Conoscere questo sentimento

Per vivere la propria ispirazione da outsider non occorre cimentarsi con musiche impensabili. Joan Armatrading lo sa bene. Personaggio schivo e restio a concedere interviste, Joan cede con malcelata riluttanza alla necessità di un videoclip o alle apparizioni televisive mordi-e-fuggi indispensabili per promuoverne le fatiche musicali. È coerente e apprezzabile la sua volontà di investigare territori stilistici tra loro distanti, senza la pretesa di credersi innovativa ma ricordando piuttosto che le storie più belle terminano spesso con la semplice immagine di un bacio tra due amanti ritrovati.

Joan Anita Barbara Armatrading, nata a Basseterre nelle indie Occidentali ma trasferitasi con la famiglia nel 1957, a 7 anni, in Inghilterra, Birmingham, dimostra affezione incondizionata per la musica sin dalla più tenera età: i primi tentativi cantautorali risalgono ai 14 anni. Poco meno che maggiorenne viene licenziata dall’azienda per la quale lavora a causa di soliloqui chitarristici protratti ben oltre le pause tè. Poco male: recatasi a Londra ottiene un ingaggio per la prima storica produzione teatrale del musical Hair; qui incontra la poetessa Pam Nestor con la quale inizia una collaborazione artistica presto immortalata nell’esordio Whatever’s For Us (Cube, ‘72). Piccolo capolavoro di pop acustico il 33 giri è composto, suonato e arrangiato dalla sola Joan, con le preziose eccezioni dirette da Gus Dudgeon (che dell’opera è produttore) in episodi spiccatamente in linea con l’Elton John di Tumbleweed Connection. Bignami delle migliori intuizioni a venire l’album ottiene risultati assai modesti ma concede alcuni dei numeri più toccanti dell’intero repertorio: la titletrack parla il linguaggio del migliore Cat Stevens; My family rivela una voce profonda e penetrante, ibrido asessuale di inimitabile espressività; Visionary Mountains rispolvera esotici scampoli di animismo hippie mentre una lacrima in caduta libera suggella la fine del sogno; It Could Have Been Better investiga quella malinconia acustica e spaccacuore che sarà marchio vincente delle sue migliori ballate.

Due anni più tardi, con Back To The Night, arrivano gli aggiustamenti: cambio di etichetta (la fedele A&M, per la quale verranno licenziati i lavori indispensabili del primo periodo), un organico rinforzato da una prestante sezione ritmica e la fine della partnership con la Nestor, pur presente nella splendida Dry Land, affresco di dolente infelicità per pianoforte e moog. Il risultato complica la struttura delle composizioni più effervescenti, come nel cavallo di battaglia per i live Cool Blue Stole My Heart, diviso magistralmente tra umori caraibici, folk-rock ed equilibrismi quasi prog. Su tutto la voce di Joan funge da legante perfetto: maschia in Get In Touch With Jesus, delicata nel corpo pur armonicamente macchinoso Let’s Go Dancing. A questo punto la critica è concorde nel decretare il terzo album, Joan Armatrading (A&M, ’76), vertice di un discorso artistico destinato perciò alla discesa. Ragioni di questa semplificazione: un pezzo da classifica perfettamente rappresentativo del songwriting eterodosso di Joan (Love And Affection) e una manciata di brani interpretati da fior di sessionmen tra cui Jerry Donahue, Graham Lyle e Bryn Haworth, attivi per i Fairport Convention. Save Me canta una dolcezza a 12 corde col cipiglio solenne e delicato del Van Morrison di Crazy Love. Un funk trascinante lambisce invece i danzerecci Join The Boys, People e Like Fire.

In realtà il successivo Show Some Emotion (A&M, ’77) ottiene sul piano commerciale risultati migliori dei precedenti, aprendosi una breccia di interesse anche nel mercato americano. L’album contiene solidi motivi di plauso: sul versante più intimista Woncha Come On Home, Warm Love e Willow brillano per interpretazioni emozionanti e arrangiamenti efficaci e originali. Su quello del ritmo la fanno da padroni l’incalzante titletrack, Mama Mercy e l’impasto di r’n’b inzaccherato di funk, rock e jazz Kissin’ And Huggin’. Con la fine dei ’70 la cantautrice avverte l’esigenza di un ripensamento stilistico: To The Limit (A&M, ’78) il live Stepping Out (A&M, ’79) e l’Ep How Cruel (A&M, ’79) fungeranno da banco di prova verso un ulteriore rafforzamento della struttura ritmica, spinta tra le braccia di un’elettricità appena più immediata. Degni di nota il rock atipico Barefoot & Pregnant e l’umor-epico tratteggiato in I Really Must Be Going.

Gli ’80 si apriranno in nome di cambiamenti sostanziali. Me Myself I (A&M, ’80) dimostra perfetta comprensione delle più acute intuizioni new wave in ambito pop. Il merito sta in un approccio commerciale ma intelligente e nelle capacità interpretative di Joan, decisamente a suo agio in abiti che fino a qualche anno prima non le avremmo creduto adatti. A sostenerla forse il suo migliore organico di sempre: Chris Spedding, Paul Shaffer (band leader del Late Show with David Letterman), Danny Federici e Clarence Clemons (E-Street Band) e il celebre jazzista Marcus Miller, artefice della rinascita di Miles Davis nei ’90. Ne risulta una tracklist pressoché di impressionante equilibrio: pop spigoloso e tagliente nella titletrack, Ma-Me-O-Beach e Is It Tomorrow Yet?; enfasi emozionale in Friends e rock agrodolce per voce baritonale e pugni sul tavolo in Turn Out The Light. Anche i più ostili al genere si scoprono a canticchiare il romanticismo reggae di Feeling In My Heart, per poi calzare il brivido finale con gli archi sintetici di I Need You. Il passo successivo, Walk Under Ladders (A&M, ’81), è affidato alla produzione di Steve Lillywhite e vede la partecipazione di personaggi quali Andy Partridge (XTC) e Thomas Dolby (ricordate il quasi successo She Blinded Me With Science?). Ne risulta l’opera più bizzarra dell’intero catalogo, omaggio sincero a un synth-pop sbilanciato nei quadretti perversamente atipici Eating The Bear e I’m Lucky (“Sono fortunata/Posso camminare anche sotto le scale”) ma pronto a farsi perdonare in quello che con la toccante The Weakness In Me diventerà celebre manifesto del pop lesbico, poi ripreso e svilito da Melissa Etheridge e “cantautoresse” a lei affini. The Key (A&M, ’83) incarna l’apice commerciale dell’Armatrading: ne vengono estratte le hit (I Love It When You) Call Me Names (sul tema delle violenze domestiche) e la scanzonata Drop The Pilot. Segnaliamo, di per contro, l’oscura parentesi Dealer e l’incompresa bellezza di Everybody Gotta Know. Le comparsate di Adrian Belew e Tony Levin (già con Peter Gabriel e la seconda edizione dei King Crimson) non aggiungono spessore al resto della raccolta, presto sgonfiatasi a causa di sonorità destinate ai nostalgici degli ’80.

La decade non riserva alt(r)e sorprese. Secret Secrets (A&M, ’85) si distingue appena per la discreta copertina di Robert Mapplethorpe e la produzione di Lillywhite in Sleight Of Hand (A&M, ’86) non fa che precipitare composizioni magari interessanti nel baratro di sonorità fastidiosamente asettiche. The Shouting Stage (A&M, ’88) risale un poco la china grazie all’aiuto di Mark Knopfler ma la sensazione è di un mordente ormai perduto. Dobbiamo aspettare il ‘92 (saltando a piè pari la mediocrità in Hearts & Flowers, A&M, ’90) per godere altri scampolo di grandezza: True Love e Wrapped Around Her, pur leggerine e non indispensabili, sanciscono una prima possibilità di ritorno alle belle cose di un tempo.

La riabilitazione agli occhi dei fan avviene con il pop sofisticato di What’s Inside (Denon, ’95). L’incedere jazzato e strappalacrime di In Your Eyes, il trionfo della vita sull’handicap in Everyday Boy, il feeling nero di Reccomend My Love: brani semplici e melodicamente riusciti che riscattano il cul de sac imboccato nel decennio passato. Si chiude in bellezza con Trouble, gemma di indicibile lucentezza nata dal dolore di una malattia superata a denti stretti. Il nuovo millennio è inaugurato da Lover’s Speak (Denon, 2003) raccolta di poco inferiore alla precedente ma pur meritevole nella struggente In This Time, Less Happy More Often e nella gioiosa titletrack. Degna incoronazione della ritrovato estro creativo il live All The Way From America (SLG, 03), disponibile su cd e dvd. Into The Blues (SLG, ’07), più che un viaggio nella tradizione del genere suona come una parentesi divertita nella quale Joan imbraccia la chitarra elettrica producendosi in assoli di mestiere. Episodi di rilievo: l’ironico falsetto alla Bee Gees in D.N.A. e il ritorno alle origini con Baby Blue Eyes.

Il futuro? Per Joan Armatrading la cosa migliore è lasciar parlare la sua musica di quei sentimenti che tutti dovremo conoscere.

 

L’intervista

Joan, hai mai pagato nella carriera le scelte della vita privata?

Assai arduo separare le due cose perché in fondo sono sempre io a prendere le decisioni sulla mia vita professionale e su quella privata. Quel che posso dirti è che tento sempre di non trascinare le questioni personali negli ambiti dell’attività artistica.

C’è un’emozione che non ti è mai riuscito esprimere compiutamente nella tua musica?

Come cantautrice esprimere emozioni per me è tutto, perciò non si dovrebbe discriminarne nessuna. Ciò non significa però spingersi a raccontare fatti che risultino troppo personali o identificabili da parte di altre persone.

Da piccola come immaginavi la tua vita adulta?

Non sono mai stata di quelle che desideravano fare l’avvocato o chissà che; a partire dai 14 anni la musica si rivelò la mia più grande passione e da allora non pensai ad altro che di farne il mio mestiere.

In precedenti interviste ti sei dichiarata una fan accanita di Van Morrison. Da anni però non si dimostra all’altezza di capolavori come Saint Dominic’s Preview o Veedon Fleece. Ti entusiasma ancora?

Tutti cambiamo col trascorrere degli anni, questo è innegabile. Mi considero una compositrice eclettica in quanto adoro sguazzare tra diversi generi musicali: pop, jazz, blues… non fa molta differenza. Anche se mi piaceva molto Van Morrison non mi sono fatta mancare tanti altri stimoli a lui distanti. Non credo neppure di potermi permettere un giudizio articolato perché non ho molti cd e di musica ne acquisto davvero poca.

Come ricordi la tua vita nel periodo di Hair?

Quello di Hair è stato veramente un periodo formidabile, divertentissimo, e lasciami dire che non ho mai buttato via i costumi! Nella stessa compagnia lavoravano personaggi come il grande attore teatrale Paul Nicolas, Paul Barber (i più lo ricorderanno nel film Full Monty) e Richard O’Brien, poi autore del  The Rocky Horror Picture Show.

Me, Myselft, I rappresentò un punto di svolta verso le più alte forme del pop. Cosa ascoltavi in quel periodo?

In realtà credo che il mio più evidente punto di svolta sia rappresentato dal brano Love And Affection, di 4 anni precedente a Me Myself I. Non so dirti cosa ascoltassi al tempo: in realtà ero calata anima e corpo nell’attività compositiva e non mi restava tempo per ascoltare nient’altro.

Alla creatività si giunge nuotando in un mare di dubbi?

Per quanto mi riguarda, preferisco pensare che alla creatività si arrivi attraverso la consapevolezza.

Parliamo di Nelson Mandela?

Spero di essere riuscita a esprimere al meglio i miei sentimenti nei suoi confronti nella canzone che gli ho dedicato, The Messenger (“Ora sorge la luna delle tue celebrazioni/il tuo nome apparterrà alla storia/insieme a tanti altri hai combattuto in nome della libertà/che ci è donata sin dal nostro primo vagito”).

Amore e razionalità possono coesistere in una relazione a lungo termine?

Una cosa è certa: l’amore è illogico, doloroso, esaltante e depressogeno al contempo. Si tratta insomma di un sentimento terribilmente complesso.

La tua definizione di Verità?

Non ne ho. Direi piuttosto che ognuno si aggrappa alla propria versione.

Che fine ha fatto la tua prima storica collaboratrice, Pam Nestor?

Come ti dicevo ho cominciato a scrivere canzoni all’età di 14 anni; incontrai Pam quando ne avevo già 19, perciò ero già attiva da prima della nostra conoscenza. Non so proprio cosa stia facendo ora ma mi auguro se la passi alla grande. La consideravo un paroliere estremamente dotato (scrivere musica non faceva per lei) e immagino che in questo momento sia attiva nell’ambito che più le si confà e cioè la scrittura, lasciando stare ciò che è relazionato col mondo delle sette note.

Del cameo in Don’t Lose Your Head dei Queen cosa ricordi?

I Queen stavano registrando The Miracle nel mio stesso studio in quel periodo; Roger Taylor allora mi chiese di unirmi a loro per quel brano e devo ammettere che fu uno spasso.

Hai vissuto un’adolescenza felice?

Ti dirò di più: sono sempre stata una persona felice.

Ti ritieni una donna serena?

Sempre stata; sempre stata una persona assai tranquilla.

Cosa metti al centro della tua vita in questo momento?

Voglio vivere gioiosamente e ciò significa per me starmene coi miei veri amici e con la mia famiglia.

Sì ma, volendo banalizzare, le belle cose della vita non durano a lungo…

Fondamentalmente ci sono delle cose che possono durare per tutta una vita e che fanno la differenza, mi riferisco ai propri valori morali e a ciò in cui crediamo. È vero altresì che questi due aspetti vanno “aggiustandosi” nel corso del tempo perché il mondo di per sé è un’entità in perpetuo divenire e tu sei chiamato ad adattarti a questa situazione. Ma l’essenza di ciò in cui credi e il fondamento etico sul quale imposti la tua vita possono restare immutati.

Parlare apertamente di questioni sessuali suscita ancora scalpori e imbarazzo. Ti spieghi il perché?

Ti riferisci a qualcosa in particolare? Se mi stai chiedendo se sia il caso discutere le proprie scelte sessuali in ambito pubblico sono una di quelle che sostiene l’importanza di tenersi per se certi aspetti della propria vita. Per me religione, soldi e sesso sono aspetti assai delicati che puoi trattare con franchezza solo con gli amici più intimi.

T’importa il giudizio del pubblico?

Quando sto scrivendo un pezzo di certo non me ne curo, mi basta che soddisfi le mie esigenze. In un secondo momento, quando la canzone è pubblicata, non posso negare di aspettarmi una reazione calorosa da parte della gente.

Qual è stata la reazione dei tuoi fans a Into The Blues? La critica non si è spesa in grandi lodi.

Ma la gente lo ha premiato oltre ogni aspettativa, facendolo debuttare al n.1 nella classifica blues di Billboards. E sono stata la prima donna a ottenere questo risultato.

La prima canzone che ti ha spezzato il cuore?

La prima canzone della quale mi sono innamorata con cognizione di causa s’intitolava Carefree Heart ed era cantata da una certa Gracie Fields.

Tra le tante collaborazioni della tua carriera la più improbabile è quella di Andy Partridge degli XTC nel brano The Weakness In Me.

Posso dire soltanto che Andy è una persona molto gradevole e un ottimo musicista.

Il tuo pezzo migliore?

Beh, difficile rispondere perché essendo l’autrice di tutto il mio repertorio sono più o meno orgogliosa di ogni brano. Ti dico Love And Affection poiché ha il merito aggiuntivo di avermi lanciata a livello internazionale.

Sei una di quelli che vede un artista potenziale in ogni persona o credi in un talento innato che non si può insegnare?

Credo che ogni persona su questo pianeta abbia una predisposizione o un talento, senza nessuna esclusione. Questo talento può essere far ridere la gente, intrattenerla, curarla, saper mandare avanti una famiglia, cucire un vestito… insomma le possibilità sono differenti e infinite ma non ci piove sul fatto che ognuno ne possegga alcune di specifiche.

T.S. Eliot ha scritto che “alcuni editori sono scrittori mancati”; vale lo stesso sul versante musicale?

Non è molto lontano dalla realtà.

Nella vita di tutti i giorni in cosa ti ritieni assolutamente incapace?

Non c’è verso che riesca a orientarmi con in mano una mappa stradale.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Posso permettermi di fare le cose che amo di più e cioè comporre, arrangiare e cantare le mie canzoni. Grazie all’attività concertistica poi vengo a contatto con persone sempre diverse e spesso da questi incontri nascono altri progetti e collaborazioni stimolanti. Riflettendo su questa condizione ho scritto il brano Blessed (“Benedetta”, “Privilegiata”) perché dopo tutti questi anni è esattamente così che mi sento.

1 settembre 2008
1 settembre 2008
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