In balia delle correnti sonore. Intervista ai THINKABOUTIT

È difficile spiegare il motivo per cui, come individui, ci sentiamo così legati alla nostra terra d’origine, ai cibi tipici della nostra città, al verde del nostro paese, al profumo del mare o ai vicoli stretti del nostro piccolo borgo. Sono sensazioni che ci portiamo dentro e che viviamo nella nostra individualità.

I THINKABOUTIT, gruppo barese formato da Vincenzo Guerra, Stefano de Vivo, Gianluca Aceto, Marco Menchise e Claudio “Sup Nasa” la Rocca, hanno provato a descrivere proprio questo legame con suoni e colori, perché a volte le parole non sono sufficienti. Il risultato di questo esperimento si chiama Marea, il loro secondo album, uscito lo scorso febbraio e anticipato dai singoli Arturo Gatti e I Fly High. Sedici brani che ci cullano con sonorità mediterranee, permettendoci per un’ora di accedere a un immaginario fatto di tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle, di ciò che ci manca o di ciò che vediamo ogni giorno affacciandoci alla finestra. Il lavoro dei THINKABOUTIT dimostra il raggiungimento di una certa maturità musicale e della consapevolezza di aver trovato un proprio modo di esprimersi. Infatti, muovendosi tra modern jazz, urban e post-rock, la band lascia l’ascoltatore in balia delle correnti sonore. Immergendosi in profondità si possono scorgere sfumature familiari che ricordano artisti come Ghemon, The Roots e gli ultimi lavori dei Funk Shui Project.

Marea è come un dipinto che porta alla luce pennellate di diversa intensità e forma, frutto di artisti diversi. Sono molte le collaborazioni presenti in quest’album, che mettono in risalto l’unicità delle composizioni e danno all’ascoltatore la sensazione di essere avvolto dai brani. Abbiamo avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con il collettivo, scoprendo qualche retroscena di questo nuovo progetto.

Avete detto di essere partiti dalla Puglia per realizzare questo lavoro. Come avete trovato il modo di condensare i vostri peculiari punti di vista sull’album? Ci sono tracce che sono in particolar modo legate ad uno di voi piuttosto che a un altro?

Essendo tutti del Sud, l’elemento territoriale è importante in egual modo per ognuno di noi. La stesura del disco è stata del tutto collettiva, sia nell’aspetto musicale che nel testo. Abbiamo ricercato molto sonorità che potessero rimandare o permettere di visualizzare il Sud attraverso dei colori ben precisi. Lo stesso è successo per i testi, dove abbiamo condiviso tematiche, punti di vista, informazioni e aneddoti, il tutto per poter creare un album che potesse essere corale sotto tutti i punti di vista. Poi nell’album ci sono alcune tracce a valenza più strumentale, che permettono ad ognuno di noi di essere più libero possibile, e penso che siano quelle tracce che in maniera preponderante rappresentino le cinque personalità diverse.

Marea è frutto di diverse collaborazioni. Nel documentario che avete realizzato durante la registrazione del disco avete raccontato di averle sviluppate anche da un punto di vista umano, oltre che lavorativo. Come sono nate queste collaborazioni?

Mescolarsi con altri artisti, farli entrare nel nostro mondo e farci contagiare dalle loro idee è una cosa stimolante sotto molti punti di vista. In primo luogo abbiamo deciso di collaborare con persone che stimavamo, e successivamente come artisti. Sono nomi che hanno sempre gravitato intorno al progetto, perché amici, perché persone che ammiriamo. Aver registrato il disco in villa ha permesso di ampliare l’esperienza, perché anche per loro non si trattava solo di una sessione in studio, ma di un qualcosa in più. Tra chi si fermava a pranzo, chi si prendeva il caffè o l’amaro, il tutto si è tramutato in un’esperienza che ha dato, a nostro avviso, un valore in più alla fase di registrazione e che siamo sicuri si senta anche dal punto di vista sonoro.

Arturo Gatti era un pugile italo-canadese nato a Cassino. Qual è il racconto che si nasconde dietro la vostra traccia omonima e come mai avete deciso di narrare la storia di questo atleta?

Le influenze americane sono molto importanti per noi, hanno plasmato il nostro modo di suonare e inevitabilmente ci hanno fatto crescere. Questo è uno dei collegamenti che rappresenta il guardare oltre, l’andare oltre i confini. Arturo Gatti è stato scelto come emblema delle nostre generazioni, che vivono in una costante incertezza e instabilità, e che spesso vengono messe al tappeto, ma allo stesso tempo si rimettono in piedi, pronte a combattere ancora più forte. Tutti siamo Arturo Gatti, sta a noi decidere quanto duro colpire dopo essere caduti, ma come sempre, l’importante è rialzarsi e la scelta è sempre la nostra.

Uno dei pezzi che più mi ha colpita è Tokyo, i cui suoni sembrano rappresentare proprio un insieme di onde, tanto simili quanto diverse nella loro intensità. Cosa potete raccontarci di questa traccia?

Tokyo è una traccia complessa e azzardata, cambia in continuazione e prende strade sempre diverse. È stato uno dei primi pezzi ad essere scritto e lo sviluppo è stato quasi naturale, nonostante i vari cambi sembrano essere totalmente diversi e quasi pensati a tavolino. Tokyo è uno sprono a vivere e capire bene la propria terra prima ancora di guardare oltre. Il territorio, la famiglia, i beni non materiali, sono tutti elementi che stanno passando in secondo piano. Nel pezzo cerchiamo di comunicare l’importanza di dire ‘’ti voglio bene’’ alle persone che ci sono vicine, di fotografare un ricordo nella mente, prima ancora che su di un dispositivo, e di cercare di vivere al meglio ciò che abbiamo, senza dover andare troppo in là, senza dover arrivare fino a Tokyo.

 

È indubbio che con questo album avete fatto un grande salto, atterrando in zone inesplorate, ma che sembrano rappresentare il vostro ambiente ideale. Cambiano le sonorità, le influenze e la lingua. Come vivete il vostro primo album alla luce di questo nuovo progetto, che sembra rispecchiare maggiormente la vostra identità?

Il tutto è stato quasi naturale. I cambiamenti hanno sempre fatto parte del collettivo e non ci hanno mai spaventato, anzi, sono sempre diventati il punto cardine dello sviluppo. Marea è il risultato di cambiamenti, ricerche, sperimentazioni, di pause, di litigi, di tutto. È un percorso onesto, che rappresenta in maniera coerente ciò che sentiamo di essere. Sappiamo di aver raggiunto la nostra maturità in quanto THINKABOUTIT e siamo molto soddisfatti del risultato. Non abbiamo voluto fare un disco facile, piuttosto un disco che potesse anche risultare difficile all’ascolto, ma che rispecchiasse la nostra idea, la nostra identità.

La lingua italiana è ricca di sfumature ed è proprio la sua complessità che ci permette di esprimere un concetto in modo molto profondo. Mi sembrate molto riflessivi e appassionati, quindi mi sorge spontaneo chiedervi cosa vi abbia spinto ad abbandonare i testi in italiano per passare alla lingua inglese, che spesso tende a semplificare pensieri di spessore.

Come dicevamo prima, il cambiamento è stato quasi automatico. Abbiamo individuato Claudio come nuova voce narrante e abbiamo deciso di traslare il suo alter ego musicale, Sup Nasa, all’interno del collettivo senza snaturarlo. Avendo già progetti all’attivo con un’identità ben definita, si è deciso di non apportare modifiche al suo apporto al collettivo, ed avendo sempre cantato in inglese questa è rimasta la lingua del disco. In molti testi invece, si gioca molto sull’ambiguità dei suoni e sul loro potere evocativo. In We Don’t si canta “We don’t really live/leave at all” facendo sì che sia l’ascoltatore a poter scegliere quale verbo utilizzare, dando una molteplicità di significati che magari possano anche cambiare nel corso del tempo.

Sulla parete della mia stanza sono disegnate le onde del mare che si affaccia sulla spiaggia in cui sono cresciuta, ma da cui ora sono lontana. Marea, però, è riuscito a trasportarmi proprio lì su quella spiaggia, soprattutto grazie alle parti strumentali e ai suoni mediterranei, che avvolgono completamente l’ascoltatore. Com’è stata la ricerca e la produzione di questi suoni così immersivi?

È stato un procedimento lungo e non facile. Provenendo più o meno tutti dallo stesso background, quello della musica nera, abbiamo dovuto fare un lavoro di riscoperta di tutte quelle sonorità che ci sono sempre state intorno, ma che abbiamo subito quasi in maniera passiva. Abbiamo ascoltato in maniera analitica molta musica mediterranea, indigena, tribale, quella cruda dove i virtuosismi e la bellezza quasi passano in sordina. I colori, i suoni, sono il leitmotiv del disco e sentire il preambolo della domanda, non può che farci capire di aver centrato l’intenzione.

Nel video di Arturo Gatti scopriamo i THINKABOUTIT bambini, negli anni più spensierati della loro vita. Qual è un ricordo o un aneddoto della vostra infanzia che ognuno di voi porta ancora con sé?

Stefano: Un ricordo indimenticabile della mia infanzia è quando, durante una vacanza al mare in famiglia, ascoltai di nascosto un disco di mia madre, By The Way dei RHCP. Fu il primo vero disco che ho ascoltato nella mia vita e da quel momento è iniziata la passione per questo mondo.

Vincenzo: Uno dei ricordi più belli legati alla mia infanzia sono i pomeriggi estivi trascorsi in campagna con mio nonno. Raccolgono uno dei momenti più belli della mia vita, che difficilmente potranno tornare. Mi hanno insegnato cosa significa amare la propria terra, le proprie origini e il sud nel suo lato più semplice e tradizionale.

Gianluca: Sicuramente tra i ricordi più vivi ci sono le serate passate nei vari locali dove suonava mio padre con la sua band e soprattutto di quella volta in cui mi ruppi la testa. Durante una serata in un locale di Bari, mentre mio padre era sul palco, io mi intrattenevo con gli altri figli dei musicisti e la figlia del proprietario del locale, il quale aveva un videogioco, di quelli classici degli anni ’90, dove passavamo le nostre serate. Arrivato il mio turno. Mi avvicino allo sgabello per sedermici su e iniziare a giocare, la figlia del proprietario del locale mi toglie lo sgabello cosi da farmi cadere e rompermi la testa. Esito della serata? 5 punti esterni tra cervello e cervelletto! Ricordo tutto di quella sera, la camicia sporca di sangue, la corsa in pronto soccorso e la sensazione provata una volta lì. Erano anni felici e spensierati.

Claudio: Sono tanti i ricordi impressi ed è difficile sceglierne uno. Quindi opto per tutti i viaggi fatti in macchina con i miei tra una nonna e l’altra, un momento che ci collegava ad altri familiari e che erano rappresentativi dell’essere uniti. Valori che mi hanno cresciuto.

Marco: Ho il ricordo di una domenica mattina, in cui mio nonno venne ad assistere ad una mia partita di calcio. Non so perché, ma da piccolo ero convinto che la domenica ci fosse sempre il sole, per forza, come se fosse una legge universale. Mi feci male, e ricordo che mio nonno mi teneva in braccio e sorrideva, tenendomi il ghiaccio sulla caviglia. Ho una foto bellissima, di me arrabbiato in braccio a mio nonno che, guardando l’obiettivo, sorride e mi tiene stretto in braccio.

Tra le tracce di Marea qual è il brano che più vi rappresenta?

In un disco così complesso di 16 tracce è difficile trovare una traccia che maggiormente rappresenti tutti. Penso che Adriatico sia il brano esplicativo e che racchiuda il concept del disco e soprattutto sia la traccia che maggiormente rappresenta il cambiamento.

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30 Marzo 2020
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