Il mondo è il mio strumento. Intervista a Paolo Angeli

Paolo Angeli, da Palau, Sardegna settentrionale, un’anima proiettata nel mare magnum del suono, con 22.22 Free Radiohead, mio disco dell’anno per SA, ha colto l’ennesimo centro di un musicista capace di emozionare come pochi altri al giorno d’oggi. Se non lo avete mai visto in concerto, cercate di rimediare: i suoi live sono un’esperienza, il timbro multiforme ed inimitabile della sua chitarra sarda preparata (un vero e proprio strumento mondo) riesce ad arrivare in punti dove pochi giungono.

Un mix imprendibile ed efficacissimo tra tentazioni avant, devozione alla memoria dei padri e degli antenati, improvvisazione, riscrittura creativa, folk globale, free rock, attitudine jazz, noise lirico ed ispiratissimo. Sarebbe interessante sapere se questo viaggio, in cui i temi della band di Yorke e Greenwood alla fine sono poco più di un pretesto per salpare, sia giunto appunto alle orecchie della band. Con il chitarrista abbiamo parlato di radici, percorsi, del suo strumento unico (un classico dei suoi live è la processione dei neofiti alla fine per osservare da vicino cotanta meraviglia), della sua passione da artigiano e dell’Italia vista da fuori.

Abbiamo incontrato un artista curioso, onnivoro, completamente immerso in un corpo a corpo con il suono, che lo vede protagonista di collaborazioni ad amplissimo raggio, che spaziano da Iosonouncane al maestro dei tamburi Hamid Drake, con tutto quello che può starci in mezzo. Una testa ed un cuore rari; sarà solo un caso che abbia deciso da tempo di andarsene dall’Italia?

Cosa stai ascoltando in questo periodo?

Dopo aver finito il festival Isole che Parlano, ad inizio settembre, mi sono concentrato nell’ascoltare i musicisti che si sono esibiti quest’anno, tra cui le melodie algide di Josin,  le improvvisazioni per oud di Yamasine Shahusseini, il minimalismo lirico di Balladeste. In questo periodo sono affascinato dall’incontro tra Medio Oriente e Occidente. Ad esempio, qualche giorno fa ho ascoltato dal vivo il duo Praed, perfetto connubio tra la musica dance elettronica di Beirut e la scrittura contemporanea del clarinettista Paed Conca. Proprio oggi ascoltavo per l’ennesima volta Max Roach in We insist Freedom Now suite: mi consolo pensando al come la musica meravigliosa non sia segnata dal passo del tempo.

Mi racconti il tuo primo ricordo musicale?

La Canzone dell’amore perduto (De André) cantata e suonata da mio padre 

Una canzone che vorresti aver scritto?

Hyperballad di Björk.

Cinque dischi imprescindibili della tua vita?

Ci devo pensare! Se mi dai due giorni ti rispondo. Ti posso dare dei dischi e delle aree di ricerca? Per ora (in forma di appunto) Gli Aggius del Coro di Salvatore Stangoni, Confraternita delle voci di Castelsardo,  il 45 giri A Ora Selenziosa di Mario Scanu e il cofanetto canto in Re. Il Fred Frith del Guitar Quartet, Gravity e Skeleton Crew, Vespertine live di Bjork, Paco de Lucia (ad eccezione del guitar trio) con e senza Camaron, Ah Hum di Mingus, 80/81 di Pat Metheny.

Chi ti vede in concerto per la prima volta resta sempre sbalordito dalla tua chitarra sarda preparata. Ci spieghi come funziona?

È uno strumento orchestra, punto di sintesi tra violoncello, chitarra e batteria. Un set di sei martelletti, simili a quelli del pianoforte e azionati da sei pedali, mi permette di costruire le linee di basso e realizzare contrappunti con i piedi (come se fossi un organista). Poi ci sono diverse eliche che utilizzo per realizzare bordoni e melodie con suono continuo, tre set di corde (le sei principali, 8 di una piccola arpa, 4 di sitar, per un totale di 18), diversi ponti mobili per ottenere timbriche  simili al basso fretless, al koto e alla kora. Il tutto è spazializzato in quanto ogni corda ha un singolo pickup.

Come nasce l’idea di costruire il tuo strumento, quali sono state le persone fondamentali in questo percorso? Si tratta di un percorso che è giunto alla fine o lo strumento è passibile di ulteriori mutazioni?

Nasce per caso, nella splendida Bologna degli anni ’90, tra le aule del DAMS occupato, la bottega dell’artigiano Francesco Concas e il falegname di Palau Romano Scanferla. Erano anni in cui gravitavano in città musicisti come Fred Frith e Jon Rose. Io suonavo nei collettivi di improvvisazione tra cui il Laboratorio Musica & Immagine. Quando si sciolsero sentivo la mancanza di quel suono orchestrale, per cui ho iniziato a modificare la mia prima chitarra sarda, la propaggine di quello che vivevo musicalmente in quel momento, a contatto di gomito con la tradizione della mia terra, nella trasmissione orale con il maestro Giovanni Scanu. Per la realizzazione del secondo prototipo (tra cui una copia commissionata da Pat Metheny) è stato determinante il ruolo della Liuteria Stanzani: Giancarlo era un liutaio all’antica, dialogava con il legno: è stata una lezione assistere alla maestria di questo grande artigiano. Io continuo a modificare lo strumento e penso che avrà ulteriori sviluppi.

In molti dei tuoi dischi hai disseminato tracce del tuo legame con la tradizione sarda: nell’ultimo disco (22 22, Free Radiohead, che prende a pretesto dei temi della band di Thom Yorke per partire in mare aperto, oltre a presentare una serie di pezzi originali) brilla in particolare S’Andira, basata su un testo del 1700 del poeta Baignu Pes. Ci racconti il tuo rapporto con la tradizione sarda e con la musica popolare in generale?

Dal 1993 non ho mai perso una settimana santa, vissuta a stretto contatto sopratutto con gli straordinari cantori di Cuglieri e Castelsardo. Da loro ho imparato il canto a concordu e affinato il canto a Tasgia,  polivocalità di Aggius, tuttora tra le musiche di tradizione che amo di più. Per 10 anni ho fatto bottega con Giovanni Scanu, da cui ho appreso tutto il repertorio del Canto a chitarra gallurese e logudorese: è stato come avere accesso ad una miniera, una difficilissima esperienza di trasmissione dei repertori per riuscire ad accompagnare la gara di Canto a Chitarra. Poi ci sono stati i cinque anni dedicati alla digitalizzazione dell’Archivio Mario Cervo, la più importante fonoteca al mondo interamente dedicata alla musica tradizionale sarda e, in generale, alla musica fatta dai sardi. Il tutto è stato coronato con la pubblicazione del volume Canto in Re, un libro storico e analitico sul canto con chitarra, in un’edizione completata con 5 cd dedicati alle registrazioni realizzate tra il 1922 e il 1967. Pur avendo alle spalle decenni di percorso dentro la tradizione, solo di recente ho iniziato a trovare una chiave che mi convince per utilizzare la matrice sarda in chiave contemporanea.

Se penso ad un chitarrista che credo sia stato importante nel tuo percorso artistico mi viene sicuramente da citare Frith. Ce ne sono altri? O altri strumentisti?

Adolfo Merella per la chitarra sarda; Fred Frith senz’altro è il musicista che ha influenzato di più la mia attività artistica, come pensatore della musica che trascende dal rapporto con lo strumento per realizzare un concetto compositivo o un’improvvisazione svincolata dalle tecniche convenzionali. Pat Metheny è stato il mio primo amore adolescenziale. Con lui continua un rapporto di confronto, guardo spesso ai suoi lavori più ‘free’ e condividiamo analisi sulla condizione attuale del fare musica. Nella maturità è arrivato il flamenco e con lui Paco de Lucia, ancora oggi troppo poco conosciuto per chi lo identifica con il trio di Friday Night in San Francisco. La rivoluzione apportata da Paco e da Camaron al flamenco rappresenta una fonte di grande ispirazione per rapportarmi con creatività alla musica sarda. Tom Cora è stato il punto di partenza per usare l’archetto e pensarmi come  un violoncellista mancato, Jon Rose e i suoi violini preparati mi hanno dato il La per iniziare a modificare la chitarra. Aldo Cabizza come primo arrangiatore del Canto a Chitarra.

Quali sono le tue collaborazioni attive al momento?

Il trio Piccola Orchestra Gagarin, incontro tra musica improvvisata, indie rock e melodie mediorientali; il duo con Iva Bittova, il free che abbraccia la tradizione gypsy dell’Europa dell’Est, gli incontri mai pianificati con Fred Frith e Hamid Drake ; il crossover tra canzone d’autore e post-rock con Iosonouncane.

Come nascono le tue composizioni e com’è il rapporto con il materiale altrui (Bjork, Frith, Radiohead)?

Nasce dalla pratica quotidiana del fare musica. Passo tutte le mattine a contatto con la mia chitarra e mentre improvviso germogliano spunti su cui lavoro nel tempo. Il rapporto con altri compositori consiste in una forma di arrangiamento ma, sopratutto, mi ritrovo a smontare e frammentare i loro discordi per poi assemblarli in relazione alla mia specificità ed esigenza espressiva. Non si tratta di cover ma di riscrittura creativa.

Vivi a Barcellona da diversi anni e suoni più in giro per il mondo che in Italia. Qual è il tuo sguardo sul nostro paese stando fuori, dal punto di vista sia musicale che culturale e politico in generale?

Inizio le mie giornate leggendo la stampa italiana e spagnola, mettendo in relazione le due realtà. Stendo un velo sull’ondata di neofascismo sdoganata quotidianamente nei social e mi concentro sulle isole felici. Appoggio la resistenza delle realtà di produzione culturale che portano avanti la musica creativa, trasversalmente tra i generi – ad esempio il circolo H di Latina, il Clandestino di Faenza, Area Sismica o il CSC di Schio –  e constato che il sistema premia i grandi colossi, disegna normative che tendono a fare collassare le piccole produzioni. Così come nel mondo dell’artigianato le piccole realtà sono quelle che maggiormente alimentano il fare cultura, lontano dai carrozzoni da milioni di euro di budget. Tra i giovani si respira una voglia di freschezza che non può arrivare da direttori artistici di quasi 90 anni che non hanno interesse a conoscere la bellissima fase creativa che stiamo vivendo in questo momento e affondano nella melassa dei ricordi. Ne consegue un preoccupante progressivo invecchiamento del pubblico nell’ambito dei festival più istituzionali. Foto di Nanni Angeli.

3 Gennaio 2020
3 Gennaio 2020
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