Kruder & Dorfmeister, foto per la stampa Andreas H Bitesnich (2020)

Kruder & Dorfmeister – L’elogio dei primi della classe

Vienna, fine anni ’90, amichevole colloquio con un aspirante produttore musicale locale. La conversazione si sposta ad un certo punto, inevitabilmente di quei tempi ed a quelle latitudini, su The K&D Sessions™, pubblicato da pochi mesi, gia diventato un vero e proprio caso discografico – e per la cronaca, stiamo parlando di un doppio album diventato disco d’oro in Gran Bretagna, con più di mezzo milione di copie vendute nella sola Europa ed almeno un paio di milioni di copie vendute worldwide da allora ad oggi. Da solo motivo per il quale ai suoi autori è stata assegnata dalla capitale austriaca una “croce al merito”, una delle più alte onorificenze ufficiali nazionali – Il tono della chiacchierata cambia d’improvviso, l’interlocutore esclama “Tanto velocemente sono arrivati ad avere successo quanto velocemente spariranno dalla circolazione”. Un disprezzo vero e profondo è perfettamente riconoscibile nella sua espressione facciale e nel tono della sua voce. Un sentimento espresso da li in avanti sempre più spesso, e da molti, nella loro città natale e non solo. Retrospettivamente l’affermazione di quell’aspirante era già incorretta di suo e, vista dalla prospettiva odierna, alla vigilia dell’uscita del primo vero album firmato Kruder & Dorfmeister, col tempo si è decisamente rivelata infondata. Segno più che altro di un invidia mista a malcelato rispetto ed ammirazione che li ha sempre accompagnati. Come certi “primi della classe”, di quelli che non ti passano i loro appunti nemmeno a pagarli, ed ai quali sembra andare sempre tutto maledettamente troppo bene.

C’è da dire però che, se ai più la comparsa sul mercato di quell’ormai celebratissima compilation di remixes era sembrata improvvisa, tra addetti ed appassionati la sigla K&D era già diventata da tempo sinonimo di eccellenza. Gli inizi della carriera musicale del giovane Peter Kruder, viennese di nascita, parrucchiere di professione, sono da andare a ricercare intorno alla fine degli 80s, tra le fila degli ingenui forse ma sicuramente agguerriti rappresentanti della scena hip hop locale. Quello che infatti molti ignorano è che il suo incontro con Richard Dorfmeister – anche lui viennese, multistrumentista con studi di conservatorio alle spalle ed esperienze in band locali – e la loro ascesa al successo in veste di dj e produttori sono state anche rese possibili da un terreno artistico sotterraneamente e timidamente fertile. Un substrato fatto di relativamente piccoli ma attivissimi locali (con le mitiche club nights Soul Seduction e Dub Club su tutte) nei quali non era raro incontrare i due dj sia dietro che davanti la consolle, nonché label – ricordiamo la Abuse Industries, la Uptight Records di Werner Geier, la Cheap di Pulsinger e Tunakan e la Mego, fondata da Peter Rehberg aka Pita – oltre che negozi di dischi (chi si ricorda del Black Market?) e creativi dediti alle più svariate discipline in generale che, se da una parte hanno tratto vantaggio dal fenomeno K&D per diventare a tutti gli effetti scena musicale riconosciuta a livello mondiale sotto la denominazione acchiappatutto “Vienna Sound“, hanno anche permesso al duo di maturare artisticamente nel corso dei primi anni 90, liberamente e senza lasciarsi condizionare da pressioni di sorta. 

Ed è con questo tipo di mentalità da “assediati”, cocciutamente autarchica, che i due hanno continuato a lavorare per tutta la metà di quel decennio gettando le fondamenta del loro piccolo impero musicale. Inizialmente, subito dopo l’uscita dell’EP G-Stoned, nel ruolo di dj globetrotter alla consolle di dancefloor strapieni in giro per il mondo, adorati dalla Londra dell’acid jazz e del trip hop, con Gilles Peterson tra i primi a fargli la corte da un punto di vista di contratto discografico, e nello stesso tempo, amichevolmente snobbati a casa propria. A confermare un noto luogo comune, quello che nessuno (almeno agli inizi) è mai profeta nella propria patria.

Cocciutaggine e fierezza quelle che hanno contraddistinto il duo e che nel tempo sono state scambiate, non senza fondamento forse e con parziale e più recente ammissione degli stessi interessati, come pura, giovanile arroganza. Il codice del “niente foto, niente interviste”, il tono di sufficienza ed i giudizi trancianti con i quale i due viennesi si sono espressi nel periodo di massimo successo nei confronti dei loro colleghi sono diventati leggendari. Dai Massive Attack a 4 Hero e gli altri britannici della drum & bass, a nessuno venivano risparmiate frecciatine via stampa, tutte condite dall’elegante noncuranza e dal secco sarcasmo tipici del carattere e della colorita parlata della capitale austriaca. Giudizi provenienti dall’alto di un disprezzo profondo per la mediocrità e di una ambiziosa visione, in tutto e per tutto artigianale, della produzione musicale – «Rispetto ai Massive che hanno collaboratori in studio, noi lavoriamo completamente da soli alla nostra musica» dichiaravano orgogliosi intorno al 1998 -, un modus operandi il loro fatto di un misto di virtuosismo tecnico (soprattutto nell’arte del sampling), attenzione per il dettaglio estetico, economicità logistica e gusto musicale tanto eclettico quanto infallibile.

Lo stesso gusto musicale che sta dietro alle tracklist di compilation come DJ-Kicks o Conversions A K&D Selection, da loro curate e mixate ed ancora oggi considerate imprescindibili per capire che aria tirasse di quei tempi. Le stesse qualità che nel corso degli anni hanno portato The K&D Sessions™ ad essere considerato un po’ come il The Dark Side of the Moon (album citato non a caso in questa sede, visto il grande amore che il duo ha sempre espresso per il rock più classico) del genere “downtempo”. Amato ed odiato in egual misura ma pur sempre modello per musicisti, produttori, e non ultimi di audiofili. Un long-seller ancora oggi preso ad esempio per la qualità sonora, un po’ meno forse per le emozioni che ad un primo ascolto può suscitare, ma è qui che entra in gioco il vantaggio della lunga distanza, il fattore K&D. I remix contenuti in quella raccolta sono diventati negli anni familiare colonna sonora di vacanze, cene tra amici, aperitivi da fine settimana pre clubbing e “coming down” domenicali post clubbing, tutti momenti a cui questi brani verranno collegati dopo essersi scavati lentamente un posto nel subconscio di un paio di generazioni di appassionati di musica.

Si parlava di giudizi trancianti, come anche i criteri con i quali il duo era solito accettare o rifiutare la produzione di uno di quei mitici remix e lunga la lista di quanti si sono sentiti rispondere con un professionale e cortese ma fermo “No, grazie”: da David Bowie (secondo il duo accusato di essere semplicemente in cerca di un lifting stilistico di facciata) agli U2 passando per Sade e Grace Jones. Rifiuti dettati non solo da preferenze di genere ma anche da problemi di timing e di agende strapiene di impegni – perche i tempi con i quali un ambito remix di K&D veniva confezionato con cura maniacale in quegli anni andavano dalle due alle cinque settimane, come nel caso della loro epica rilettura – oltre dieci minuti di durata – di Nothing Really Matters di Madonna (pure lei criticata in una delle interviste da loro rilasciate per le doti vocali non propriamente solide). Una cosa è certa, nessuno veniva risparmiato dalla loro ferrea selezione. Tutto questo senza badare alle cospicue perdite finanziarie conseguenti perché la qualità del prodotto finito e da loro firmato, come nella migliore tradizione artigianale, aveva sempre la priorità. E perché il tempo nel loro mondo scorreva e scorre più lentamente, e venti anni o più sono un lasso di tempo del tutto ragionevole per pubblicare un album d’esordio.

Dopo l’uscita del loro primo EP G-Stoned – pubblicato nel settembre del 1993 e poi licenziato attraverso le singole tracce in esso contenute per un nutrito numero di compilation – i due hanno raggiunto velocemente uno status di superstar dj ed altrettanto velocemente hanno imparato ad usare questo stesso status a proprio vantaggio, senza venirne sopraffatti, sfruttandolo nel corso degli anni in maniera magistrale, con l’ausilio di una semplice formula: attraverso la produzione di remixes diminuisce la pressione e l’insistenza da parte delle majors nelle loro offerte di firmare contratti per ottenere materiale originale, leggi album. Impegni vantaggiosi a breve termine ma in seguito vincolanti fino a diventare mortalmente soffocanti. Con il conseguente vantaggio di ottenere indirettamente preziosa promozione per la loro attività di dj venendo contemporaneamente pagati profumatamente per il proprio lavoro in studio (ad ogni buon conto, costo di un remix K&D di 2-3 volte inferiore rispetto a quallo di altri top producers dell’epoca, stando ai soliti ben informati), mantenendo comunque a medio-lungo termine completa indipendenza artistica e finanziaria.

Un autonomia garantita anche grazie alla fondazione della label G-Stone Recordings – che prende il nome dalla Grundsteingasse, la strada nella quale era situato il loro primo quartier generale -in attività fino al 2014 e riattivata di recente in occasione della release dell’album 1995 e per la quale nel corso degli anni sono anche stati realizzati i progetti solisti Tosca (per Dorfmeister) e Peace Orchestra e Voom Voom (per Kruder), nonché quelli di altri sodali locali (Rodney Hunter, Makossa & Megablast, Stereotyp, Walkner.Möstl e DJ DSL tra gli altri) – un’autonomia difesa ferocemente, con calcolo e grande pragmatismo fino ad oggi, allo stesso tempo evitando abilmente di cadere nelle numerose trappole che il grande successo di vendite e di pubblico e lo status di “popstar” nascondono, il tutto all’insegna del motto “The Game Is to Be Sold, Not to Be Told”. Un esempio di strategia dal quale molti potrebbero e dovrebbero imparare se consideriamo la situazione odierna, in tempi in cui i musicisti indipendenti vengono tenuti in ostaggio dalle agenzie stampa, umiliati e costretti a chiedere la paghetta alla lobby dello streaming per venire infine bullizzati e scippati dal pubblico (non sempre) pagante.

Nel tentativo di riacquistare una maggiore libertà, per sfuggire alla notorietà ad una hype sempre più opprimente e distruttiva, dall’inizio degli anni 2000 l’attività del duo in quanto tale si è sempre più rarefatta, fino a diventare praticamente inesistente, non solo dal punto professionale ma anche, da quanto spiegato dagli stessi interessati in tempi recenti, dal punto personale. Percorsi separati: per Dorfmeister in direzione Zurigo, dove ha messo su famiglia ed è diventato tra le altre cose anche proprietario di due bar dell’elegante centro cittadino, per Kruder, dopo un soggiorno parigino, il ritorno nella sua amata Vienna. Una separazione questa avvenuta lentamente anche perché sempre più consci del fatto che il loro stile aveva fatto, inesorabilmente, il suo tempo. “Biedermeier”, stile puramente ornamentale e superficiale, come è stato spesso definito dai loro connazionali più velenosi.

Ma mentre altri loro contemporanei negli anni hanno cercato di inseguire disperatamente una qualche sembianza di rilevanza artistica, quando non semplicemente di carattere puramente commerciale, i due hanno continuato a godere ed a raccogliere i frutti dello status di “legacy act” nel quale si sono più o meno volontariamente ritrovati grazie a periodiche apparizioni live organizzate in grande stile, celebrazioni strategicamente distribuite nel corso degli anni, certamente nostalgiche ma che sono servite a tenere intelligentemente vivo l’interesse, per lo meno nello zoccolo più duro dei loro fans, fino ad arrivare all’annuncio a sorpresa dell’uscita del loro primo vero album, intitolato non a caso 1995. Liquido, lentissimo e caldo. Esattamente quello che lecitamente ci si poteva aspettare da loro, per essere un album composto da brani prodotti durante i primi anni ’90. Niente sorprese, niente allarmi. Esattamente quello che il 2020 più urgentemente richiede.

In una recente intervista che Kruder & Dorfmeister hanno concesso alla televisione di stato austriaca, quest’ultimo ha avanzato cautamente l’ipotesi che una loro collaborazione fattiva in studio, alla produzione di nuova musica, se le circostanze lo favoriranno, potrebbe diventare realtà. Immaginiamo che con la loro rallentata cognizione del tempo, i due ci arriveranno fra altri venticinque anni. Un po’ un peccato per chi starà ancora aspettando con impazienza, ma questo servirà solo a conferma del fatto che il tempo è anche galantuomo – soprattutto con chi sa pazientemente aspettare – come lo è stato sempre con loro. Con buona pace di quell’aspirante e sconosciuto produttore viennese di cui si raccontava in apertura, e che a tutt’oggi resta ancora nell’anonimato. Haters…

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