Scintilla e tradizione. Intervista a Raül Fernandez Miró

Yonatan Gat, 75 Dollar Bill, Jiha Park, Ammar 808, Širom (questi ultimi capaci miracolosamente di bucare schermi e distanze sociali ed emozionare anche via streaming in un concerto tramite Zoom andato in onda questa settimana dalla Slovenia): Glitterbeat e tak:til, le etichette che fanno capo a Chris Eckman, fu Walkabouts e da tempo residente a Lubiana, ci hanno già fatto il solletico alle orecchie con musiche che ti portano per mano da un’altra parte. Come fa Raül Refree, produttore e musicista eclettico, All’anagrafe Raül Fernandez Miró, nato nel 1976 a Barcellona, ha già messo le mani in decine di dischi, tra collaborazioni, lavori solisti, produzioni, dischi a quattro mani, come quelli con Lee Ranaldo (l’ultimo è Names of North End Women, pubblicato da Mute poco prima del lockdown, e i due avevano anche in previsione un tour in aprile dalle nostre parti, per le note ragioni rimandato a tempi migliori) o con l’eccentrico scozzese Richard Youngs (All around the moment, su Soft Abuse, del 2019).

Un musicista con un tocco raro ed una grande disinvoltura nel muoversi tra ambiti diversi, capace di stare dentro ad una rivisitazione del flamenco (il visionario e torrido La Otra Mitad, il disco con il quale l’abbiamo scoperto, pubblicato sempre da tak:til/Glitterbeat nel 2018, bello come una città allagata dal sole o una vacanza in Andalusia a vent’anni, un imprendibile e magnetico incontro tra folk dell’anima e pigre tentazioni psichedeliche) o di muoversi nelle antiche stanze del fado riportando quelle secolari nostalgie a nuova vita: il suo lavoro assieme alla cantante portoghese Lina, pubblicato l’anno scorso è unico, diverso: come dicevo in sede di recensione, provate ad immaginare i Madredeus che sbagliano rotta ed approdano ad Amburgo invece che a Lisbona o una Julia Holter persa dentro ai labirinti esistenziali di Fernando Pessoa. E poi contiene, in chiusura una perla, Ave Maria Fadista, che chiunque dovrebbe ascoltare.

Se non si dovesse emozionare, beh, cercategli un altro cuore. Dovunque sia, in qualsiasi stanza si muova, Refree ha sempre un tocco inconfondibile, obliquo e vagamente allucinato, abile nel coniugare in modi impensati verbi cristallizzati nel tempo come le musiche popolari . In sintesi, un hombre con un toque mágico, sfuggente nelle parole probabilmente perché la sua musica dice già quanto basta.

Mi racconti il tuo primo ricordo legato alla musica?

Avevo quattro anni, eravamo a scuola, e andammo a cantare ad una stazione radio locale una canzone popolare catalana.

Non saprei dirti il motivo, ma in Italia sappiamo decisamente poco della scena musicale spagnola: personalmente io ho presenti l’etichetta Vampi Soul, il cantante Bebo El Cigala, i compositori Manuel De Falla e Albéniz, poi per la chitarra ovviamente Paco De Lucia, e infine Los Heroes Del Silencio, da quando ero adolescente. Nient’altro, ed è un peccato. Ci puoi aiutare a saperne di più? Quali sono i nomi che sono stati più importanti per te?

Sono molti, è difficile. Per fermarsi a quelli indispendabili: Albert Pla, Enrique Morente, Paco Ibañez, Vainica Doble, La Perrata, Pau Riba, Desechables, Los Enemigos, Suso Saiz. Potrei andare avanti ad oltranza, con nomi che probabilmente in Italia non sono noti.

La Spagna ha una democrazia molto più giovane delle nostra ma sotto diversi aspetti sembra, dal nostro punto di osservazione, molto più avanzata, soprattutto in termini di diritto e di politiche di sinistra. Cosa ne pensi?

Non sono solito parlare di politica nelle intervista: basti dire che da fuori a volte non si vede la realtà per come è veramente. La Spagna è stato un paese sotto dittatura fino alla fine degli anni ’70 e per questo ci portiamo ancora oggi dietro molte dinamiche figlie di quella epoca.

Come sei entrato in contatto con Lee Ranaldo? Come avete lavorato? Ci racconti dell’ultimo disco?

Ci siamo incontrati lavorando insieme ad un disco acustico, Acoustic Dust; quella è stata l’occasione per conoscersi e rendersi poi conto che c’era la volontà comune di proseguire a fare cose a quattro mani. Sino a quest’anno, quando abbiamo terminato e pubblicato Names Of North End Woman ( Mute, 2019), un disco in duo del quale siamo molto, molto orgogliosi: la nostra intesa è ottima e abbiamo intrapreso un cammino collaborativo che ci sembra parecchio interessante.

Come è nata invece l’idea di confrontarsi con il repertorio del fado nel disco con Lina? Qual’è la tua relazione con le musiche popolari in generale?

Devo ammettere che , anche se mi sarebbe piaciuto averla, la scintilla che ha dato vita al progetto non è partita da me, ma dalla manager Carmo Cruz, che ha curato diversi artisti interessanti in Portogallo: dopo aver ascoltato il mio disco sul flamenco ed alcuni miei lavori di produzione come quello con la cantante lusitana Luísa Sobral mi ha chiesto di pensare ad una mia versione del fado assieme a Lina.

Cosa conosci della nostra musica, cosa ti piace?

Adoro classici come Morricone o Nino Rota e ho una passionaccia per Gino Paoli. Non conosco musiche di oggi, e mi dispiace.

Mi fai una lista dei tuo dieci dischi da isola deserta?

Si tratta di una domanda impossibile per me, dieci sono troppo pochi. Se finisse il mondo e dovessi portarmi solo dieci album assolutamente non saprei quali scegliere.

Quali sono i generi musicali che ti interessano maggiormente?

Sebbene sia perfettamente cosciente del fatto che i generi esistono e servono per catalogare, devo dire che sono incapace di dividere la musica in stili o di orientare il mio gusto basandomi sui generi. C’è qualcosa che non so spiegare a parole, ma che non si basa appunto sui generi, ma su una sensazione di pelle: una cosa o mi piace, mi emoziona, oppure no. Questa è la sensazione che mi guida quando devo decidere se mettermi a lavorare su qualcosa oppure no.

Nel disco La Otra Mitad abbiamo ascoltato una peculiare forma di nuovo flamenco. Si tratta di una tradizione viva, che continua a fiorire in Spagna? In Italia, eccezion fatta per i nomi storici, ne sappiamo davvero poco.

Negli ultimi anni il flamenco ha ricevuto un forte impluso da parte di una nuova generazione davvero molto potente. Con alcuni di loro ho avuto la fortuna di lavorare, ad esempio El Niño de Elche, del quale ho prodotto Antología del Cante Flamenco Heterodoxo , pubblicato da Sony nel 2018, o la cantante Rocío Márquez.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Voglio continuare a fare ricerca nell’ambito della musica tradizionale, lavorare con musicisti interessanti dai quali io possa imparare qualcosa ; inoltre assolutamente voglio del tempo per andare in giro in bicicletta, una delle cose che in assoluto preferisco al mondo.

Come deve essere fatta una canzone, per funzionare alle tue orecchie? Gli arrangiamenti dei temi del disco con Lina sono molto interessanti. Come avete lavorato?

Quel disco ha seguito un iter particolare, perché ho deciso di mettermici dentro senza una conoscenza previa delle composizione classiche che erano in programma. Lina cantava le melodie ed io suonavo quello che mi veniva in mente, nuovi arrangiamenti, nuovi accordi. Lei ha una voce che mi piace definire antica, pure, sulla quale mi sono davvero sentito libero di costruire un nuovo territorio sonoro.

Hai spesso collaborato con altri musicisti: su quali vuoi spendere qualche parola?

In questi ultimi anni ho avuto la fortuna di lavorare con artisti davvero speciali; ad esempio Richard Youngs, un personaggio che non si puà non definite unico nella scena musicale di Glasgow e non solo; con lui abbiamo fatto un disco molto speciale,All Hands Around The Moment ( Soft Abuse, 2019), un vinile con quattro lunghe canzoni acustiche che spaziano da qualche parte tra Astral Weeks di Van Morrison ed i materiali di John Martyn. Poi mi piace ricordare anche la colonna sonora che ho fatto con il musicista basco Fermin Muruguza ( storica figura dello ska-punk basco), dal suo film Black is Beltza, tratto dalla graphic novel che lui stesso ha scritto con Harkaitz Cano e le illustrazioni di Jorge Alderete.

Hai pubblicato su Glitterbeat, una delle etichette più stimolanti con il suo sguardo aperto ad un’idea totale e davvero coraggiosa e moderna di world music.

Per me è un onore essere parte del loro catalogo. Apprezzo molto il criterio che li guida nel loro lavoro e come nei loro dischi convivano tradizione e sperimentazione. Li seguo da tempo e quando mi proposero di uscire per loro con La Otra Mitad ( Glitterbeat/ tak:til, 2018, un vero gioiello, recuperatelo, ndr) fu per me un grande momento di soddisfazione.

20 Maggio 2020
20 Maggio 2020
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