Parola traboccante. Intervista a Paolo Cantù

Ogni volta che si parla di Makhno, il progetto autarchico di Paolo Cantù, si fa riferimento alla sua densa e lunga storia (dagli esordi industrial di Tasaday, alla primissima formazione di Afterhours, per poi passare all’urgenza rock di Six Minute War Madness, alle esplorazioni avant di A Short Apnea e infine a Uncode Duello in duo con Xabier Iriondo). Didascalico, prevedibile, ma probabilmente giusto ed inevitabile, tanto più in tempi come i nostri dove spesso salgono alla ribalta dal nulla musicisti poco strutturati, privi di un solido background di riferimento, oppure che si preoccupano più di pose, di imitazioni malcelate, di inseguire l’ultima moda. Lui, con coerenza e olio di gomito, appartato ma pronto a gettarsi nella mischia (registra i propri dischi in autonomia e va ancora in tour, anche se mi ha confidato che anche per un progetto agile come il suo – si porta dietro all’occorrenza tutto, gli basta semplicemente la corrente elettrica – è sempre più complicato trovare situazioni per fare concerti), continua invece a seguire la propria strada. All’insegna di una musica affilata e che sa di ruggine, tra memorie industrial, vapori di cantieri rock, astrazioni impro, bave noise. Semplicemente un modo coraggioso, personale e senza paraocchi di fare rock in Italia, adesso. Leaking words, uscito a marzo 2018, è l’ennesimo ottimo disco che lo vede coinvolto, il terzo come Makhno, a seguire Silo Thinking del 2012 e Third Season del 2015. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda.

Anche in questo disco si rinnova la consolidata collaborazione con Federico Ciappini (voce di Six Minute War Madness): ce ne vuoi parlare?

PAOLO CANTU’: Mi viene molto facile parlare di Federico. Penso semplicemente che, oltre ad essere uno dei miei migliori amici, sia il miglior cantante che potesse capitare non solo a me, ma alla scena underground italiana in tutti questi anni. Ho usato il termine “capitare” perché il nostro incontro è avvenuto grazie a un annuncio, di quelli veri, con la bacheca in legno, le puntine in metallo e il foglietto in carta. Sai quella sensazione che provi la prima volta che ascolti qualcosa che non conosci, che non hai mai sentito prima, e che poi diventa il tuo gruppo preferito di sempre? Ecco: quel piccolo brivido che ti percorre la schiena io l’ho provato la prima volta che Federico (che non avevo mai incontrato prima) venne alla prima prova di quelli che poi sarebbero diventati i SMWM, e iniziò a cantare su un brano che nemmeno conosceva. La differenza è, in questo caso, che il tuo cantante preferito non lo ascolti solo nei dischi, ma ci suoni pure assieme. Poi la nostra collaborazione è veramente semplice: io gli propongo di mettere la voce su un mio brano e se gli piace lo fa. Per la sensibilità che ha Federico nello scrivere i testi e nel trovare la soluzione giusta con il cantato, so già che il risultato sarà perfetto per la mia musica. Penso che si possa definire feeling. Nello specifico di Leaking Words, i due brani sono stati concepiti in modo differente; per La Ragazza in Coma Federico ha lavorato sul brano praticamente completo, mentre su Attese abbiamo provato a fare una cosa che non avevamo mai fatto: io avevo solo la parte ritmica di batteria e batteria elettronica, e lui ha elaborato la sua parte su quel materiale, e poi io ho costruito il resto.

Chi è La ragazza in coma? E davvero «o sei eccellenza o sei niente»?

PC: Nessuno meglio di Federico può spiegare il testo del brano, quindi lo chiamo in causa.

FEDERICO CIAPPINI: È lo spirito dei tempi, lo zeitgeist, come dicono quelli bravi. Il clima culturale che si respira da un po’ di anni a questa parte e che sembra peggiorare ogni giorno. Un lassismo diffuso, che non lascia spazio neanche al minimo dubbio. Una perdita di coscienza collettiva, un coma appunto, che mi fa sentire in balia di correnti pericolosissime, perché non riesco più a trovare un modo per comunicare in maniera profonda e sincera con le persone. “Eccellenza” è oggi una delle parole più usate (e abusate); e in bocca a certe persone fa più schifo della merda. Ho sentito pronunciare la frase “O sei eccellenza o sei niente” in un talent show molto seguito, da uno che pensa di insegnare agli altri non so cosa. Ma la ragazza in coma ci crede. Così va la vita, purtroppo.

Vuoi dirci qualcosa a proposito delle altre voci presenti nel disco?

PC: Con Jacopo Fiore e Stefano Spataro di Hysm?Duo per Sunday Clouds ho fatto lo stesso ragionamento che ho sempre fatto con Federico. Avevo la musica e, mentre ci lavoravo, nella mia testa c’era la convinzione che, conoscendo il loro gusto, Jacopo e Stefano avrebbero potuto concepire con le voci qualcosa che sarebbe stato perfetto. E così è stato, hanno fatto quello che mi aspettavo, e senza nemmeno dare delle indicazioni particolari. Invece con Andrea Marsala di The Rambo è stato diverso. Volevo delle voci per completare Can The World Be… che era già finita, ma solo strumentale. Eravamo a casa mia e lo stavo aiutando nelle registrazioni del suo disco in solo; quel suo modo di cantare così gutturale a me è sempre piaciuto molto e ho pensato di fargli fare un tentativo sulla parte finale, convinto che potesse dare qualcosa in più all’atmosfera del brano. Tentativo riuscitissimo. Oltre alle bottiglie di vino, è stato il giusto compenso per il lavoro fatto per il suo disco. Per il resto, le voci sono tutte mie. È una cosa avevo fatto in parte nei dischi precedenti, ma che sto cercando di sviluppare sempre di più.

Berlino in sottofondo (Techno, Berlino in sottofondo, è il titolo della seconda traccia): hai frequentato molto la Germania, e per chi ascolta certi suoni, dalla techno al krautrock, quel paese resta un punto di riferimento, anche per un certo modo di vivere tutti gli aspetti legati alla musica. Che ricordi puoi raccontarci di quegli anni?

PC: Nei primi anni 80, periodo Die Form/Tasaday, avevamo una venerazione assoluta per la Germania. Per la musica di Abwarts, DAF, Palais Schaumburg, Der Plan, Einstürzende Neubauten, Malaria, e di etichette come AtaTak. Per il cinema di Herzog, Wenders, Fassbinder; ricordo il nostro primo viaggio in Germania, agosto 1982 (io, Sandro Ripamonti e Stefano Sangalli dei Tasaday): tutti andavano in vacanza al mare e noi invece al Nord, in treno, con un solo obbiettivo: andare a Wuppertal, come Rudiger Vogler in Alice nelle Città di Wenders. Quello era il nostro immaginario. Poi dopo la metà degli anni 80 i primi viaggi a Berlino, che rimane una delle mie città preferite. Anche se il disco che trovo più berlinese come atmosfera di quegli anni è Your Funeral My Trial di Nick Cave. Poi la scoperta del periodo krautrock è stata successiva, negli anni 90, e che scoperta! Per storia, posizione e cultura, musicalmente la Germania ha sempre avuto un ruolo importantissimo e delle caratteristiche incredibilmente uniche nel trasformare le influenze esterne in qualcosa di assolutamente autoctono. L’interpretazione tedesca del rock, del punk, dell’elettronica o della psichedelia è qualcosa di assolutamente unico nel panorama europeo.

C’è un concept dietro al disco o si tratta semplicemente di una raccolta di pezzi? Il clima, abbastanza plumbeo, come già in passato, è omogeneo in tutte e otto le tracce…

PC: Non c’è un concept vero e proprio. L’idea era quella di progredire nella sintesi di quelle che sono le mie influenze, la mia storia e i miei interessi musicali. Quello che unisce tutto il disco è l’idea di Leaking Words, parole traboccanti, lasciare libero spazio in tutti i brani a testi e cantati creati appositamente per il disco, abbandonando l’utilizzo – come invece fatto in gran parte nei due dischi precedenti – di quelli che fin dai tempi di A Short Apnea e Uncode Duello abbiamo sempre definito contributi esterni, cioè frammenti estrapolati da dischi, radio, cut up di voci da interviste e film applicate alla musica con una funzione narrante e/o evocativa.

Come Makhno fai tutto da solo, eccezion fatta per la voce di Ciappini. Come lavori ai pezzi, cosa utilizzi e da cosa parti? Non ti sei stancato di dannarti ancora su una chitarra dopo tutto questo tempo?

Parto da spunti differenti, a volte da una base di batteria elettronica o da un riff di chitarra, come nel caso di La Ragazza in Coma, You Can’t Run the Church, Not in Your Shoes, ma spessissimo, e soprattutto in molti brani di questo disco, da vere e proprie improvvisazioni registrate. Ore con il tasto Rec attivato registrando tracce singole e loop di chitarra, batteria o clarinetto. Poi ho selezionato le parti più interessanti e creato delle basi su cui ho lavorato per dare una struttura al brano. Ad esempio Slowing Down, Techno e Sunday Clouds sono nate seguendo questo procedimento. No, non mi sono stancato di dannarmi sulla chitarra, continuo a trovare stimoli e a cercare soluzioni nuove per me. Il motivo forse è anche che per altre necessità passo dei periodi anche abbastanza lunghi senza poterla suonare, e quando la riprendo in mano mi rendo conto di quanto mi sia mancata. Poi quando non trovo stimoli con la chitarra faccio danni con clarinetto o batteria.

Restiamo sulla chitarra: quali sono i chitarristi che ti piacciono e quelli che invece assolutamente non sopporti?

Da piccolo il mio idolo era Hendrix, ma quello che mi ha formato e influenzato di più penso sia stato Andy Gill dei Gang of Four, semplicemente perchè Entertainment! è stata la mia palestra. Ore e ore a suonarci sopra, e comunque il brano Anthrax da quel disco era un suo omaggio esplicito a Hendrix. Cito volentieri i Sonic Youth, idoli totali per quanto riguarda l’uso delle chitarre. Poi se ti dico che tutta l’attitudine rispetto alla chitarra del mondo No Wave (a partire da Arto Lindsay fino a Glenn Branca) è sempre stata uno dei miei punti di riferimento, e che oltre al rumorismo apprezzo chi mette davanti a tutto la semplicità e l’originalità rispetto al virtuosismo tecnico, puoi benissimo immaginare quali siano i chitarristi che non sopporto.

In Slowing down la batteria la suoni tu. Sei autodidatta, immagino. In questo pezzo sento distintamente memorie di A Short Apnea ritornare a galla. Che mi dici in proposito?

Ovviamente non sono un batterista, come non sono un clarinettista. Mi piace però approcciarmi ad altri strumenti e quindi cerco di trovare un mio modo di utilizzarli. Amo particolarmente questo brano, è un po’ la mia interpretazione del blues. Lo amo perché è free, ma allo stesso tempo ha una struttura, è storto, ma quando è il momento giusto si raddrizza, perché la melodia di voce mi è uscita così, per caso, la prima volta che ho provato a cantarci sopra, e se ci trovi un po’ di Liars e un po’ Neil Young è tutto vero, perché trovo che la cosa che più lo avvicina al mondo A Short Apnea sia il fatto che ho sovrapposto delle parti in maniera del tutto casuale e tutti gli elementi risultano (alle mie orecchie) perfettamente dialoganti: chitarra e batteria vengono da quelle registrazioni impro di cui ti dicevo prima, due porzioni separate, selezionate senza ulteriori tagli, ma che sovrapposte sembrano suonate assieme.

Il primo disco che hai comprato, e l’ultimo?

Premetto che prima di comprare il primo disco vero a 33 giri in vinile casa mia era tutto un mondo di nastri, cassette e mangiadischi. Nel ’76, se non ricordo male, in famiglia venne acquistato il primo impianto stereo con giradischi. Tralasciando The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd, perché a quei tempi era il primo acquisto di default per via dell’effetto stereofonico del brano con gli orologi a pendolo, il primo mi sembra che fu la raccolta 30 Greatest Hits dei Rolling Stones, doppio della linea economica della RCA – Linea Tre. L’ultimo un album split di due gruppi della scena underground portoghese, DuasSemicolcheiasInvertidas e Parpar (tra l’altro tra le etichette c’è anche la nostrana Lepers). Li ho conosciuti a Lisbona al concerto di presentazione del loro disco, con un doppio live in un mercato all’aperto.

È in fase di realizzazione Tracce XX , la compilation celebrativa per il ventennale della Wallace di Mirko Spino. Parliamo di una etichetta che ha puntato i fari sul meglio dell’underground italiano e non a partire dalla fine degli anni 90, producendo un catalogo sterminato, con un’attitudine punk e senza compromessi e lo sguardo a 360 gradi (si va da Mats Gustaffson in duo con Paolo Angeli alla musica dai margini tesi di Anatrofobia, dall’heavy groove di Taras Bul’ba alla wave folle dei R.U.N.I, tanto per citare almeno qualche nome), spaziando dall’improvvisazione più ispida al math rock, dal post-rock di derivazione hardcore a indefinibili fughe in avanti. Che ricordi hai degli inizi dell’etichetta? Molto è cambiato da allora, in noi e attorno a noi. In che modo? Stavamo meglio quando stavamo peggio?

Mirko Spino è un’altro come Federico Ciappini: oltre ad essere uno dei miei migliori amici, è anche il miglior discografico che sia capitato a me e a tutta la scena underground degli ultimi venti anni. Sono convintissimo che, senza Wallace, la scena non sarebbe cresciuta nello stesso modo, alcuni dischi forse non sarebbero usciti, e forse qualche etichetta non sarebbe nata. Ricordo molto bene gli inizi, ricordo una delle prime volte che ho visto Mirko con la cresta colorata a un concerto dei SMWM, e poi a tutti i concerti di gruppi della zona, al Bloom, al Tunnel o al Cox 18. Era evidente la fame e la voglia di fare qualcosa per la scena, per le bands che apprezzava e che seguiva. Il passo da organizzarne i concerti in qualche festa della zona a decidere di aprire l’etichetta era quasi obbligato, lo si percepiva. Ho avuto modo di seguirne l’evoluzione fin dagli inizi, e Wallace è veramente lo specchio della musica che piace a Mirko, solo passione senza altri fini, se non diffondere, promuovere e supportare la scena, senza compromessi. La prima compilation, Tracce, è ancora adesso il manifesto delle cose migliori di quegli anni, e una carta di identità perfetta di quello che poi l’etichetta è stata e continua ad essere. Penso di essere presente nel catalogo Wallace in almeno 25 dischi e, dopo 20 anni, partecipare a Tracce XX per me è veramente motivo di orgoglio. E non potevo immaginare di farlo senza invitare Federico a costruire con me il brano di Makhno. Certo, molto è cambiato da allora. Il mondo è cambiato, e tutto il modo di fare determinate cose. Potrei dire che per molte cose era meglio prima, ma se prima ci fossero stati alcuni dei mezzi che ci sono ora, chissà; non mi sento di fare analisi a riguardo, ci sono sempre un prima e un dopo, e a contare, a rimanere poi, sono sempre e comunque l’attitudine ed il fine per cui si fanno le cose.

Frequenti la scena (ma ne esiste davvero una, poi?) da una vita, ormai: dal tuo punto di vista, in che stato di salute versa la musica indipendente (e intendo quella veramente tale, visto che il termine “indie” oggi in realtà ha a che fare più con una certa attitudine, piuttosto che con il non entrare in determinati meccanismi di mercato) in Italia oggi? E nel resto dell’Europa?

Sì, concordo con quello che dici riguardo al termine Indie. Ci si interroga da sempre, da anni, sullo stato di salute della scena (o quella che noi consideriamo scena), e ciclicamente ci sono fasi di buona e cattiva salute. È una cosa fisiologica, inevitabile. Quello che mi preoccupa di più attualmente è l’assenza quasi totale di ricambio generazionale, sia a livello di gruppi che di pubblico, e questo mi fa pensare che questa volta il ciclo sarà particolarmente lungo.

Mi dici una o più band che un ascoltatore interessato a esplorare il sottobosco italiano dovrebbe assolutamente scoprire, secondo te?

Vado per conoscenza diretta, e anche se sono band in giro da un po’ di tempo ritengo che non abbiano mai avuto la visibilità che si meritano: Hysm?Duo, Ludmilla Spleen, The Great Saunites, Uzi Ensemble.

Fai i dischi, come detto, praticamente in totale autonomia. Senti la mancanza di una band? Con chi ti piacerebbe collaborare?

Anche se sono felicissimo della mia dimensione autarchica, ovviamente sento la mancanza di una band. Quella del progetto in solo è stata una scelta importante e assolutamente necessaria, perché era arrivato il momento giusto per farlo. Una sfida che penso personalmente di aver vinto già solo per il fatto di essere riuscito a salire su un palco da solo ed affrontare un concerto dal vivo. Ma ho sempre pensato che suonare con altre persone, confrontarsi, creare un collettivo, trovare la sintesi tra le differenze e metterle in musica sia una cosa fantastica, che non ha prezzo. Collaborare con altri? Certo, con tanti, e loro lo sanno. In realtà ho in mente un sacco di cose e parecchie idee rispetto a collaborazioni di vario genere, e prima o poi il momento arriverà.

22 Febbraio 2019
22 Febbraio 2019
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