Shame, foto di Sam Gregg (2020)

Una nuvola in tasca. Intervista agli Shame

Come se i Fall avessero tradotto in musica un quadro di Magritte: l’immagine di una nuvola in tasca accartoccia il surrealismo in un’atmosfera caustica. Quando Charlie Steen mette in versi questa suggestione in Station Wagon, brano conclusivo di Drunk Tank Pink, fa orbitare attorno al concetto un’idea di esclusività, quasi come se fosse una visione per pochi eletti, l’epifania di un segreto: «We’re gonna be the only people that know about it». Per questo motivo il protagonista del brano ripete ossessivamente «bring me that cloud». Credo che la maggior parte di quelli che hanno ascoltato il secondo album degli Shame per la prima volta abbiano pensato che testi e musiche si riferissero al lockdown e alla pandemia, e quando è cominciata la videocall su Zoom con Steen siamo partiti proprio da qui.

«Il lato peggiore di tutto questo casino è l’incertezza, la possibilità di sapere quando si potrà tornare a fare qualcosa. Ma il disco è più un flusso di pensieri che non c’entra molto con quello che è successo nell’ultimo anno a livello mondiale». Giusto mettere le cose in chiaro, ma è altrettanto innegabile che la critica ha osannato uno dei primi album usciti nel 2021, quello che tutti consideriamo l’anno della rinascita o del ritorno a qualcosa che sia il più vicino possibile alla normalità. Rimaniamo quindi sul personale e sulle sensazioni di Charlie in merito al disco e alla sua accoglienza; Steen si dice orgoglioso e contento che «finalmente sia uscito», aggiungendo che fa sempre piacere il giudizio della critica, perché in fondo «fa parte del meccanismo e sarebbe ipocrita dire che non importa nulla dei pareri che appaiono sulle testate prestigiose o dell’attenzione che i giornalisti possono nutrire scegliendo di scambiare quattro chiacchiere per un’intervista».

La nostra di chiacchierata ci porta a Parigi, dove l’album è stato registrato con l’apporto fondamentale di James Ford. Qui i complimenti al produttore si sprecano, soprattutto perché la collaborazione è nata ed è proseguita in maniera naturale. Infatti: «James è venuto a un nostro concerto a Londra, ci ha cercati, e management ed etichetta sono stati entusiasti di questa opportunità. Dopo qualche demo siamo andati avanti ed è stato tutto piuttosto lineare: gran gusto, ottimi consigli, persona divertentissima». Scopro, poi, che il punto d’unione è stato il lavoro di Ford con gli Arctic Monkeys, apprezzato da tutta la band.

Shame, foto di Sam Gregg per la promozione di “Alphabet” (2020)

A proposito di colleghi musicisti, era impossibile non chiedere a Steen quali dischi o artisti abbiano influenzato il groviglio di post punk, percussioni esotiche di fondo, lembi di math rock e un pop aleggiante. Messa da parte l’eredità sonora e interpretativa del compianto Mark E. Smith e dei suoi soci – come già ricordavamo in sede di recensione – è un altro pezzo da novanta ad aver accelerato il processo di vestizione dei brani. Ma per svelare la sua identità, partiamo da lontano: «Abbiamo cominciato a suonare nei pub, poi è uscito il primo album e abbiamo affrontato un tour estenuante. Così facendo abbiamo acquisito esperienza e conoscenza, quindi eravamo decisi a esplorare nuovi suoni. Per quanto riguarda i testi, invece, penso che David Byrne abbia influito parecchio con la sua attitudine poco ordinaria». Detto questo, Steen ci tiene a precisare che secondo lui Songs of Praise era più soggetto ad assomigliare agli ascolti di altre band, mentre l’isolazionismo forzato che ha fatto da contorno alla scrittura di Drunk Tank Pink ha significato anche una maggiore identità sonora degli Shame.

Il concetto di solitudine non è toccato a caso. Charlie ha realmente vissuto in isolamento alcuni mesi dello scorso anno, più precisamente in una vecchia casa di cura adibita a monolocale e ridipinta di rosa. Tutto questo in primis per fuggire dalla costante «condivisione di tutto» che in un tour di 150 date rischia di far capire davvero quanto la privacy sia importante. Da qui la possibilità di «fare i conti con me stesso, prendermi il mio tempo; pensare a cose buone e cattive». Ecco perché i brani del disco sono prettamente biografici e mettono in scena relazioni interpersonali, domande introspettive («Are you waiting to feel good?») e descrizioni di sentimenti ed emozioni.

Ci ritroviamo, quindi, a parlare dell’approccio visuale del songwriting di Steen, una cosa che può esistere soltanto perché «ci conosciamo sin da bambini ed è questa l’alchimia che ci permette di avere un atteggiamento spontaneo tra di noi». Proprio questo approccio genuino fornisce l’assist per il finale della chiacchierata, che non poteva concludersi senza un altrettanto curioso quesito: e adesso che farete? Charlie senza esitare risponde: «Scrivere nuova musica! Lo stiamo facendo da un po’ e, se tutto il resto è in pausa, è l’unica cosa che siamo sicuri di voler fare». A desiderar le nuvole si rischia di farle svanire in un’esplosione di creatività.

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