Lay Llamas. Archeologia, skateboard & vagabondaggi cosmici

Lay Llamas è il progetto psych-out di Nicola Giunta, il visionario mastermind che ha fatto parlare di sé attraverso due album importanti, Østrø del 2014, e il recente Thuban. L’attitudine verso un suono ipnotico, che mischia Can e afrobeat, e si esalta in visioni spacedeliche degne degli Hawkwind, è la cifra stilistica di un autore in perenne espansione creativa, che sa cogliere gli spunti più impensati per poi trasformarli in arte. Nicola è tutto questo, e anche di più. A confermarcelo ci sono le “quattro” chiacchiere che abbiamo scambiato col diretto interessato.

Ho letto da qualche parte dei tuoi vagabondaggi nel sito archeologico di Selinunte, mi piacerebbe che ce li raccontassi…

Il termine che hai utilizzato mi sembra particolarmente azzeccato: vagabondare. Ed è esattamente quello che ho fatto centinaia di volte all’interno dell’antica cittadella di Selinunte, insediamento greco in Sicilia del V secolo AC. Crescendo nel piccolo borgo di pescatori – oggi metà turistica ben nota – che attorno alle rovine è stato creato poco meno di un secolo addietro, ho avuto il privilegio di immergermi letteralmente in quel magico mondo. L’area archeologica di Selinunte è notoriamente una fra le più estese in Europa. Vagare senza meta fra quei massi, antichissimi e vivi, è un’esperienza fra l’onirico e il magico. La vegetazione che circonda l’area è la stessa macchia mediterranea che da millenni ricopre queste terre. Quando ho iniziato a creare musica come Lay Llamas tutti questi input – visivi, sonori, olfattivi – sono venuti fuori e si sono mischiati ad altri elementi come la musica cosmica tedesca, certa psichedelia inglese ed americana, la library music italiana dei ’70 e una varietà di musiche provenienti da culture non occidentali. Della storia di Selinunte rimane l’idea di viaggio per mare, dei riti pagani che vi si praticavano, l’imponenza stessa dei templi e dei santuari che si trovano al suo interno.

Il tuo progetto si appoggia a un immaginario magico, pagano, esoterico; in che modo queste influenze si traducono in suoni?

Per quanto semplice e ben posta, faccio fatica a rispondere alla tua domanda. Come dicevo prima, certe suggestioni non musicali ritornano a galla prepotenti e si trasformano anch’esse, al pari dei dischi e degli ascolti, in suoni. Su questo non ci piove. Come avvenga questo processo non saprei dirtelo di preciso. Tu chiamala, se vuoi, ispirazione.

Una parola sola: etnomusicologia. Che importanza ha nella tua ricerca musicale?

Pur non suonando musica etnica o folk propriamente intesa, mi è sempre interessato inglobare elementi in qualche misura esotici nella musica di Lay Llamas. Sono curioso, ad esempio, di osservare l’effetto prodotto dall’unione di una tarantella in coda ad un pezzo kraut-psych (Cults And Rites From The Black Cliff, dal disco Thuban), oppure di una classica ballata folk in tempo ternario con un riff di chitarra e parti vocali à la Master Musicians of Bukkake (Chronicles from The Fourth Planet, sempre da Thuban). Ma di questo tipo di alchimie sonore è pieno il disco; anzi, direi tutta la musica di Lay Llamas prodotta fino ad ora. L’Etnomusicologia in senso accademico ho avuto la fortuna di approfondirla durante i miei studi universitari con professori eccellenti come Giovanni Giuriati e Maurizio Agamennone. Quelle letture, quegli ascolti, quelle ricerche sono tutti in qualche modo confluiti nel patchwork audio-visivo di Lay Llamas.

I tuoi testi sono veri e propri mantra, o mi sbaglio?

Parlando dei testi che ho scritto per questo nuovo disco, ce ne sono alcuni che effettivamente stanno al confine fra il ritornello pop-rock reiterato e il mantra inteso come frase ripetuta con finalità magiche o religiose. A tale proposito ti racconto un aneddoto. Qualche giorno fa riascoltavo il pezzo Silver Sun. A partire da 01′:25″ inizia a ripetersi insistentemente un coro che fa «red sun, green sun, blue sun, dead sun». Mi sono accorto solo adesso che la ripetizione insistita di quelle frasi produce l’illusione di ascoltare proprio le parole Silver Sun! Un vero e proprio “miraggio sonoro”, frutto della ripetizione mantrica! Qualcosa di simile a quello che faceva Steve Reich con i loop di nastro magnetico a metà anni Sessanta: tipo produrre uno scarto inedito di senso tramite la ripetizione e sovrapposizione di elementi sonori semplicissimi.

Da qualche parte hai dichiarato che la tua è musica escapista; in che senso lo è, e lo è davvero?

Confermo quanto dichiarato in passato. La musica di Lay Llamas può essere infatti considerata escapista, in quanto si trova spesso a raccontare di mondi e circostanze pseudo-storiche che stanno fra l’esotico e il fantascientifico. Ma mentre nel disco precedente (Østrø) questo aspetto aveva finalità, diciamo così, ricreative e puramente fantasiose, nei testi di Thuban si riferisce a situazioni ed eventi in qualche misura reali. I protagonisti, ad esempio, di testi come Holy Worms, Chronicles From The Fourth Planet o Altair non sono altro che le voci dei migranti che ogni giorno vediamo attraversare il Mediterraneo in condizioni atroci. È come se quei luoghi esotici – di cui l’escapismo stesso si è nutrito per decenni tramite libri, dischi, film e televisione – si stiano realmente, fisicamente, avvicinando all’Europa e all’Occidente in generale. In questa contaminazione di culture io ci vedo, ovviamente, un rafforzamento per ambedue le parti. La trovo una cosa del tutto necessaria affinché ci sia un avanzamento in senso evolutivo. Le culture devono incontrarsi, mischiarsi, confrontarsi e rafforzarsi in questo senso!

Domanda di rito: come hai iniziato a suonare?

Ho iniziato circa 25 anni fa suonando al basso le canzoni dei Nirvana. La musica è arrivata così, per caso, e non è più andata via. A quel tempo avevo appena smesso di praticare lo skateboarding e mi serviva qualcosa che potesse sostituirlo. Alcuni dicono che la musica gli ha salvato la vita, a me di sicuro ha evitato qualche frattura!

Suonare dal vivo è molto diverso che suonare in studio: quale delle due esperienze preferisci e perché?

Ho creato il mio primo studio casalingo nel 2001: un PC con software, scheda audio, mixer, un microfono, una chitarra e qualche tastiera giocattolo. Ho iniziato a registrare le mie primissime cose in questo modo. Ed è come se avessi trovato la dimensione ideale! Una dimensione in cui potevo fissare tutte le idee musicali che mi passavano per la testa e, grazie alla registrazione multi traccia, creare dei veri e propri componimenti musicali. Da allora infatti non ho più smesso, e ancora adesso i pezzi di Lay Llamas nascono e si sviluppano in questo modo. Posso quindi affermare, senza ombra di dubbio, che la dimensione da studio casalingo è quella che continuo a prediligere. In certi casi poi credo sia meglio proprio non fare live piuttosto che farne di mediocri.

Che rapporto hai con la psichedelia intesa come psychonautica, ossia come viaggio personale attraverso alcune sostanze psicotrope nella propria mente?

Intesa in questo senso: nessuno. Il mio viaggio è si interiore, ma stimolato esclusivamente da letture, ascolti, visioni (non mistiche!) ed esperienze personali. Mi interessa piuttosto investigare la dimensione onirica e della memoria, così come quella comunemente chiamata hauntologica. Circostanze che hanno generalmente a che fare con un’idea di Tempo sfocata e circolare in opposizione a quella definita e lineare che viviamo per buona parte della nostra giornata. In generale, non ho mai capito una certa apologia per le droghe in ambito musicale. Se parliamo poi di musica psichedelica il passo verso il cliché è brevissimo: suoni musica psichedelica? Allora prendi le droghe.

Perché gli stilemi psichedelici sembrano essere il prezzemolo della musica di oggi? Li trovi dappertutto, e vengono normalmente “consumati” da ascoltatori giovanissimi che manco sanno cosa sia (stata) la psichedelia dei 60’s…

Sì, è vero, la cultura psichedelica nel suo complesso continua ad esercitare un grande fascino sulle generazioni più giovani. Offre una grande quantità di stimoli che procedono su più fronti (audio, visivo, letterario, estetico…), e spesso la fruizione di questi elementi avviene nello stesso contesto. Basterebbe leggere il programma di eventi come il Liverpool Psych Fest o l’Eindhoven Psych Lab: ti offrono vere e proprie esperienze immersive di suoni, colori, luci, oggetti, persone. In queste situazioni, non manca nessuno all’appello: dal vecchio hippy con i sandali al ragazzino incuriosito, appunto. Che quest’ultimo poi non conosca perfettamente quanto vissuto, magari direttamente, dal primo non la trovo necessariamente una discriminante. Anzi, credo che una visione non didascalica, bensì trasversale e meticcia, di un determinato filone musicale possa ambire ad una evoluzione, ad un avanzamento inedito. Tutto il resto è revival.

Foto di Giulia Natalia Comito

Sei d’accordo con l’assunto sunraniano che Space Is The Place, o forse è meglio osservare le stelle da quaggiù con gli occhi della mente?

A noi “terrestri” non resta che guardarlo, lo Spazio, o al massimo immaginarlo da quaggiù. E credo che sia meglio così. L’essere umano poi non mi sembra particolarmente propenso a cambiamenti così radicali come quello di un nuovo pianeta. Facciamo già fatica a cambiare barbiere, figurarsi il resto! La frase di Sun Ra rimane comunque un invito ad allargare i propri orizzonti, ad andare oltre i confini di ogni tipo. E su questo non posso che essere d’accordo.

Personaggi, non necessariamente musicisti, che ti hanno formato; scegline tre e dicci perché hai scelto proprio loro…

Se devo fare solo tre nomi allora dico Jules Verne, Alejandro Jodorowsky, Franco Battiato. Sarà banale, ma la lettura di Verne mi conduce da un’altra parte, mi fa viaggiare, mi appassiona e riesce a darmi degli stimoli che non sono solamente letterari. Un libro come L’isola misteriosa, ad esempio, è per me una fonte inesauribile di immagini, visioni, suoni. Una cosa simile succede anche con i film di Jodorowsky, che sono delle opere strabordanti di simboli, rimandi, sinestesie e molto altro. Nei testi e nei titoli dei pezzi di Lay Llamas si trovano moltissimi riferimenti, più o meno diretti, all’immaginario jodorowskyano. Ora veniamo a Franco Battiato: lui è di sicuro fra i musicisti che ho ascoltato di più, in generale, e durante gli ultimi anni. Dai primissimi dischi fino agli anni Novanta e oltre. La discografia di Battiato, presa nel suo insieme, rappresenta una fonte inesauribile di stili musicali differenti che finiscono per formare una trama fittissima e luminosa. Un pezzo come No Time No Space, del 1985, rappresenta per me una fonte di ispirazione che va oltre l’aspetto musicale in senso stretto. Non a caso all’interno del booklet di Thuban ho riportato in epigrafe alcune frasi della prima strofa: «Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi, di civiltà sepolte, di continenti alla deriva…».

Nicola, come ti trovi con Rocket Recordings, e che rapporti hai con le band nel suo roster?

Con i ragazzi di Rocket, Chris Reeder e John O’Carroll, mi sono sempre trovato benissimo. Fin dal mese di maggio 2012, quando ho ricevuto una mail di Chris in cui diceva che gli erano piaciute molto le tracce che gli avevo mandato. Si trattava di versioni ancora demo di alcuni pezzi che dopo pochi mesi finirono nella prima omonima tape di Lay Llamas, pubblicata dall’etichetta svedese Jozik Records. Una di quelle tracce, African Spacecraft, farà poi parte della compilation in doppio LP pubblicata per i 15 anni della Rocket. In pratica, Chris e John hanno seguito il progetto Lay Llamas fin dalla sua versione embrionale! Come puoi immaginare si è creato fra di noi un rapporto che va oltre musica: abbiamo condiviso esperienze personali, ci siamo confrontati, abbiamo cercato soluzioni ai problemi, discusso, gioito dei successi ottenuti… In poche parole: siamo cresciuti insieme! Ho avuto anche la fortuna di incontrarli di persona varie volte. Siamo stati benissimo, abbiamo passato delle giornate meravigliose. Sono persone a cui voglio davvero bene. Con gli altri gruppi Rocket c’è un rapporto da vera e propria grande famiglia! Ci si scambia le collaborazioni, si suona assieme, ci si incontra quando capita. Ed è come sentirsi parte di una cosa comune. Nessuno, almeno fra quelli che conosco, se la tira in alcun modo e c’è un forte rispetto reciproco.

Un ultima domanda, poi ti lasciamo andare: dicci di Gioele, e del ruolo che ha avuto nel tuo progetto (finché ha partecipato)…

Piccola premessa, anche per una questione di chiarezza: Lay Llamas è un progetto fondato, ideato e gestito dal sottoscritto, a partire dal principio – marzo 2012 – e fino a tutt’oggi. Nello stesso tempo però mi è sempre piaciuto condividerlo a vari livelli con molti musicisti ed artisti “esterni” al progetto. Alcuni di questi hanno contribuito solo su disco, altri solo nei live, altri ancora in entrambe le circostanze. Fra questi, Gioele (Valenti), che conosco da più di 15 anni ormai, è stato di sicuro il collaboratore di maggior peso a livello compositivo. Tutto nacque dal mio invito a creare dei vocals e un testo per la traccia We Are You, che al tempo era ancora puramente instrumental. Il risultato mi piacque molto, tanto da estendere l’invito a Gioele anche per gli altri brani cantati sul primo disco. Østrø nasce quindi da una collaborazione gomito a gomito fra me e Gioele, in cui di base io creavo e in buona parte arrangiavo e suonavo le musiche mentre Gioele creava ed eseguiva i testi e le parti vocali. La nostra collaborazione durerà all’incirca un anno, dall’ottobre 2013 all’ottobre 2014. Che altro dire, ancora? Beh, semplicemente io considero Gioele come uno fra i migliori creatori e arrangiatori di melodie vocali attualmente in circolazione. E non solo dell’ambito italiano.

27 giugno 2018
27 giugno 2018
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