Let it come down, We Spiritualized

La distanza e non più l’abbandono

Non c’era bisogno dell’altro, alle volte succede. Ci si ritrova impigliati nel rumore, nello sfondo che annebbia quando si è giovinastri e poi ci si abbandona senza capirsi. Sulle rive dei Novanta. Così succede a due giovani maestri inglesi, Pete Kember e Jason Pierce, il primo dallo sguardo e i pensieri ruvidi, il secondo nascosto dietro un occhio assonnato ma furbissimo. Siamo a Rugby, l’Inghilterra dimenticata dagli inglesi, e si decide di separarsi. Tutto è allo sfascio, crollano quegli Spacemen 3 capaci di sommergere di suoni e intuizioni i monocromatismi inespressivi della realtà: le Falklands, le colpe della Tatcher, gli acidi, un mondo che va a rotoli, coscienzioso nel suo urlare sfatto. Il sogno tramonta col dividersi di due anime diametralmente opposte e così, tra i rinominati Sonic Boom (Kember) e J. Spaceman (Pierce), cala il gelo. Un’asprezza che si rinforza negli anni (si legga a tal proposito il monografico e l’intervista rilasciata a SA da un particolarmente aggressivo Kember) tra accuse rivolte a Pierce di produrre “una pappa anestetizzante di rime scontate” e, a fare da contraltare, i pierciani silenzi che, almeno loro, ricuciono sul presente dei nostri le due direzioni intraprese e rispettivamente mal digerite: più estremizzante e debordante quella di Kember, più riflessiva ed estetizzante quella di Pierce. Sullo sfondo le diverse interpretazioni sul come rimodellare il rumore, un perenne rinfacciarsi le peggio cose che racconta della vita.

E così Recurring degli Spacemen 3 saluta con la manina tremante l’acerbo Lazer Guided Melodies (Dedicated, 1992, 6.8), nuovo sogno di Pierce a nome Spiritualized. In una frase: ciò che conta è la sfumatura, il resto va solo raccontato. Lo pubblica la sagace Dedicated, è il 1992, e sull’astronave salgono Mark Refoy (chitarra), Willie B. Carruthers (basso), John Mattock (batteria) e Kate Radley (tastiere). Il disco è suddiviso in quattro movimenti, il tutto avvolto dalle forme confuse e quasi extraterrestri raffigurate in copertina e poi inamidate in quei suoni – a prima vista sinfonici, poi rivelatori di qualsiasi cosa, figurarsi se umani – che diventeranno il marchio di fabbrica. Ottuso sì, ma così magnificente e accurato da lambire la perfezione. L’attacco di I Know it’s true  è fiaba pura dalla trama così delicata e adolescenziale da risultare amabile e disturbante allo stesso tempo, come quasi sempre accade nell’universo pierciano; If I Were With Her Now  dà dinamicità al peccato, disegnando una trama dai contorni che si credono lustrati, quasi accoglienti, ma anche affogati in un climax da memorie dal sottosuolo; I Want You è figlio della Manchester anni Ottanta, degli Stone Roses sotto sedativi (forse negli anni dieci…): l’originalità sarà altra cosa; Shine a Light è il primo capolavoro dell’epopea Spiritualized, un bacio jazz colpito con forza, increspature velatamente rumoristiche e poi la voce, eterea, e, per appena un attimo, fiduciosa. Ha inizio l’eterna lotta tra il predicatore e il peccatore, la medesima persona dalle due anime. Il distacco è compiuto, la sintesi tra le asprezze spacemaniane e la penna da libro Cuore di un Pierce rinato è lontana. Kember se la ride, augurando disastri per tutto il decennio, ma lo spazio ritrovato e il cuore a brandelli ridarà forza al talento.

L’epopea Spritualized è un animale esagitato, questo è chiaro fin dall’inizio. La genesi di Pure Phase (Dedicated/Arista, 1995, 7.4) lo conferma, tra i continui cambi di line-up. A reggere il tutto, la luminosità del trio composto da Pierce, dalla femme Kate Radley e dal prode Sean Cook, oltre a certi contributi invincibili (The Balanescu Quartet) e alle indecisioni sulla strada da seguire testimoniate anche dal provvisorio cambiamento di nome in Spiritualized Electric Mainline. L’iniziale Medication racchiude tutto ciò che ci si aspetta dalla nuova creatura pierciana: fiumi di theremin ed eclissi di chitarre – così, per rassicurarci e costringerci all’indefinizione (Everyday I wake up, and I take my medication, and I spend the rest of the day, waiting for it to wear off) – pronti a scemare nei cieli stellati di una The Slide Song dai toni già riappacificati (lobotomizzati?) o nei frame fuori sincrono di una All Of My Tears sospesa tra respiri all’oppio e sensazioni Balanescu a divagare sul tema principe. Lo straniamento, l’indefinibilità appunto. Un’indagine che non ha nulla a che vedere con la stasi – d’intenti, s’intende – kemberiana. Inattaccabile, se non dalle droghe a cui ci si rivolge indirettamente. Le sensazioni e le vite sono fili che raccontano vuoti depressurizzati finalizzati al racconto e in bilico tra una vena e l’altra, tra un’aspirata e l’altra. And it hits me, takes me home 
I don’t know where I’m goin’ 
And I don’t know where I’ve been 
But I’d do it all again 
All I wanted was a taste 
Enough to waste a daysi canta in Let It Flow, spenta litania dalle immagini fluttuanti eppure orripilanti (forse il peggior video degli anni novanta tutti). Non mancano le cover, una presa in casa e non esaltante (una These Blues che arriva dal passato arrembante del calderone Spacemen 3 – “per non parlare delle loro cover degli Spacemen 3, semplicemente imbarazzanti”, dirà ancora Kember), l’altra da mozzare il fiato, (Born Never Asked di Laurie Anderson, resa ancora più scarna, limpida) e appena dopo, nell’attesa riluttante di Electric Mainline, un viaggio immobile e impressionista, senza coda né centro. Da sottolineare poi la circolarità di Lay Back In The Sun, apprendistato immagnifico su cui si costruirà l’affresco di Let It Come Down. Un consiglio, come auspica Pierce fra le note di copertina: play loud ‘n’ drive fast.

Via il dolore

Il grande botto non era preannunciato, non era preventivabile. Questo è certo. Come la fine di una storia d’amore. La responsabilità per quel capolavoro assoluto che è Ladies And Gentleman We Are Floating In Space (Dedicated/Arista, 1997, 8.8) è riconducibile all’affamata Kate Radley, compagna di vita e di suoni di Pierce. Alle soglie del 1997 Kate si abbandona fra le braccia del bel tenebroso – o meglio, bel famoso – Richard Ashcroft e a Pierce rimane solo la sua voce angelica, telefonicamente dissoluta, che ci introduce nel pezzo eponimo. Tra le lacrime di piccoli sospiri che via via prendono coraggio, c’è un evolversi di echi e rovesci orchestrali/spaziali – scegliete voi -, quasi penosi, così innamorati nel pretendere il proprio amore. Il controcanto di Pierce sul finale si fa dissonante eppure melodico, invasivo e fondamentale. C’è voglia di rivincita, di immergersi nell’amore combattendolo. Si prende fiato e a rifiorire sono i riflessi umani protesi verso il futuro, combattimenti trasversali. Si sommerge tutto, si finisce con un trillo. Un fischio a nome Come Together, proto punk in chiesa. E tutti chini nel muovere le teste, solo se avvertiti dal mantra vociante di un Pierce in odor di santità dopo appena una decina di minuti. Nessuna controindicazione, perché qui si riscopre un mondo frastagliato nei colori semplici e nelle parole. E’ pastiglia – lo splendido artwork ricalca la confezione di un medicinale – che non combatte il disagio, ma lo alimenta, rimodellandolo in qualcosa di simile alla speranza, per lo meno negli odori, nelle atmosfere e nel clima.

Pierce, qui come ovunque e successivamente, prima di arrivare alla mente ti stupisce con i suoi pensieri così sventolati, a prima vista così innocui. C’è dell’innocenza evidentemente non traducibile in musica (lì ci si sfoga, i think i can rock’n roll, probably just twisting), c’è la remissività del Drogo di Buzzati e dei suoi pensieri ai confini del mondo. Un Drogo tossico, sia chiaro, investito dal mondo che si è lasciato alle spalle, devoto e schifato, contradditorio sempre. Tutto semplice, tutto vero, siamo inghiottiti comunque. Affidiamoci allora allo sfondo kraut di I Think I’m In Love e raccontiamo la filastrocca di un deserto che vive di promesse. Si materializza uno dei refrain più incisivi della storia della musica: “Penso che tu sia la ragazza dei miei sogni”, dice. Tutto è predisposto per queste sentenze devastanti e quasi ironiche nel raccontare l’aridità dei pensieri. I fiati a preparare le sciabolate interiori di Pierce, un’armonica che stimola e sconvolge, la chitarra ovattata a rendere tutto questo terribile gioco terribilmente vero. All Of My Thoughts si riprende il paradiso, piccolo lampo su un passato deciso ad emergere in un compendio sonoro dai tratti esaltanti, fra bordate brucianti e deliziosi passaggi nel fango soulgaze. L’oasi metafisica, quasi beneagurante, di Stay With Me, nonostante la cascata arpeggiata di un finale che sa di ricostruzione definitiva di quel suono floydiano che sembra emergere ovunque, la scarica primordiale di Electricity o il dialogo dimesso nel rumore (Come on vs. What you needed). E poi il buio di The Individual, uno dei picchi di Ladies And Gentleman We Are Floating In Space, col suo lamento free liberatutti incastrato da una linea di basso rigida che indica la via, fra gli incubi che si sa, prima o poi riemergono; la carezza fatta canzone, la melodia affogata nella trasfigurazione di Broken Heart, melodramma in salsa cassavetessiana, duro e puro, putrido nella sua vorace eleganza, nella sua bianca veridicità, nel suo essere sgranato come le vite e i pensieri sacrificati. E’ il riscatto – sono troppo impegnato per essere abbattuto – e la speranza, è l’arrangiamento per orchestra definitivo con i suoi saliscendi infiniti che altro non sono se non una trasfigurazione emozionale fatta di sospiri infernali fra archetti che ansimano a tempo. No God Only Religion è una frustrata libera da tutto, da omicidi e lente devozioni, pensieri ormai disidratati e botte sulla pelle dell’amore. La successiva Cool Waves può essere riassunta dall’immensa verità di una frase avvolta in quella copertina così spudoratamente gospel da lambire l’infinito, “se devi andare devi andare”. Andiamocene verso l’attesa del gran finale, che sia morte, paradiso, o amore, con qualche luce magari. Cop Shoot Cop è un rimbalzare fra lunghe tiritere quasi svogliate, da pianobar per sole puttane, e gli ammicchi al blues più malato. Si sopravvive in questa amalgama devastante, onnivora e sorprendente, invasiva e pragmatica, così limpida da comprendere vita e morte di chiunque ci si rispecchi. Per l’amore e tutte le sue maledette declinazioni. Liberatosi dall’intransigenza del passato Pierce ci regala il suo capolavoro.

La verità, ti prego, dopo l’esplosione

Let It Come Down (Arista, 2001, 7.6) è album sottovalutato, eppure uno dei più sorprendenti degli Spiritualized. Dopo l’abbuffata anti-emotiva, o meglio, il ritratto emozionale dell’indifferenza impersonato grandiosamente da Ladies And Gentleman We Are Floating In Space, Pierce si concentra sullo sfondo, un cielo polveroso dove i colori che compongono la tavolozza si fondono con il fuoco, l’ardore dell’anima e lo spegnimento degli eccessi – sonori e vitali – che l’hanno preceduto. L’inizio ondeggiante di On Fire – musica per le vene, da battiti, che si tramuta in un gospel color seppia – è l’impalcatura su cui Pierce costruirà il suo suono: dalle sottigliezze pop di Do It All Over Again alla remissività convulsa eppure riappacificata che circonda la vita (musicale e non) del Nostro in quegli anni di passaggio (una Don’t Just Do Something dal finale narcoticamente natalizio), per finire ancora risucchiati dall’apice assoluto di Out Of Sight. In una frase, il pilastro della sua cattedrale discografica. Perché la bellezza va descritta minuziosamente nel racconto freddo e sincero delle strofe, l’architrave sonora che spezza il tutto prima di salire sullo spazio e toccarlo, rapirlo con precisione, salvaguardando i nostri sguardi, “out of sight is always out of mind”. L’altare e la cripta, con gli archi disordinati e sottopelle e l’alchimia di un vociare gospel e malefico che si fa cantilena in odor di salmo: “life is really what you make it they say
 can’t even make my mind up today”. Dalle stelle a cosa, si chiede Pierce in conclusione? A tutto. Soprassedendo sulla lezioncina rock di The Twelve Steps e la strizzatina d’occhio fuori tempo pop di The Straight And The Narrow – o il passo falso di Stop Your Crying -, si viene infine schiaffeggiati dalle meraviglie di una I Didn’t Mean To Hurt You che assale il tramonto dei cuori, tra orde di archi e buffetti pizzicati da una voce quasi spezzettata, pronta al peggio e rassegnata. Un pugnale inaspettato, un wall of sound invincibile e necessario. Pierce si sente forte all’alba del nuovo millennio, almeno quanto si sentirà confuso a livello creativo negli anni a venire.

L’assalto robotizzato di This Little Life Of Mine – e il suo finale da battimano con siringa – ci accoglie fra le grinfie soniche di un Amazing Grace (Dedicated/Arista7.2) che segna l’ultima collaborazione con la Dedicated prima del passaggio alla Sanctuary (2004). Un capitolo che le note stampa del disco dipingono come un ritorno alle origini spacemaniane (disco di garage rock che va dritto al punto – d’altronde poche righe sopra si parla di confusione…) e che in realtà si rivela una raccolta di canzoni quasi disinteressate, per la prima volta non legate da un’idea comune. E’ l’inizio del buio emotivo e creativo di Pierce. Assaggiamo rivalsa e straniamento, ci perdiamo nella normalità strutturale ed emotiva di queste nuove composizioni. Amazing Grace è istintivo e naturale, vero nella sua nera immediatezza. Non mancano le nuvole, pregevolissime seppur di maniera (She Kissed Me(It Felt Like A Hit)  e Never Goin’ Back), e gli episodi a prima vista più assonnati (la dimessa Hold On, in cui Dylan indaga un rumore bianco appena accennato) riemergono come meraviglie nel jazz squartato di The Power and The Glory. I coretti ironici di Lord Let It Rain On Me diventeranno quasi singalong durante i live, come la perfezione formale di una The Ballad Of Richie Lee strascicata e sofferente quanto insegnerebbe un Neil Young invasato dal soul o coverizzato dai The Go Betweens più robotici. Si tratta di simmetria nell’armonia, quasi di meccanicità nelle melodie. C’è l’odore pinkfloydiano e c’è la spudoratezza nelle imitazioni delle origini del Nostro. E quindi, nonostante l’indifendibile pochezza di pezzi come la vaporosa Lay It Down Slow e l’inutilmente roboante Cheapster, Pierce risolleva la sua creatura dall’anticamera della desolazione e del declino fisiologico raccontando lo spaesamento di una vita intera. E’Oh Baby – assieme alle già citate Out Of Sight e I Think I’m In Love – a completare il trittico del dubbio e della bellezza pierciane. Un’elegia che striscia su veli sintetizzati dall’harmonium e sul nero di una voce che si fa solo all’inizio supplicante, per poi reinventarsi tra le nebbie di una chitarra che emerge grazie a pochi tocchi leggeri. E’ un’esplosione unica, primordiale, l’inizio al contrario della propria anima musicale. L’origine alla fine. Qualcosa di unico in poco più di quattro minuti, perché la vita stessa si racchiude nella brevità e nell’urlo di pochi momenti. In fin dei conti l’album meno riuscito/appariscente dell’epopea Spiritualized, ed è tutto dire vista la qualità del lavoro.

Mi è dolce ora raccontare

Le origini di un ritorno innanzitutto, la necessità di Songs in A&E (Universal/ Sanctuary, 2008, 6.5), le storie che nasconde. Jason Pierce nel 2005 viene ricoverato al Royal London Hospital in seguito ad una polmonite che quasi lo stronca. Sono mesi infiniti, devastanti. Come vorrebbe la leggenda e in realtà non è, la maggior parte delle canzoni non vengono scritte durante la lunga permanenza al reparto Accident And Emergency Ward (da cui il titolo dell’album), ma ben prima e quindi non sono figlie dirette di quella lunga degenza. Il risultato? Un album pacato, riappacificato, decisamente terreno, a spaziare ovunque, dal rock & roll al soul, tra grandi ispirazioni armoniche (Soul On Fire, il devastante singolo da top 40 che mancava a Pierce da dieci anni) e piccole cuciture laddove l’ispirazione perde colpi (l’inutilmente ammiccante Sitting Of Fire). Il picco emozionale è rappresentato da Death Take Your Fiddle, con il suo attacco “think I’ll drink myself into a coma”, e subito dopo in Am E7 (fare attenzione ai titoli degli album, nascondono insidie), And I’ll take every way out I can find, il tutto accompagnato da un tessuto blues, leggero e devastante, tra file di fiati e parole che sanno di purezza. Menzione speciale per Waves Crash In – lieve e solare marcescenza in forma di ninna nanna – e per You Lie You Cheat. Ispirato solo a tratti, come un comune ritorno al mondo. Lasciamolo ambientarsi. Un ulteriore passo indietro rispetto ad Amazing Grace.

La sintesi di un ventennio fraintendibile

Sweet Light Sweet Heart (Fat Possum Reciords, 2012, 7.6) non si ostina, come tutti vogliono far credere, a raccontare di rinascite, ma vuole solo smussare gli angoli rimodellare la propria scultura, per riscoprirsi, magari, migliore. L’ultimo album degli Spiritualized si rivela come la carezza definitiva su tutta la produzione precedente, una sorta di rielaborazione, un tirare le somme. Un best of di tutte le influenze stilistiche (la pelle soul e la pastiglia psych, l’acidità pop e tutta l’aridità di cui è fatta un’anima) a delineare i contorni di un secondo amore, dopo un decennio di poco fruttuosa convivenza. Non c’è nulla del mestierante, c’è solo un’ispirazione rara che rinasce dai propri errori. E’ vero, Hey Jane è un esercizio di stile che vive di solo passato e fa il verso, rispettivamente, a Sweet Jane dei The Velvet Underground e a Hey Jude dei The Beatles. Allo stesso tempo però dimostra una freschezza che pochi si aspettavano, coltellata kraut di desideri e rincorse. E che dire dell’attacco mozzafiato di Little Girl o della favoletta pop di Too Late a introdurre l’arrampicata wave di Headin’ For The Top Now? Quest’ultima l’apoteosi della carne e del movimento, un vortice infinito in cui affogare la voce dimessa e quasi sorridente di un Pierce a suo agio con i demoni. C’è l’insistenza di una Get What You Deserve che fa della partitura orchestrale un’arma precoce e c’è il riempitivo di turno (Freedom). A concludere il tutto, la perfezione formale di So Long You Pretty Things, così fluida tra i sussurri di un Pierce quasi pacificato, così rotondo e per nulla spregiudicato nel raccontare con pochi tocchi, quasi con semplicità, la mestizia di quell’apocalisse. Si chiama in causa di nuovo Gesù, ma ci si prende in giro tra le nostre piccoli anime, magari, alle volte torturandole. Per sempre, si raccomanda Pierce. Se c’è luce nella musica, si tratta solo di un colore, poco altro. Conta la sfumatura e Pierce l’ha colta. In bilico, soppesando parole e rielaborando continuamente il resto, compresi i giudizi altrui.