toccava imparare tutto da solo: questo voleva dire farlo intraprendendo una tua strada personale, che poi è quello che è stato. Per rispondere finalmente alla tua domanda, ad un certo punto un amico (che poi è diventato il mio omeopata) mi fece sentire il primo disco dei The Ex e Tom Cora, appena uscito, credo fosse il 1991. Non avevo mai sentito nulla del genere. E scoprii che c’era tutto quest’altro mondo di ricerca che non era accademico o elitario, anzi, molto aperto e fatto di musicisti che poi abbiamo conosciuto, davvero umili ed umani. Foto ti copertina di Pietro Bandini (Phocus Agency)

 

18 Giugno 2020
18 Giugno 2020
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