Alfaboombapbeto. Intervista a Murubutu

Alessio Mariani in arte Murubutu, da Reggio Emilia, è uno dei nomi sulla bocca di tutti nel rap italiano non allineato alla banalità imperante. In tour per portare in giro per lo stivale la sua ultima fatica, Tenebra è la notte, ci ha raccontato un po’ di cose sul percorso che lo ha portato in venti anni e oltre di militanza hip hop dai concerti nei centri sociali degli anni 90 ai sold out nei locali di oggi, in tutta Italia.

Sgomberiamo subito il campo da equivoci: non sono un appassionato e neppure un esperto della scena rap italiana attuale; sono (toccando corna) nel mezzo del cammin di nostra vita e quando avevo vent’anni era l’epoca dell’esplosione hip hop in Italia. Poi ho percorso altre strade ma sono rimasto sempre curioso rispetto a questo genere, avendo anche la fortuna di coltivare dai tempi del liceo un’amicizia personale con il rapper che qui intervisto. Ricordo i primi concerti nei centri sociali, le rime scritte su un foglio durante le riunioni a scuola (siamo stati entrambi rappresentanti di istituto un anno) di una improbabile quanto tenera, a ripensarci oggi (conservarli, l’entusiasmo, la freschezza e la voglia dei vent’anni, sarebbe bello, ma è un’utopia) Reggio Emì (sulla scia di Napolì dei 99 Posse); le discussioni, i confronti, gli scambi musicali. Con perseveranza ed indiscutibile talento nel forgiare uno stile del tutto peculiare, nel corso di vent’anni ed oltre di appassionata militanza, Alessio sta ora raccogliendo quanto ha pazientemente seminato nel corso di un percorso lungo e vissuto sempre con intelligenza.

Il nuovo disco conferma una torsione maggiormente pop nelle produzioni che già si era affermata prima, che riscuote un grande apprezzamento da parte di un pubblico sempre più vasto. Rimandiamo anche alla appassionata intervista, fatta secondo un’ottica diversa da quella di chi scrive, e va benissimo così, del nostro Luca Roncoroni, ai tempi del quarto disco, L’uomo che viaggiava nel vento. Già in quella conversazione emergevano alcuni temi che abbiamo toccato anche qui, come la presa di distanza rivendicata ed orgogliosa dalle banalità testuali di molta trap e gli ammiccamenti (voluti o meno) al pop. Fermo restando che sono assolutamente d’accordo con Alessio sul fatto che un altro rap è possibile, per quanto mi riguarda sono sicuro che con un lavoro produttivo più approfondito e versatile l’eccellenza sarebbe garantita. Era giunto allora il momento di tracciare un bilancio e poter parlare a viso aperto (la lunga conoscenza reciproca mi permette di essere franco su quanto non mi convince, a livello musicale) di una serie di questioni come le radici, le prospettive, la Storia ed il potere delle storie. Che alla fine quello ognuno di noi racconta, una storia.

Capacità di sintesi, racconti in miniatura, che hai ribattezzati rapconti, parole che viaggiano sul ritmo: qual è il tuo primo ricordo di quando hai iniziato, più di vent’anni fa? Cosa ha fatto scattare la scintilla della parola sul ritmo e come si sono evolute le cose nel tempo?

Ho iniziato al Liceo, scrivendo una canzone ispirata all’album 100% dei Negazione. Mi piaceva la tensione poetica di quei testi che parevano contrastare con la violenza hardcore degli strumenti. L’ho sottoposta alla mia insegnante di italiano che mi ha incoraggiato a continuare a scrivere. Le sono grato, anche questo è quello che dovrebbe fare un buon insegnante, stimolare i processi creativi. Poi è arrivato, sempre all’inizio degli anni 90, il rap delle posse, che con la sua forte connotazione identitaria e l’incisività espressiva che mi ha rapito. Con il tempo ho abbandonato i testi retorici del rap militante evolvendo la mia scrittura in modo più personale e articolato, ma il boom bap mi è rimasto dentro per sempre.

Mi interessa questa radice hardcore: che gruppi ascoltavi all’epoca, e quali erano i punti di contatto tra hardcore e il rap degli albori in Italia? Cosa ha fatto sì che le strade dei due generi e delle due attitudini divergessero sempre più secondo te?

Oltre ai Negazione ascoltavo Gorilla Biscuits, Agnostic Front, 7 Seconds, Ludichrist… I punti di contatto si trovavano nella comune radice antagonista, nella volontà di rappresentare la voce di sottoculture con riferimenti valoriali condivisi. Ai tempi era normale che in una stessa serata di esibissero sia gruppi rap che hardcore. Il rap però ha sempre avuto anche una componente commerciale e tutt’altro che antagonista che l’ha portato a diffondersi sempre di più e a sviluppare come negli Stati Uniti una vocazione mainstream.

Parlando dei tuoi inizi, in altra sede mi raccontavi di come all’inizio si respirasse un’aria di comunità molto forte. Perché questa sensazione di fratellanza di cui parli si è persa secondo te? Affinità e divergenze tra la scena hip hop degli inizi e quella di oggi?

Le dinamiche solidali e la percezione di una identità comune si sono perse, più o meno fisiologicamente, attraverso la crescente diffusione e la sempre maggiore esposizione del genere, che ha dato vita a interpretazioni eterogenee, direzioni diverse e alla esposizione mainstream. La differenza maggiore che ravviso rispetto ai miei tempi è la diversa relazione con le radici. Allora si era consapevoli di essere parte di una cultura con una radice solida, che restituiva un senso di appartenenza forte. La scena attuale invece non si preoccupa delle origini di ciò che ha in mano, non vuole conoscere la storia del mezzo che usa, prende alcuni aspetti di questa cultura e li utilizza in modo funzionale. Per questo la Trap sparirà e l’Hip Hop no.

Non salvi nulla della trap? A me, per quel pochissimo che conosco, certe basi di Young Signorino sembrano interessantissime ed anche questa deriva (a)narcosurrealista vagamente spastica non dà più fastidio delle mille banalità che si sentono in tanto rap nostrano e non…

Io non odio la trap però non apprezzo la sempre maggiore omologazione che caratterizza questi fenomeni musicali così derivativi. Ci sono produzioni fatte con le 808 che non mi dispiacciono, il problema è che spesso sono tutte molto simili perché il mercato lo richiede. A me invece questa deriva, che più che anarcosurrealista definirei caricaturale, infastidisce molto ora per la sua superficialità strategica, ora perché fortemente diseducativa per la fascia d’utenza di giovanissimi cui si rivolge.

Vorrei chiederti chi non apprezzi nella scena attuale e perché, ma so che sei un gentiluomo. Dimmi almeno chi apprezzi e per quali motivi…

Gli artisti che apprezzo maggiormente sono Rancore per la visionarietà, Dargen per la genialità, Claver per l’intensità, Caparezza per la cultura e la capacità espressiva, e poi tanti altri che puoi trovare, non a caso, come featuring nei miei dischi.

Immagina di portare per mano chi non conosca nulla o quasi del rap in un viaggio dai suoi inizi in Italia ad oggi. Quali secondo te le tappe più significative?

Nel tracciare un cammino estremamente sintetico ma rappresentativo: Isola Posse, Sangue Misto, Unlimited Struggle, Marracash. Non apprezzo tutto di questo percorso per tappe, ma lo ritengo esemplificativo

I beats dei tuoi pezzi sembrano prediligere a volte più il lato melodico rispetto a quello di derivazione black. In questo si sente la vicinanza a certo cantautorato che citavi prima, forse. Qual è il tuo background musicale e cosa ascolti, oltre al rap?

Nel mio background c’è il cantautorato italiano degli anni 70, soprattutto a livello di testi. Dal punto di vista strettamente musicale c’è soprattutto black music. Ascolto prevalentemente hip hop, nu soul, reggae e dancehall.

Mi fai qualche nome?

Ultimamente ascolto molto Apollo Brown con Joel Ortiz o Rass Kass (hip hop), Ama Lou, Pip Millet (nu soul) Collie Buddz (dancehall)

Come mai questo background poi non si riflette nelle produzioni che accompagnano i tuoi testi?

Ultimamente ho cercato una maggiore apertura melodica ma nel contempo anche sonorità più aspre e contaminate. Non penso che le melodie che ho proposto non abbiano a che fare con la sonorità black. Secondo me nella critica bisogna rifuggire la moda diagnostica secondo cui un artista che si evolve automaticamente tradisce il suo suono originario. Rispetto agli artisti trap attuali le mie sonorità sono molto più black, nel senso che intendi tu.

E quale senso intendo io, fammi capire? Moda diagnostica: ovvero? Io semplicemente annoto da ascoltatore e non da esperto conoscitore del rap che nelle tue basi il funk, il soul, il jazz, il groove non la fanno da padrone; sono più basi melodiche che rimandano alla canzone…

Il background black si riflette tutto in modo indiretto ma anche in modo diretto. Avrai notato che nelle mie basi c’è il campionamento o lo scratch, cose che non trovi in quelle di Young Signorino. Se hai ascoltato la voce di Dia in Tenebra è la notte oppure il beat prodotto da Dj West per Occhiali da luna, nel mio ultimo album, non ti sarà sfuggita sicuramente la componente soul e funk.

Se fuori da ogni diplomazia ti dicessi che il tuo live musicalmente ha ampi margini di miglioramento, che l’aspetto testuale nella tua musica emerge in modo nitido ma quello musicale potrebbe essere più approfondito, mi diresti che sono snob o che non capisco come funziona l’hip hop? Una volta mi hai detto che per te conta soprattutto il testo. Io sono un grande appassionato di hip hop americano, adoro i suoni ma non capisco nulla di quello che dicono, semplicemente mi faccio prendere dal groove. Anche I Sangue Misto ed il primo Neffa, dal punto di vista testuale non dicono assolutamente nulla: ma i grooves sono prodigiosi. Siccome i tuoi testi hanno un peso specifico di tutt’altro spessore, non credi sarebbe bello affiancarli a produzioni diverse? Non hai pensato di iniziare a girare con una band, ad esempio?

Non sono d’accordo sulla tua considerazione che i Sangue Misto non dicessero nulla, si può non essere d’accordo su quello che dicevano ma ci sono anche rime consce in SXM. Per quanto riguarda i miei beats devono avere una tensione quasi cinematografica, cioè essere dei tappeti sonori idonei alle ambientazioni delle mie storie. Il loro primo scopo è principalmente quello. La musica è funzionale al testo e il pubblico mi testimonia continuamente una buona resa in questo senso. L’utilizzo di una band sicuramente migliorerebbe la suggestione del suono e l’impatto live. E’ una possibilità che sto valutando per un futuro non troppo lontano.

Come scegli le basi per i pezzi? Tu mandi il testo già pronto ai produttori, sono loro che ti mandano proposte e poi tu scegli quale testo usare su una determinata base?

Principalmente in due modi: ricevo proposte da parte dei beatmakers che valuto in base al tipo di storia che voglio raccontare, oppure propongo io ai miei produttori più vicini alcuni campioni che ritengo interessanti per l’atmosfera che voglio creare.

Davide Cerullo, scrittore e fotografo con trascorsi nella malavita ed attivo in vari progetti a Scampia, dice: «Una delle peggiori oppressioni si esercita su chi manca di parola: bisogna riconsegnare la possibilità di usare la parola». Punta a questo il tuo rap? Come sei riuscito ad arrivare ad uno stile così denso e carico di immagini, e come è avvenuto il passaggio allo storytelling?

Siamo nell’epoca della post-verità, la nostra società della comunicazione consegna a tutti una possibilità espressiva che però ha perso potere di significazione Il mio rap ha due obiettivi: essere formativo per le giovani generazioni di ascoltatori ed emancipare il genere dagli stereotipi che lo ammorbano. Penso che, se ho un talento nella scrittura, non risieda tanto nella mia fantasia o nelle mie risorse stilistiche quanto nella capacità di elaborare delle sintesi efficaci.

A proposito di “potere alla parola”. “Giornate stonate / io non le autotunno.”, scrivi in Occhiali da luna. Che ne pensi della trap?

La frase citata di Occhiali da luna non è mia ma del talentuoso Dutch Nazari presente come ospite. Non mi piace la musica trap, generalmente troppo derivativa e modaiola, troppo superficiale. Esistono eccezioni ma finora non ho trovato nulla che mi interessi davvero, inoltre odio l’autotune e l’abuso che se ne sta facendo da troppi anni.

Suoni in giro per l’Italia e con un successo crescente. Che tipo di pubblico ti segue?

Il mio pubblico è principalmente giovane ma, mi sono accorto, sempre più trasversale. Rispetto ad un rapper tradizionale mi scrivono e raggiungono ai concerti sempre più famiglie, oppure persone sopra i cinquanta, attirati più dalla componente narrativa che da quella musicale.

Per giovane intendi quanto giovane? Cosa ti dicono quando li incontri nel post concerto?

Ragazzi dai 18 ai 30 anni. Molto spesso mi riconoscono il merito di avergli fatti rivalutare un genere che avevano sempre dequalificato. Sempre più spesso mi dicono che li ho aiutati tanto in periodi difficili. Sono contento di quello che posso fare nel mio piccolo. Le storie di vita ci permettono di immedesimarci, calarci nella storia dell’umanità, farci sentire meno soli.

Ti aspettavi, dopo tanti anni di paziente, caparbio lavoro nell’underground, di avere finalmente una esposizione mediatica importante ed un successo gratificante?

Sinceramente no, ovviamente questa cosa mi gratifica molto soprattutto perché sto continuando a proporre sempre ciò che mi piace, rap narrativo, senza alcuna concessione a mode o tendenze. Chi dice che mi sono ammorbidito dovrebbe ascoltare il mio demo del 1993, ho sempre avuto una forte
componente sentimentale nella mia scrittura. Questa maggiore esposizione mi rende felice ma io avrei fatto questo a prescindere, la musica per me è un antistress eccezionale, il mio lavoro è un altro.

Perché un concept album, di nuovo, e perché sulla notte? È una notte interiore o una notte collettiva, o entrambi?

Un concept è un limite ma anche una grande libertà, un po’ come la scrittura in rima. Utilizzare un comune denominatore da poter declinare a piacimento (un notte singola, collettiva, salvifica, temibile, ecc…) mi porta in territori in cui forse non arriverei mai se fossi completamente svincolato. La notte per tanti motivi: perché volevo un concept che fosse sempre più stringente rispetto ai precedenti, che fosse un medium temporale oltre che spaziale. Inoltre soffro di un piccolo disturbo del sonno e la notte è il momento in cui mi trovo a scrivere più spesso.

Il pezzo a cui sei più legato in questo disco nuovo ?

Sicuramente La stella e il marinaio, dedicata a mia madre, scomparsa due anni fa.

Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?

Mi piacerebbe lavorare con artisti esterni alla sfera hip hop come Vinicio Capossela, Alborosie e Fiorella Mannoia.

So che una ragazza ti ha dedicato addirittura una tesi di laurea, c’è gente che si tatua la copertina del tuo ultimo lavoro addosso? Come vivi questa attenzione che nel tempo è diventata così significativa?

Scrivo storie che si fondano sull’empatia. La mia proposta può non piacere ma non è usa e getta. Ha più piani di lettura, cerca di toccare corde profonde: il mio pubblico mi riconosce questo e si affeziona.

Se fossi uno scrittore, che scrittore saresti? Poeta, romanziere, autore di racconti, saggista?

Inizialmente uno scrittore di racconti e nel tempo forse anche un romanziere.

E che romanzo scriveresti, dunque?

Mi piacerebbe scrivere un romanzo di formazione con una lieve curvatura surreale.

Dimmi tre libri che secondo te tutti dovremmo leggere, tre canzoni che dovremmo ascoltare, tre film che dovremmo vedere…

  • Libri: Luther Blisset “Q”, Suskind “Il profumo”, Zola “Il ventre di Parigi”
  • Canzoni: Guccini “Incontro”, Gaber “Quando è moda”, Yann Tiersen, “ Drowned Girl”
  • Film: K. Loach, “Terra e libertà”, G. Diritti “L’uomo che verrà”, J.P. Jeunet “Una lunga domenica di passioni”
3 Novembre 2019
3 Novembre 2019
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