Intervista al pittore e fotografo Edward Bell

Do you remember a guy that’s been?
David Bowie, Ashes To Ashes, 1980

Uno era un artista emergente che aveva iniziato solo pochi anni prima l’attività di fotografo per alcune riviste di moda come Vogue ed Elle. L’altro era un musicista all’apice della sua carriera, alla ricerca di qualcuno che potesse creare una copertina del tutto nuova per un LP che sarebbe stato definito per almeno venti anni, il suo ultimo disco migliore. La prima mostra di pittura ad opera di questo fotografo divenne la loro prima occasione di incontro. Londra, 1980. Neal Street Gallery. Edward Bell all’inizio non riconobbe David Bowie, giunto alla private view della sua Larger Than Life. Il fotografo Duffy aveva suggerito a David di recarvisi e dare un’occhiata. Questo fu il punto di partenza per una proficua collaborazione e un’inaspettata amicizia. I due cominciarono a frequentarsi a Londra, ascoltando musica e parlando di arte. Edward introdusse il nuovo amico anche alla sua prima asta di quadri. Bell è stato probabilmente per il Duca Bianco l’unico collaboratore visivo a lavorare in due diversissimi progetti nel tempo e nello spazio. Nel 1980 ideò la copertina più particolare e brillante dell’intera discografia di Bowie, almeno fino ad allora: niente meno che Scary Monsters (And Super Creeps).

Nonostante l’interferenza di Duffy. Dieci anni più tardi, a Venezia, Bell incontrò casualmente David, che di lì a poco gli chiese di realizzare la cover per l’album Tin Machine 2. Edward fu di nuovo completamente libero di lavorare sul nuovo progetto. Così si ritrovò una sera a Los Angeles, riunitosi ad un Bowie totalmente diverso, a spremere il proprio talento, arrivando a realizzare una cover album dove David per la prima volta in assoluto era graficamente del tutto assente da un suo disco. L’immagine di quattro Kouroi identici, trovò l’approvazione totale ed entusiasta del committente, il quale ancora desiderava nascondersi all’interno di una band nel suo recente progetto musicale che non avrebbe incontrato mai completamente l’approvazione del suo pubblico.

Da quel momento Edward Bell sembrò scomparire, almeno agli occhi dei suoi fan, ma sicuramente l’importanza iconica di Scary Monsters (il grande dipinto originale  figurava orgogliosamente in tutte le tappe della mostra David Bowie Is, curata dal Victoria & Albert Museum) crebbe considerevolmente nell’immaginario collettivo, circondata da un numero cospicuo di altre opere che includevano diverse polaroid, gli artwork per alcuni singoli, una compilation e quella che è probabilmente la migliore cover di un calendario ufficiale, il famoso dipinto intitolato Glamour. In qualche modo l’amicizia tra i due venne mantenuta, anche attraverso lettere e telefonate. In un’epoca nella quale Internet ancora non esisteva, Edward era solito inviare i suoi messaggi attraverso un segreto indirizzo svizzero e David rispondeva richiamandolo al telefono, per lunghissime conversazioni, spesso nel mezzo nella notte.

Ho preso piena coscienza del mio interesse per Bell solo due anni fa, quando venne pubblicato il suo pregevole volume interamente dedicato a David Bowie: Unmade Up, per conto della Unicorn Publishing. Il musicista era morto solo alcuni mesi prima. Tutto quello che un fan voglia sapere su questa amicizia e collaborazione, lo trova in quel libro.

Ora è possibile leggere e sapere qualcosa di nuovo in questa intervista esclusiva, che lo stesso Bell mi ha incredibilmente concesso. L’unica condizione di questo uomo squisito e gentile, che vive da qualche parte nella campagna gallese, è stata quella di realizzarla attraverso delle lettere cartacee, spedite attraverso la posta tradizionale. Ovviamente ho accettato. Poche settimane fa ho ricevuto una lettera con cinque belle pagine scritte elegantemente a mano. Riporto dunque qui alcuni preziosi e interessanti dettagli di quando un dio del rock era solito tradurre i suoi intenti musicali anche attraverso il talento di un terrestre, poco convenzionale ma assolutamente brillante, pittore.

Mr. Bell, lei è principalmente un pittore ma anche un fotografo. In passato ha realizzato alcune polaroid artistiche e qualche volta dei dipinti derivati proprio dai suoi scatti. Una delle due tecniche di espressione ha dei limiti per lei?

Ho iniziato come fotografo, ma trovavo il mezzo limitante, così questo mi ha portato a  sperimentare delle manipolazioni: fotomontaggi, sovrapposizioni o addirittura l’uso di una foto solo per ispirazione di un dipinto. Trovo per esempio interessante lo sfocamento di un movimento, una inquadratura inusuale o gli occhi rossi. Tutto questo mi rende libero dalle noiose tecnicità di quando faccio uno scatto.

Quanto i suoi studi di arte, disegno grafico e fotografia al College le sono stati utili per ottenere successo nella sua carriera?

Quello che ho trascorso alla scuola d’arte è stato solo uno spreco di di tempo: l’arte è semplicemente quella della quale sei provvisto quando nasci. La maggior parte dei miei insegnanti aveva i paraocchi. Erano dogmatici, prepotenti o semplicemente stupidi.

Ho letto che fu il fotografo Duffy a suggerire inizialmente a David Bowie di interessarsi alle sue opere. Vi incontraste poco più tardi a Londra, lavorando gomito a gomito,  nel 1980. Come riuscì a gestire l’influenza di un artista così famoso come Duffy (quest’ultimo aveva già firmato le celeberrime copertine di Aladdin Sane e Lodger, NdA)?

La prima volta che incontrai Duffy era assolutamente una persona piena di charm. Non rivelò le sue intenzioni ma cercò di usarmi per imporre una delle sue fotografie. Io però prestai ascolto solo a Bowie, il quale mi disse: “Dipende tutto da te”, con una sola restrizione: i suoi capelli biondi dovevano essere dipinti come se fossero tinti con l’ennè, perché in America era conosciuto come ‘il bisessuale dai capelli rossi’!

Secondo la mia opinione il risultato è una delle copertine più brillanti e fuori dal comune in tutta la discografia di Bowie: Scary Monsters. L’immagine è di fatto un eccellente dipinto derivato da una foto che lei scattò a David ma dopo qualche intralcio da parte di Duffy, il quale tentò di imporre una delle sue foto. Lei invece ne inglobò una all’interno della sua cover sotto forma di pezzi strappati. Quale fu la prima reazione di David?

Ammirando l’opera finita, che misurava circa un metro per due, Bowie dopo un rapido sguardo disse senza esitazione: “Grandioso, ci siamo!”

Mi piacciono in particolare anche i titoli scritti a pennello: molto eleganti e poco comuni da vedere su un’uscita discografica. Decise di scriverli lei?

Le scritte, l’immagine, qualsiasi cosa. David mi diede carta bianca…

Lei realizzò anche la copertina e l’intensa foto di David per il singolo Fashion, poi riutilizzato a breve per la raccolta The Best of Bowie (1981). Che mi può raccontare riguardo questo scatto?

La fotografia per il singolo di Fashion fu la prima che realizzai in assoluto, fatta ancora prima del costume e del make-up. Volevo un ritratto sincero e diretto. Bowie era d’accordo e uscimmo dallo studio, in modo da poter utilizzare la luce diurna al posto dei flash. Completamente al naturale, senza artifici.

Ha creato anche il poster intitolato Glamour. Quando esattamente? Mi può raccontare qualcosa a riguardo del processo con il quale lo realizzò?

Per Glamour utilizzai una trasparenza (l’immagine positiva su lastra, NdA) dalla sessione fotografica per la cover dell’album, ma cercando di ridisegnarla completamente. Ricordo l’ansia che avevo realizzando la foto, cercando di scattare prima che la lunga estremità di cenere cadesse dalla sigaretta. La progettai e realizzai per me, ma quando Bowie visitò il mio studio e la vide, la acquistò immediatamente utilizzandola per i poster e la copertina del calendario di quell’anno.

Dopo la pubblicazione di Scary Monsters lei divenne subito un artista molto richiesto, dipingendo copertine per la cantante Hazel O’Connor e altri musicisti della New Wave durante gli anni ‘80. Ritiene che questi lavori fossero arte o delle semplici commissioni?

Qualsiasi immagine abbia prodotto, per chiunque, doveva soddisfarmi esteticamente e intellettualmente – cosa che ha portato a divergenze di opinione con gli art director – e ad un certo numero di rifiuti.

Diversi anni più tardi David realizzò la sua prima esposizione di quadri. La vide a Cork Street, nel 1995? Cosa pensò dei suoi dipinti?

La sua mostra a Cork Street era buona e dimostrava che se si fosse dedicato con tutto se stesso e totalmente alla pittura sarebbe potuto diventare molto bravo. Quando ci eravamo conosciuti da poco aveva già espresso il desiderio di fare una propria exhibition. La sua idea allora era di farla sotto pseudonimo. Penso che avrebbe dovuto fare così. Sarebbe andata meglio, ricevendo dei giudizi imparziali.

Ho notato nel suo libro che ha frequentemente dipinto David in modo agiografico. Dipende dal fatto che lei è un credente oppure è una cosa che deriva dai suoi studi e dalle sue influenze? Come mai Bowie è così spesso ritratto come Cristo?

Alcuni hanno reputato le immagini sotto forma di icona come sacrileghe, sebbene io sia effettivamente un credente. Sono state realizzate piuttosto in modo ironico, partendo dal presupposto che in questa epoca le persone sono ancora alla ricerca, al di là dei loro eroi umani, di Dio.

Qualche tempo dopo realizzò la copertina per Tin Machine 2 (1991). Credo che lei sia l’unico collaboratore di Bowie ad avere lavorato su due progetti completamente differenti e lontani nel tempo. Quale è la sua opinione su quell’album?

Il progetto Tin Machine venne stroncato dalla critica. I fan di David non volevano che lui li depistasse in quel modo, ma la musica non era così male. Di fatto i primi demo che ascoltai erano più melodici, meno arrabbiati e aggressivi. Penso proprio che fossero migliori.

Il suo primo pensiero in occasione della scomparsa di Bowie? Nel suo libro si possono ammirare molti dipinti dedicati a lui. Sono stati realizzati espressamente per il volume o sono la dimostrazione della grande influenza che ebbe su di lei?

Quando David morì si innescarono in me dei ricordi di sorprendente chiarezza, e questo mi spinse a metterli su carta da disegno prima che svanissero. Allo stesso tempo ho raccolto le immagini in relazione tra loro, cercando di fissare, valutare e… capire. L’idea di pubblicare arrivò dopo.

Nessun rimorso riguardo la vostra collaborazione e il rapporto di amicizia?

Non ho rimpianti. Una volta eravamo entrambi delle persone piene di sè, immature e insicure, anche se in modo diverso. A quel tempo questo causò una certa frizione ma anche una certa attrazione allo stesso tempo.

Ha dei nuovi progetti o l’intenzione di esporre ancora? So che negli ultimi anni disegna maggiormente paesaggi…

Vivo alla giornata e trascorro il tempo lontano dal mio studio. In quest’ultimo periodo sto esplorando maggiormente i paesaggi di interni, piuttosto che quelli esterni.

 

Intervista ideata, realizzata e tradotta da Matteo Tonolli, apparsa inizialmente su David Bowie News, (© 2019). Grazie a Jonathan e Dory Ross, Suzanne e a tutto lo staff del Regent Street Studio