Will Butler, foto per la stampa (2020)

L’oceano e il quarto di limone. Intervista a Will Butler

What I Mean When I Say I’m Sharpening My Oyster Knife è una poesia di Eve L. Ewing e sarebbe il perfetto sottotitolo alla chiacchierata con Will Butler. Il polistrumentista degli Arcade Fire ha da poco pubblicato il suo nuovo album solista, ma – al di là del progetto che sta promuovendo – parlare con lui significa sempre percorrere strade che incrociano sociologia, politica e musica a tutto tondo, spesso lasciando in secondo piano la promozione. Niente marchette quindi, ma subito un bel sorriso: Will è barricato nel suo studio di Brooklyn, letteralmente inghiottito da una selva di synth. Appena aperta la chiamata su Zoom, è stata mia premura tenermi qualche minuto per la “parte nerd” di un’intervista che comincia, non a caso, con la poesia.

Leggenda racconta che durante il tour di Funeral Will corresse su e giù nei vari backstage alle prese con un saggio su Seamus Heaney. Quando lo intervistai anni fa mi confermò questa storia ed eccolo, quindi, a parlare di Ewing, una sociologa e poetessa di Chicago che ha ispirato gran parte delle domande – e ce ne sono tante – di Generations. Il disco è un romanzo, un flusso di musica e parole che girano attorno a quella che sembrerebbe una vera e propria crisi di mezz’età. «In un certo senso sì! – confessa Butler – Cioè, non proprio ma potrebbe esserlo. Sicuramente Ewing mi ha fatto capire quanto il mio status di bianco, benestante e cattolico influenzi la mia vita, le mie scelte. E allora mi è venuto spontaneo chiedere quale sia il mio ruolo nel mondo, cosa posso fare per cambiarlo e, soprattutto, se voglio farlo».

Un intreccio tra la grande Storia (le politiche nazionali e internazionali, economiche e sociali) e le nostre piccole storie quotidiane, fatte di gesti che a volte rientrano nel concetto invertito del piccolo passo per noi, grande passo per l’umanità. Butler interviene: «Proprio così, Generations sta in equilibrio tra questi due piani e le mie stesse domande nascono dall’intersecarsi di una dimensione personale e una universale». Viene da sé il discorso pandemia che «certamente ha influenzato l’atmosfera del disco, la fase dei dettagli è coincisa con l’esplosione dei casi».

Negli Stati Uniti la situazione non è così facile: Black Lives Matter, Covid-19 ed elezioni a novembre contribuiscono a un accumulo di tensioni piuttosto vibranti. Allora Generations può giocare un ruolo fondamentale nella riscoperta di un’identità culturale ben definita e ancorata a una narrazione prettamente americana. Infatti, Butler aggiunge: «Le mie radici rimangono ben salde, i ricordi d’infanzia e dell’adolescenza sono quelli di un bambino e ragazzino nato e cresciuto negli Stati Uniti, con tutte le contraddizioni che questo può significare, in primis i privilegi. Questo periodo è molto incerto ed è ancora più importante essere consapevoli delle proprie idee, così come coscienti di quello che sta succedendo nel mondo e nella porta accanto».

Parlando di ricordi non possiamo non tornare indietro di molti decenni, a quel nonno Alvino che girava il paese con il suo sonovox e a mamma Liza suonatrice d’arpa. E poi ai canti che in casa Butler erano all’ordine del giorno e sono finiti in questo disco sotto forma di coralità – sì, ovviamente uno dei punti di forza degli Arcade Fire – e di call and response, che Will canticchia col suo sorrisone e, riflettendoci su un attimo, aggiunge: «Andavo in chiesa ogni domenica, quindi scorrono dentro di me ed è normale che facciano parte del mio processo creativo». Un rituale di scrittura che parte quasi sempre dal synth bass, una «guida fondamentale che, se costruisci bene, puoi tirare avanti per un brano intero soltanto con lo Hi-hat». Ed è proprio qui che risiede la formula del Butler solista: da un lato le stelle e le strisce di Dylan, Springsteen e Elvis – una vera e propria ossessione per il fratello Win – dall’altro una Union Jack che sventola sopra new wave ed electro pop.

Will Butler

Arriva il momento nerd, quello in cui Will sciorina il muro di synth che ha nella stanza vivisezionata dalla sua webcam con commento didascalico di marche, modelli e rapidi aneddoti. Vedendo tutte quelle tastiere viene subito in mente la sua postazione live negli Arcade Fire, una trincea di tasti e oscillatori, manopole e jack. Tutto il contrario dei concerti da solista in cui Butler se ne sta lì al centro del palco, vicino al pubblico ma sempre posseduto dalla musica. Parliamo della catarsi che vive durante i live e gli ricordo un concerto con la band in cui copre il povero Parry con una bandiera lettone per poi schiaffeggiarlo o quando scappa su e giù per il palco con un tamburo come un indemoniato. Si accavallano le nostre risate e poi, raccolti i pensieri, Will dice: «È un momento di connessione e disconnessione, sento la musica e si annulla il resto. C’è anche un non so ché di profondamente teatrale».

Già, il teatro. Più che altro quello post-moderno dove ironia e uno sfaccettato groviglio di punti di vista permettono allo spettatore di interagire con più livelli di significato. Ed è proprio quello che succede nei testi di Will, dove l’ironia non manca mai e la scrittura alterna momenti ben chiari a passaggi più oscuri. «Merito della poesia, di quelle letture al Liceo – opere famosissime che poi riconsideri più in là – e di come ti ritrovi a giocare con lo storytelling. Il lato ironico delle cose è importantissimo, anche per esorcizzare momenti come questo».

Gli artisti in questo periodo ci stanno ricordando l’importanza della poesia, di rifugiarsi nella bellezza per affrontare i tempi duri nei quali viviamo. Ne parlavamo con gli Idles qualche settimana fa e prima ancora coi Fontaines Dc, e Butler ce lo conferma. Noi ne facciamo tesoro.