Le belle bandierine: segnali di uso, disuso ed abuso dell’iconografia rock.

Il giorno dopo la sbornia sciovinista dell’Oscar a La grande bellezza (che tutto sommato ha reso felice chi scrive, ma questo è un dettaglio), i media si sono impegnati a tenere caldo l’argomento triturando gli avanzi. Opinioni, scazzi e cazzeggi as usual. Curioso quel che è accaduto ai ringraziamenti che Paolo Sorrentino ha rilasciato appena afferrata la statuetta. Per gli smemorati, ricordiamo che il regista partenopeo ha citato tra le sue ispirazioni “Fellini, Maradona, i Talking Heads e Scorsese” (applausi). Ora, se diamo un’occhiata a come le edizioni online dei quotidiani hanno trattato la notizia, salta agli occhi una evidente disparità di trattamento. Ad esempio, sul Corriere.it troviamo l’immancabile slide di fotografie di cui quattro dedicate a Fellini, altrettante a Maradona, una in meno a Scorsese e solo due ai TH.

Ebbene, quelli di via Solferino si meritano un applauso a scena aperta, perché altrove le cose vanno peggio, molto peggio. In un analogo articolo su Repubblica.it infatti il regista di The Wolf Of Wall Street (uno stracazzo di filmone pieno di spirito rock’n’roll, signori miei: altro trascurabile dettaglio) e la band di Byrne vengono bellamente snobbati, sia nel titolo – “Sorrentino ringrazia Fellini e Maradona” – che nel pezzo. Il Messaggero, La Stampa e Quotidiano.net fanno più o meno lo stesso, casomai recuperando le teste parlanti nell’occhiello e senza curarsi di spiegare chi siano stati, manco tre parole in croce, e non certo perché i loro lettori siano scafatissimi sull’argomento. Anzi, il problema sta proprio nella mancanza di connessioni dirette coi nervi dell’immaginario popolare. Dici Talking Heads e boh, chi cazzo sono, chi se ne fotte.

Potremmo proseguire addentrandoci nel folto delle webzine e nei siti delle agenzie, ma solo per rendere più chiaro un concetto già lampante: il rock, persino la sua parte più ricca di ricadute (e i Talking Heads lo sono fuori da ogni ragionevole dubbio), dalle nostre parti ha fallito l’aggancio con i gangli della cultura diffusa, non attiva circuiti né catene di significati, non interessa un granché alla massa cliccante se non nelle sue manifestazioni più scandalistiche, a meno che non si tratti di riciclare mollicaniamente le solite cinque icone (che appunto significano in quanto icone, segni di riconoscimento, tag for dummies, decurtate casomai del nocciolo rock originario). Poi, siccome siamo un Paese curioso, più o meno nel momento in cui si consumava questo malinconico episodio sono arrivati due input di segno (apparentemente) contrario da parte del cosiddetto nuovo cantautorato.

Due canzoni: Kurt Cobain e I Sonic Youth, rispettivamente di Brunori SAS e Le Luci Della Centrale Elettrica, i quali con l’ultimo lavoro sembrano essersi staccati in souplesse dalla cosiddetta leva degli anni Zero, riuscendo ad emergere dalla palude alternativa per conquistare attenzioni e feedback di livello quasi mainstream (dalle pagine intere sui quotidiani nazionali alle trasmissioni dedicate sui canali satellitari, senza contare il costante sold out dei concerti). Nella loro sostanziale diversità, le canzoni in questione sembrano fare perno similmente su due icone rock per segnare un punto di origine sulla mappa, quasi a volervi collocare una data di (ri)fondazione, l’avvio con nuove premesse di un discorso che assume in sé un retaggio culturale rock, più iconografico nel caso di Brunori (che difatti mette sullo stesso piano del leader dei Nirvana la mitologia di Marilyn Monroe) e invece più musicale in senso quasi storiografico (o forse generazionale) nel caso di Brondi, che difatti cita espressamente l’album del 2002 Murray Street.

Come era prevedibile, abbiamo assistito all’alzata di scudi dell’intellighenzia alternativa, che li ha a grandi linee accusati di sfruttare l’appeal rockista di Cobain e Sonic Youth come puro espediente per catturare l’airplay (alternativo), senza cioè una apprezzabile giustificazione poetica né corrispondenza in termini di attitudine e contenuto. D’altro canto, viste dalla sponda del grande pubblico, canzoni come quelle (titoli come quelli) sembrano concepite per evocare il fascino residuo della “cultura alternativa”, sono vaghi segnali di disallineamento (rispetto alla terzapagina emolliente alla Mollica, appunto) che garantiscono la giusta dose di “stranezza” espressiva, ad un millimetro appena dai teatrini del “premio della critica” sanremese ma senza (ancora) lo sputtanamento del rassegnone nazionalpopolare.

Comunque la si pensi, l’utilizzo del segno rock in questi due pezzi è funzionale alla canzone, perciò in questo senso efficace e persino azzeccato. Però: non comunica in termini rock. Il rock come cultura sedimentata e viva (perché qui si dà per scontato che sia viva) resta fuori dall’inquadratura. E’ quel mondo ignoto (e ignorato) che si agita dietro la linea dell’orizzonte su cui stanno piantate come bandierine l’angelo-cadavere di Cobain (e Morrison, e Hendrix…) e lo slancio diversamente sensibile/intellettuale dei Sonic Youth (o dei Talking Heads). Il Brondi e il Brunori avranno le loro responsabilità, ma più ancora il problema va individuato nell’humus culturale in cui sono immersi, da cui sono sbocciati e a cui (legittimamente) si sono rivolti. Laddove infatti il codice rock è moneta corrente e (ormai) patrimonio genetico (in UK e negli States certo, ma non solo), pronunciare nomi come quelli appena citati basta ad innescare una catena di situazioni e modalità espressive, di intuizioni, eventi, ricadute politiche e di costume, di melodie e strutture armoniche, di emozioni, dimensioni estetiche e poetiche insomma con le quali ti puoi confrontare proprio perché parte profonda e attiva del “vocabolario” collettivo.

Alle nostre latitudini invece sono al più una curiosa vibrazione tipografica. Tutto ciò dal punto di vista artistico/espressivo comporta la perdita di parecchie occasioni, basti pensare a quanto il cinema ricorra all’immaginario musicale non come semplice accompagnamento ma per tipizzare sequenze o intere trame (il succitato Scorsese in primis). Oppure si pensi a come da noi una serie tv come Glee rischi di sembrare solo una specie di musical frivolo dal taglio liberal, cosa che in effetti è se non riusciamo a cogliere la ricca trama di riletture e riarticolazione dei tòpoi pop-rock, da noi mai realmente vissute come vicende periodizzanti e generazionali. Per una serie di circostanze avverse ben ramificate nel complesso retroterra storico, in Italia la cultura rock non ha mai preso davvero cittadinanza, ma solo un permesso di soggiorno per motivi di distrazione. E neppure di massa. 

31 Marzo 2014
31 Marzo 2014
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