Temporali

La bellezza importante: PJ Harvey e un percorso in divenire

Venerdì 25 agosto al TODAYS Festival di Torino suonerà, tra gli altri, Polly Jean Harvey. Non potrò andarci, e me ne dispiace. Mi dispiace ancor più dopo aver riletto questo splendido articolo di Carlo Bordone che spiega con passione e lucidità la bellezza e l’importanza di The Hope Six Demolition Project. Bellezza e importanza: non è una combinazione comune, non più, per un disco rock. Riflettendoci, mi sono tornate in mente alcune considerazioni – o “chiacchiere”, se preferite – che si erano fatte all’epoca della sua pubblicazione (aprile 2016). Non a tutti sembrò un gran disco. Confesso che anch’io feci e ancora oggi faccio fatica a porlo sullo stesso livello di Rid Of Me o To Bring You My Love. Anzi, dal punto di vista strettamente musicale, mi sento di collocarlo senz’altro tra i suoi dischi minori. Tuttavia, lo trovo un disco riuscito, di una bellezza importante. Perché si colloca nel punto esatto di un percorso coerente e soprattutto avvincente. Un percorso, ecco.

Spesso, ragionando di dischi, capita di dire e sentirsi dire frasi del tipo: “se fosse il disco di una band sconosciuta, non lo considererebbe nessuno”. E, viceversa: “se non fosse un disco d’esordio, non stupirebbe nessuno”. Si tratta in genere di considerazioni polemiche nei confronti del giudicare, un giudicare cioè valutato come poco obiettivo. Considerazioni che a loro volta non sono il massimo dell’obiettività, ma tutto sommato le trovo fondate. E non per certi difettucci riscontrabili spesso nelle recensioni, dovuti a un eccesso di soggettività (casomai potessimo considerarlo un difetto, ma questo è un altro discorso) o a pressioni – diciamo così – esterne alla pura e semplice valutazione. Mi riferisco semmai a come un disco significhi come tappa di un percorso, al modo in cui sposta il testimone rispetto a un movimento di ricerca espressiva che ha per protagonista il musicista/autore.

Qualche anno fa ho pubblicato questo volume monografico su PJ Harvey. L’analisi si basava essenzialmente sull’idea che l’intero repertorio di Polly Jean si fosse sviluppato fino ad allora come una sorta di anello, allontanandosi inizialmente dalla condizione periferica e terrigna del Dorset – con i suoi miti, le sue pulsioni misteriose, l’arretratezza e il senso di marginalità – per raggiungere la dimensione metropolitana e il mondo in un percorso di presa di coscienza di sé (nel mondo), un percorso urgente e problematico che significava anche estraniazione, conflitto. Un vero e proprio “romanzo di formazione” che partiva dalla spigolosa asprezza di Dry e sembrava concludersi col più classico dei ritorni a casa, quel White Chalk che poneva Polly, ormai donna, di fronte ai fantasmi delle proprie radici, fantasmi ancora potenti ma che sembrava finalmente in grado di affrontare, di contenere.

All’epoca dell’uscita del libro (novembre 2009), si conoscevano solo un paio di anticipazioni live di Let England Shake, che una volta pubblicato mi lasciò sulle prime interdetto, ma in definitiva sembrò la conferma perfetta della tesi che sosteneva la mia monografia: una volta risolto il “problema” dell’individuazione di sé, una volta raggiunta la maturità come donna e cittadina (superando la dicotomia tra globale e locale), Polly si apriva al mondo, si faceva carico del mondo e dei suoi casini. In questo senso, Let England Shake e The Hope Six Demolition Project rappresentano la più coerente delle incoerenze, l’inizio di una ramificazione nuova dal fusto di una carriera ormai solida e compiuta, e che proprio su questa compiutezza si basa per avviare una fase di ricerca e confronto capace di porre l’accento su aspetti diversi – si tratti pure del predominio della parola, del “messaggio”, di fare perno sulla testimonianza video/fotografica o in ultimo sulla dimensione teatrale – rispetto al formato della canzone e dell’album di canzoni. Polly Jean Harvey sta facendo rock come se il rock potesse ancora farsi carico del presente, indagarlo, rappresentarlo e – in virtù di questo – cambiarlo nella misura in cui può incidere sulla percezione che noi ascoltatori ne abbiamo. È un merito enorme, oggi che il rock non sembra più avere la forza di recitare un ruolo di primo piano. Ma se questo disco può farlo, è per tutto ciò che è venuto prima, è per quello che la Harvey ha saputo raggiungere e oltrepassare, tappa dopo tappa.

Dischi come The Hope Six Demolition Project significano di per sé ma anche per il percorso che li precede. Un percorso che dovrebbe entrare in gioco ed essere preso in considerazione, credo, per ogni disco – libro, film, eccetera. Sembra dirci, questa fase di carriera di Polly Jean, che se vogliamo continuare a credere nel rock come forma espressiva alta, dobbiamo essere pronti ad allargare lo sguardo, a fare entrare in gioco noi stessi più che come semplici ascoltatori, a cambiare il modo in cui siamo disposti a raggiungere il cuore di un lavoro, ad inseguirne le tracce.