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Figli del Mediterraneo. Intervista a Yombe

Vi avevamo già parlato del duo napoletano Yombe prima, in occasione del loro primo EP omonimo e poi dell’esordio GOOOD. La loro è una miscela di pop ed elettronica che guarda soprattutto al mondo anglosassone, con un cantato in inglese e suoni molto modaioli e attuali; nel suo complesso però non si dimentica di un retaggio partenopeo che pure rimane ovviamente radicato nella loro miscela. Siamo stati al loro live di Milano al Magnolia, e abbiamo approfittato dell’occasione per fare due chiacchiere con Carola e Alfredo nel backstage, poco prima dell’inizio del concerto. La nuova acconciatura trecciolata della cantante ci ha subito tratto d’impaccio per “rompere il ghiaccio”.

Ero un po’ nell’imbarazzo da prima domanda, ma poi ho visto i tuoi capelli e allora partiamo da loro: come mai questo cambio di look?

Carola: In realtà ci sono varie ragioni. La prima è di comodità: avevo una frangetta molto corta che stava ricrescendo e mi dava molto fastidio davanti agli occhi, quindi per mantenerla e allo stesso tempo restare affascinante ho pensato alle trecce. Io tendo ad acconciarli molto normalmente, per cui me le faccio da sola. E poi per chi come me suda molto facendo sport e ha tanti capelli è molto comodo.

Sport tipo?

C: Anche sport acquatici (e allora i capelli li arrotolo), ma non solo. Faccio tre sport, due di terra e uno di acqua. Sono iscritta ad un Gravity Group, quindi utilizziamo macchinari che sfruttano la forza di gravità e l’inclinazione per sviluppare una resistenza proporzionale alla tua massa corporea, poi faccio booty barre che è un ibrido tra danza classica e un lavoro quasi militare sugli arti inferiori, poi faccio idrobike e nuoto.

Bello. Passando dai capelli alla musica: visti i primi così, diciamo un po’ black, e vedendo che avete nominato Frank Ocean o Beyoncé come riferimenti più che altro estetici, quanto c’è di black nella vostra musica?

Alfredo: Di black in senso stretto direi niente, essendo una cosa che hai per questioni genetiche oppure no. Noi però siamo un po’ figli del Mediterraneo e napoletani, con tutto quello che ne consegue in termini di bagaglio culturale: siamo comunque un popolo molto contaminato e meticcio di base. Quindi in qualche modo abbiamo sempre sentito l’influenza della musica nera in senso più generale. Penso alla generazione di artisti (o forse ormai due generazioni fa) come tutta la scena della Vesuwave di Tony Esposito, Tullio De Piscopo e Pino Daniele. Hanno in qualche modo riletto sempre in modo molto peculiare la cultura d’oltreoceano. Noi la caliamo in sonorità più contemporanee perché ci piace molto guardare al presente più che al passato, e la leggiamo a modo nostro. Vogliamo anche che si senta che siamo italiani nella scrittura: pur cantando in inglese formuliamo i pensieri in modo diverso dalla lingua anglofona. L’inglese è uno strumento di cui ci serviamo per arrivare a più persone, ma non avendo quel background e quella cultura è chiaro che partiamo da concetti che non appartengono a quel mondo lì. Siamo forse un po’ più romantici, ci turbano altre cose. In questo senso forse facciamo nostra una cultura che in fondo non lo è.

C: Sicuramente noi italiani siamo meno sintetici. Noi nei nostri pezzi invece proviamo ad essere super sintetici, perché da un punto di vista della scrittura io amo molto la sinteticità della lingua anglosassone in generale. Confrontando il dizionario italiano con quello inglese, uno è un mattone, l’altro no. Secondo me c’è una grande verità in questo modo di esprimere i concetti. Quindi sì, portiamo un po’ di ricchezza nelle nostre immagini, ma allo stesso tempo ci piace utilizzare una lingua che non è la nostra e che riesce a riassumere in poche parole delle sensazioni importanti. Cerchiamo di unire le due culture.

Restando sul concetto di contemporaneità: voi fate un pop che è contemporaneo non tanto in Italia quanto piuttosto in un’ottica “esterofila”. Hanno parlato di voi come di un qualcosa quasi all’avanguardia in Italia. Non vi fa un po’ strano il fatto che qui passiate per avanguardia quando siete invece perfettamente in linea con quanto succede fuori di casa?

C: Ma da un certo punto di vista siamo contenti di essere tra i pochissimi a fare qualcosa del genere in Italia.

A: Però preferirei che ci fosse un po’ più di movimento in questo senso.

C: Io credo che il movimento ci sia, ma ci sono anche tante altre direzioni. Tanti altri artisti si stanno muovendo sull’inglese in questo momento, solo che non fanno esattamente quello che facciamo noi. La cosa non mi fa strano, perché credo che l’Italia sia un Paese che musicalmente ha bisogno dei suoi tempi. Forse sarebbe bello che ci fosse più coesione, sarebbe bello per crescere, e non credo che sia tardi. È da poco che siamo in giro, siamo molto “giovani” come band. Però sì, facciamo qualcosa che nel resto del mondo è super normale. Proprio per questo, per non omologarci troppo, cerchiamo di essere il più originali e riconoscibili possibile. Anche nei prossimi lavori che usciranno cercheremo di mettere ancora più mediterraneità in questo suono nordeuropeo a tratti un po’ freddo.

Rete e coesione: avete aperto per Ghemon, c’è poi qualche altro artista con cui siete in contatto? Alfredo, ad esempio tu suonavi per Colapesce…

C: Con Ghemon è stato bellissimo. Penso che sia uno degli artisti più “internazionali” che abbiamo, anche se scrive in italiano ha un sound super. Aprire per lui è stato molto interessante perché ci siamo confrontati con un pubblico che era lì per lui e per sentire cose scritte in italiano anche molto autobiografiche e personali, è stato un test molto importante e l’accoglienza è stata bellissima. Ci siamo accorti che la lingua non è un ostacolo così insormontabile, e c’è stata grande vicinanza.

A: Non voglio sembrare troppo di parte, ma Lorenzo (Colapesce, ndSA.) è tra quelli che stimiamo di più tra gli artisti che scrivono in italiano. Ma in generale ci sono tanti ragazzi che stanno facendo belle cose: L I M, Clod (Christaux) che a sua volta ha messo un po’ di chitarre nel disco di Colapesce, Joan Thiele, rispetto a cui siamo molto diversi ma credo ci siano punti di contatto nell’intendere la comunicazione, M+A, Populous, Capibara, e tanti altri producer che ascoltiamo abitualmente.

A proposito di producers, siete stati anche remixati…

A: Sì, Capibara ad esempio ha fatto Phemba. Noi invece non abbiamo mai remixato niente.

C: È molto bello il remix di Fiodor, io ne sono innamorata. Questo ragazzo di Torino ha fatto una lettura molto personale di questo pezzo, Later On, che tra l’altro è il mio preferito del nostro EP.

Avete girato il video di SDIMS con Uolli. Quello di Tonight?

A: I video in genere li ho sempre fatti io insieme a Dario Calise, un regista napoletano. SDIMS è stato l’unico caso in cui ci siamo affidati in toto ad un altro regista. Ci piace comunque che ogni tanto ci sia un occhio esterno sul progetto. Non escludiamo che escano altre collaborazioni a breve.

L’aspetto visivo è una componente abbastanza importante del vostro progetto. Da dove prendete i vostri riferimenti?

A: Sinceramente non ho troppa consapevolezza di questa cosa; certe cose sono un po’ nell’aria, pensa all’indossare certe cose perché magari ti senti “affine” ad un mondo. Dopo il post-modernismo è diventato un po’ difficile capire a chi attribuire cosa: magari sappiamo tutti che i Run-DMC hanno sdoganato una cosa eccetera, ma ormai il crossover è così trasversale che le varie paternità sono difficili da rintracciare.

C: Il che è una figata, perché ci sono molte meno etichette. Io ammiro un artista come Princess Nokia, che magari sale sul palco in pigiama e il giorno dopo gira in topless con dei tacchi a spillo. Questa attitudine è giusta: è giusto che tu salga sul palco mettendoti quello che ti va in base a come ti senti in quel momento e facendo una super performance.

A: Sì, la cosa interessante di questi anni e di questo momento storico è che ci sono artisti che sfuggono a classificazioni troppo rigide. Lo noti anche nei più giovani: forse in questa direzione il discorso prende una piega un po’ troppo filosofica, ma quando vai da H&M e trovi la maglietta di Kurt Cobain e il ragazzino la indossa senza sapere chi è. Non c’è sempre la consapevolezza del bagaglio emotivo che una scelta si porta appresso, oggigiorno è sempre più difficile.

Quanto di suonato ci sarà nel live che vedremo stasera?

A: Suoniamo tanto, forse anche troppo.

C: (ridendo, ndrSA) Ormai stiamo pensando di fare solo i dj.

Con la pennetta tipo David Guetta?

C: Esatto, anzi ti dirò che io finalmente ho capito l’arte del djing: l’altro giorno siamo andati a Radio Raheem ed è stato bellissimo. Io sono una persona molto democratica e amo chi non “suona”, che poi “suonare” è un verbo troppo frainteso: per me, come da dizionario, è semplicemente musica che esce da un apparecchio. Un dj suona, ed è molto difficile. È divertentissimo, ti dà una carica incredibile ed è anche molto meno narcisistico, perché passi pezzi non tuoi. Quindi mentre ti acculturi, acculturi anche gli altri e condividi una passione per un artista che non sei tu.

A: (Ridendo, ndrSA) Per me la cosa più figa è stata proprio entrare nel locale solo con la chiavetta in mano. Niente luci, microfoni, niente.

C: Se hai la febbre puoi suonare lo stesso, non devi mica cantare.

A: Comunque nel nostro live suoniamo tanto. Per essere musica elettronica voglio dire. Lo facciamo perché entrambi nasciamo anzitutto come musicisti, con un approccio più legato allo strumento che non alla macchina. Mi piace lavorare come producer in studio, ma dal vivo amo ritrovare il rapporto con gli strumenti e anche “dare” di più al pubblico; perché mi metto dalla parte di chi guarda, e spesso mi annoia vedere concerti dove tutto quello che vedi è il logo della Apple illuminato.

C: Lui poi suona praticamente qualsiasi cosa, e allora spesso prova a comprare degli strumenti nuovi e strani che non sa suonare, per vedere se esce qualcosa di interessante.

A: Sai c’è il rischio di finire a fare sempre le stesse cose; quindi ad esempio abbiamo provato a mettere dei suoni da tastiera in un pad, dove quindi non hai riferimenti visivi ma solo dei tasti tutti uguali tra loro. Quindi procedi più a memoria visiva.

C: Proprio per questo il prossimo disco sarà scritto con strumenti folli, che non spoilereremo.

Come gestite la scrittura dei pezzi?

A: In genere l’idea arriva da uno dei due e poi rimbalza. Solitamente la scrittura non è qualcosa che condividiamo. Ci teniamo separati da questi punti di vista, perché non esce mai niente di buono.

C: Siamo anche bravi a condividere le cose, ma quando è il momento giusto di farlo.

A: L’urgenza di un pezzo, quando nasce, non è qualcosa di condivisibile.

C: Scriviamo in momenti molto particolari, quando abbiamo qualcosa da dire, e ci veniamo incontro solo nella fase di finalizzazione. Che spesso è il momento dove escono le figate, per cui quello che magari per me era un coro diventa invece il ritornello grazie ad una sua intuizione. In generale sulla composizione non c’è una regola: a volte lui manda un loop a me e io ci scrivo sopra, oppure io gli mando un pezzo già finito e lui lo riarrangia in maniera molto più “yombesca”.

Domanda di rito, ci tocca: progetti per il futuro?

A: Continuare a scrivere e farlo con modalità sempre diverse: c’è l’idea di prendere strumenti molto “portatili” che ci disancorino dalla claustrofobia dello studio e ci consentano di scrivere anche, che so, sul lago.

C: Vogliamo anche andare verso qualcosa di più snello: l’elettronica non deve essere per forza tanta roba; può essere anche solo un synth super figo con una batteria sotto che abbia dietro un’idea valida.

A: Sì, uno dei propositi principali è proprio di affinare sempre più il songwriting e ridurre all’osso tutto il resto.

Chiudiamo con una curiosità al volo: il logo del disco sembra il coso dell’Audi…

A: Sì in molti hanno pensato all’Audi, ma purtroppo non ci hanno pagato. Ti dico una cosa che non ho mai detto a nessuno: il lettering originale doveva essere “G-logo delle Olimpiadi-D”.

Quindi GOOOOOD…

Esatto: così sarebbe stato molto più chiaro anche il significato dietro al titolo, ma saremmo anche andati in carcere. Perché copia quello che vuoi, ma non toccare il logo delle Olimpiadi. C’è addirittura un copyright sull’utilizzo della parola “Olimpiade”. Dietro a GOOOD c’è un parallelo con l’agonismo sportivo e su come viene vissuto nella vita quotidiana, quindi l’affanno a raggiungere dei traguardi con sé stessi. Così invece la cosa è rimasta un po’ più nascosta.

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