La lingua come eco di un paesaggio. Intervista a Gwenno

Dublino, maggio 2019. Cogliamo l’occasione di un lungo soggiorno nella bellissima capitale della Repubblica Irlandese per fare due chiacchiere con Gwenno poche ore prima del suo concerto, inserito nel programma della rassegna Eastbound.

Facciamo finta che io non sappia nulla di te: presentati. Chi sei?

Mi chiamo Gwenno Saunders, ma per i miei dischi sono semplicemente Gwenno. Vengo da Cardiff. Sono stata in varie situazioni creative. Recentemente ho pubblicato un album cantato in cornish (Le Kov, ndSA), che è una delle lingue celtiche con cui sono cresciuta. L’album precedente (Y Didd Olaf, ndSA) era in gallese e un po’ anche in cornish. Faccio dischi insieme a mio marito Rhys Edwards.

Ok, sintetica ed essenziale: ottimo inizio! Ovviamente, in realtà, un po’ di cose su di te le sapevo già, e per le novità più recenti ho dato un’occhiata in rete. Ad esempio, sulla tua pagina Facebook circa un mese fa hai pubblicato un post che presentava un tuo programma trasmesso da BBC Radio 4 (che testimoniava la tua esperienza ad Udine al Suns, il Festival europeo delle arti performative in lingue minoritarie di Udine): il post era in tre lingue (inglese, gallese e cornish), e per me è stato come leggere una piccola Stele di Rosetta: sono lingue davvero molto diverse tra loro! Tu, quando le utilizzi, te ne rendi conto?

A dire il vero non ci penso, le uso e basta. Ogni lingua è diversa dalle altre. Trovo il cornish molto interessante perché è una lingua “rivitalizzata” ma che io parlo da sempre (il padre di Gwenno, Tim Saunders, é uno stimato intellettuale e poeta cornico, ndSA), senza essere una studiosa accademica. L’ho sempre parlato allo stesso modo in cui parlo gallese, in famiglia e con gli amici. Non voglio romanticizzare troppo, ma per me la lingua cornica rappresenta una sorta di eco di un diverso paesaggio. È una relazione molto personale: non ho mai vissuto in Cornovaglia, ma il cornish é una lingua che mi fa sentire vicina a quei posti.

In quale lingua pensi?

Di solito in gallese. Ma visto che in questo periodo sto parlando ogni giorno a mio figlio in cornico, mi trovo a pensare anche in cornish con un po’ di gallese in mezzo. Se scrivo, se prendo appunti, di solito uso il gallese.

Cosa vuol dire scrivere canzoni in lingua cornica o gallese?

Potersi muovere creativamente tra lingue diverse è una cosa fantastica: le lingue sono davvero ottimi strumenti per chiarirsi le idee. Una persona creativa ha l’esigenza di non doversi ripetere, e utilizzare linguaggi differenti può aiutare per andare in direzioni nuove. La cosa stupenda di usare lingue minoritarie rivitalizzate, senza espressioni contemporanee, è che ti dà l’opportunità di creare cose mai esistite. Nella società capitalistica in cui viviamo, dove tutto è monetizzato, è molto difficile per una persona creativa potersi connettere con il proprio istinto, la propria ispirazione, dove sta la vera magia, senza preoccuparsi delle reazioni del mondo esterno. Usare le mie lingue native mi permette di creare uno spazio dove mi sento al sicuro e senza aspettative, senza la pressione del futuro, sempre tenendo conto che come essere umano hai delle responsabilitá, hai la necessità di avere un tetto sulla testa e di mantenere la tua famiglia.

Questa cosa dell’assenza di aspettative vale anche dal punto vista del pubblico. Ascoltando le tue canzoni io, cosí come – immagino – la grande maggioranza del tuo pubblico, mi trovo nella stessa situazione di quando ascolto canzoni cantate in lingue inventate, come ad esempio nel caso dei Cocteau Twins o dei Sigur Rós, o in lingue non minoritarie ma a me completamente sconosciute, come ad esempio il russo utilizzato da Olga Bell in Krai: una connessione più diretta ed emotiva con la musica, senza il peso del significato…

Esattamente. Mi piace l’astrazione, sia a livello figurativo, ad esempio i lavori di Peter Lanyon (una delle ispirazioni di Le Kov) che musicale. L’astrazione lascia spazio al pensiero meditativo.

Dal punto di vista dell’industria discografica, poi, utilizzare le tue lingue native ti permette di differenziare il tuo “prodotto” in maniera naturale, senza forzare nulla…

Un’artista non fa altro che esprimere il suo punto di vista sul mondo, cercando di non conformarsi alla maggioranza.

C’è un altro elemento, che forse nel tuo caso non è quello principale, nell’usare lingue minoritarie, ed è quello politico…

È assolutamente un atto politico. Io sono gallese, che fa parte del Regno Unito, dove la cultura predominante è quella anglo-americana: uno stato monolingue che tende ad ignorare il fatto che ci sono molte altre culture esistenti nel mondo.

Parlando di U.K. non si può non pensare alla questione Brexit. Tra pochi giorni ci sono le elezioni europee, si vota anche nel Regno Unito…

Brexit è il diretto riflesso di una cattiva gestione politica. Il Regno Unito è cosí ingiusto nei contronti della maggioranza, è cosí focalizzato sull’Inghilterra sudorientale che tante altre aree britanniche sono praticamente emarginate. È orribile che le persone al potere sfruttino le paure della gente: Brexit è diventata una soluzione attraente per gente che alla fine perderà comunque. È tutto frutto dell’ineguaglianza e della pressione del capitalismo globale: potrebbe accadere in qualunque altro paese dell’Unione Europea. Comunque bisognerebbe essere molto ben informati per dire cose corrette sull’argomento e non farsi guidare dall’emotività.

Quali sono i progetti a cui stai lavorando?

Sto scrivendo la musica per una versione in gallese dell’opera teatrale Il cerchio di gesso del Caucaso di Bertold Brecht, tradotto direttamente dal tedesco da Mererid Hopwood, che sará presentata a settembre-ottobre. Sono molto contenta di come si sta sviluppando il progetto. Proprio in questo periodo poi sono in tour con i Manic Street Preachers.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?

Molta BBC Radio 3. Ultimamente ho apprezzato molto Aldous Harding, la colonna sonora del film Arcadia (scritta da Adrian Utley dei Portishead e Will Gregory dei Goldfrapp, Hearing Music di Joanna Brouk, anche se non è recentissimo. Mi piace molto la pop music, adoro Peggy Gou. Poi c’è quel gruppo italiano… i Calcutta!

Ah, ma Calcutta non è un gruppo, è un singolo musicista!

La produzione è ottima, una cosa che non ti aspetti dal pop italiano. Mi piace la sua nonchalance… C’è una sua canzone che ha uno dei chorus piú potenti che abbia sentito negli ultimi anni (Gwenno accenna a canticchiarla, ma non ne veniamo fuori… chissá a quale canzone faceva riferimento?). A te piace?

Mah, oddio… Credo che il problema sia che, in quanto italiano, non posso non prestare attenzione alle parole, mentre tu puoi tranquillamente farne a meno… Ultima domanda: cosa ti è rimasto dell’esperienza delle Pipettes?

Le Pipettes erano sotto certi aspetti piú aggressive, cosa che io di natura non sono: era una situazione in cui contava molto il compromesso tra vari punti di vista. È stata sicuramente una buona lezione. Comunque tutto ció che hai fatto ha un’influenza su ció che fai. Per dieci anni sono stata una ballerina di Irish Dance, e anche questa cosa è stata sicuramente importante.

17 Maggio 2019
17 Maggio 2019
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