Un disco-antidoto per lenire il dolore. Intervista a Susanne Sundfor

È uscito l’8 settembre 2017 Music for People in Trouble, il sesto album della cantautrice Susanne Sundfor da poco felicemente accasatasi presso Bella Union. Distante tanto dal folk “essenziale” degli esordi quanto dall’elettronica che primeggia nel precedente Ten Love Songs (e dalle collaborazioni con M83 e i Royksopp), il lavoro è al tempo stesso una sintesi efficace delle capacità dell’artista già note a chi la segue e una nuova partenza: il disco è avventuroso, introspettivo, sofisticato ma senza rinunciare alle emozioni. Abbiamo incontrato Susanne e l’abbiamo trovata più “carica” e ottimista di quanto ci si aspettasse.

Music for People in Trouble esce due anni dopo Ten Love Songs, che è stato molto ben accolto. Cos’è accaduto nel frattempo? Quanto i viaggi che hai compiuto attraversando i continenti hanno influenzato i temi che ritroviamo nel nuovo disco?

Dopo Ten Love Songs mi sono presa una pausa dall’attività live e ho viaggiato in posti fantastici per scattare fotografie. Durante queste escursioni ho scritto un album nuovo. Non so esattamente come i viaggi abbiano influenzato il disco, ma mi hanno fornito interessanti prospettive sulla vita. Ho osservato quanto viviamo in maniera diversa le nostre vite nel mondo, eppure, siamo tutti così simili.

Hai dichiarato: “Stiamo vivendo un periodo di grandi cambiamenti. Tutto si muove così rapidamente, a volte violentemente, a volte spaventosamente. Penso che in molti soffrano d’ansia in questi giorni. E voglio far confluire queste emozioni nell’album”. Riflettendo sul titolo, pensi che siamo in pericolo? Come possiamo sopravvivere a questi cambiamenti? La musica ha il potere di fare da antidoto e lenire il dolore?

Non sono certo un’esperta, sono come qualsiasi altra persona che legge i quotidiani e cerca un senso rispetto alle cose che ci circondano. Sembra che oggi più persone desiderino impegnarsi affinché avvenga un cambiamento rispetto ai comportamenti umani più distruttivi, e la cosa mi rende ottimista. Sono un’artista, e credo che l’arte sia un mezzo importante per comunicare idee ed emozioni. E’ un modo per avvicinare, unire le persone e condividere esperienze. Siamo animali sociali, dopotutto. Ogni cosa ha bisogno di essere spiegata in maniera scientifica in questi giorni, così quando si dice che gli esseri umani sono “egoisti” o “credono nella selezione naturale”…dico che non ha senso, perché l’umanità fa invece passi avanti grazie alla collaborazione e all’amore. E abbiamo bisogno di esprimere queste emozioni, per capire ed enfatizzare questo aspetto di noi stessi.

È un disco molto personale, cupo e intimo. Da una parte si riaggancia alle tue radici – non ci sono più gli svolazzi electro-pop di Ten Love Songs – e dall’altra fa un deciso passo in avanti. In quanto tempo hai ultimato il lavoro? Il materiale è tutto nuovo o c’erano già canzoni nel cassetto?

Ho iniziato a scriverlo nell’autunno del 2015, le registrazioni e il missaggio sono finiti a gennaio… quindi, ti direi, sicuramente più di un anno. Sono tutte canzoni nuove.

Rispetto ai dischi precedenti hai composto le canzoni con un approccio diverso? Come pensi che la tua abilità nella scrittura sia evoluta e si sia rafforzata nel tempo?

Questa volta per me è stato come fare “tabula rasa”, e ho potuto scrivere tutto ciò che volevo scrivere. È stato estremamente liberatorio. Volevo che fosse poesia confessionale messa in musica. Non ti so dire se ci sia stata una  vera e propria evoluzione, penso sia stata più costante in me la voglia di mantenere la mente aperta e non imbrigliare la creatività.

Dopo essere stata sotto contratto con major discografiche, ora la tua nuova fatica esce per la prestigiosa etichetta di Simon Raymonde, la Bella Union che è stata la casa di Marissa Nadler, i Fleet Foxes, i Beach House, Peter Broderick, Andrew Bird… Come ci si sente? Sei riuscita a percorrere una tua personalissima strada anche con grandi label, pensi che stavolta avrai ancora più libertà?

È fantastico! Adoro l’etichetta. Certo, sono stata con major prima ma, come fai notare, non mi hanno mai veramente imposto cosa fare. Penso che tutto dipenda dal tipo di contratto che stipuli con loro.

Music for People in Trouble è un lavoro molto acustico, con influenze folk (se in passato abbiamo rintracciato influenze di Joni Mitchell e Carly Simon, ora si sono aggiunti alla tavolozza Nick Drake e cantautrici contemporanee come Agnes Obel e Anneli Drecker), pastorale ma a tratti persino “jazzy”. Merito anche dei musicisti con cui hai lavorato?

Oltre a John Grant, che canta in Mountaineers, con me ci sono Jesse Chandler (che suona il flauto e il clarinetto), Greg Leisz (pedal steel), Gard Nilssen (batteria e percussioni), André Roligheten (sassofono), Frans Petter Eldh (contrabbasso), Erik Johan Bringsvor (chitarra acustica), Jorgen Traen (sintetizzatori, chitarra) e Megan Kovacs al cordofono (kankles).

Mi hanno conquistato i nuovi pezzi al pianoforte, calmi e al contempo vigorosi. In alcuni momenti lasci che la musica parli da sola, con lunghi passaggi strumentali. La title-track, invece, richiama il materiale più sperimentale di Jane Siberry, penso per esempio a “Peony”…

Grazie! No, ti confesso che lei non l’ho ancora mai ascoltata.

Undercover e la tua collaborazione con John Grant sono stati accolti con entusiasmo. A proposito del tuo “compagno di etichetta”, come avete deciso di incidere insieme Mountaineers? Lo conosci da molto tempo?

Volevo che una voce “scura” maschile intonasse i primi versi della canzone e John mi sembrava perfetto. Non ci eravamo ancora mai incontrati, prima di lavorare insieme, ma io ascoltavo i suoi dischi e lui conosceva i miei.

Usi molto i social media per comunicare con la tua fanbase. Hai condiviso estratti dei tuoi testi, foto e playlist di Spotify con gli artisti che ti hanno ispirata (si passa da Cat Power a Karlheinz Stockhausen, da Leonard Cohen ai Goldfrapp). Le aspettative sono altissime, come pensi che il pubblico accoglierà Music for People in Trouble?

Non ne ho idea, prendo tutto come viene. Spero di fare molti show dal vivo e poi prendermi un’altra pausa, magari più lunga.

Ti piace condividere pensieri e opinioni sulle tue letture. Alcune sono sicuramente impegnative – “L’età della rabbia” di Pankaj Mishra e “No non è abbastanza” di Naomi Klein sono strettamente correlati all’avanzata del populismo negli Stati Uniti e in Europa. Com’è potuto accadere, a tuo avviso? Com’è la situazione in Norvegia?

“L’età della rabbia” è davvero un libro interessantissimo, è un’interpretazione diversa su cosa spinge i giovani a compiere atti così violenti come quelli a cui assistiamo oggi e Mishra spiega tutto dal punto di vista della storia della filosofia, facendo collegamenti e comparazioni tra cosa succede oggi e l’avvento dei regimi fascisti dello scorso secolo. Per quanto riguarda la Norvegia avremo nuove elezioni, ma i norvegesi sono orientativamente lontani dalla destra populista. Il che mi rende serena: il socialismo e l’ambientalismo sono le chiavi fondamentali per il progresso.

In Good Luck Bad Luck canti: “lo scienziato onnipotente dice che in gran parte l’universo è vuoto e che gli dei non esistono”. Come ti poni nei confronti della scienza e della religione? Ho visto che hai letto “La realtà non è come ci appare” di Carlo Rovelli e mi sono chiesto: Susanne è appassionata anche di fisica e gravità quantistica?

Ahahah! Purtroppo non sono riuscita a terminare quel libro, forse era troppo pesante. Mi interessa molto l’argomento, ma il mio cervello inizia a “friggere” e dopo un po’ lascio perdere… è un peccato, perché c’è così tanta bellezza nella fisica. Sono atea, eppure non penso che la scienza sia in grado di spiegare proprio ogni cosa che ci circonda. A volte è divertente immaginare che c’è un significato più “grande”, una connessione, qualcosa a cui non avevamo ancora mai pensato e che ci sta aspettando per raggiungere un livello più alto di comprensione. A volte le domande sono più interessanti delle risposte. È come quando leggo una poesia: mi piace lasciare che il flusso di parole scorra dentro me con tutti i suoi potenziali significati anziché stare lì ad analizzarla parola per parola, con l’illusione di poterla “controllare” di più. Forse ha bisogno di essere libera, ed è così che diviene ancora più potente e sublime.

Hai preso parte alla Night of the Proms della BBC dedicata a Scott Walker, insieme a John Grant, Jarvis Cocker e Richard Hawley, e hai interpretato On Your Own Again da Scott 4. Sei stata influenzata anche da lui?

Certo, il suo album Tilt è stata una fonte d’ispirazione per me e adoro come Scott Walker usa la drammaturgia nella musica.

Come saranno riarrangiate le tue canzoni precedenti nei nuovi show?

Ci saranno show in cui mi esibirò da sola e altri in cui sarò accompagnata da una band. Non ci saranno difficoltà nel far convivere il nuovo materiale con quello precedente, più ritmato ed elettronico; con la band aggiungerò i nuovi brani quando vorrò che le cose si calmino un po’. Renderanno più fluido e armonioso l’intero spettacolo.

12 settembre 2017
12 settembre 2017
Leggi tutto
Precedente
Twin Peaks: The Return, commento alla parte 17 e 18 (season finale) David Lynch - Twin Peaks: The Return, commento alla parte 17 e 18 (season finale)
Successivo
“Twin Peaks”. Guida alla colonna sonora di “The Return” “Twin Peaks”. Guida alla colonna sonora di “The Return”

recensione

artista

Altre notizie suggerite