Licio Gelli non esiste: intervista ai Mariposa

I Mariposa sono tornati, lunga vita ai Mariposa. C’è chi li ha dati per dispersi e chi per morti, chi credeva che dopo l’abbandono (consensuale) di Fiori fossero una cosa a parte. Addirittura, l’apparentemente incontestabile risorsa di dati e fatti Wikipedia suggella il tutto con un lapidario “I Mariposa sono stati una band italiana”. E invece no. Tornano più forti di prima, come un Jason Vorhees versione remiscelata in qualche decimo o undicesimo capitolo di una sanguinosa saga splatter. E non è che lo fanno come lo zio d’America che torna da oltreoceano per le feste natalizie con un pullover color cappuccio annacquato, nossignori, ma con un grottesco cadeau, vergato dal solito, enigmistico, accostamento di vocaboli di per sé inaccostabili. Anzi, da un gioco di parole che fa indubbiamente sorridere, ma che evoca demoni al contempo.

Cos’è Liscio Gelli? Chi è? Cosa vuole da noi, e perché lo spettro di un burattinaio così oscuro, viene richiamato tra i vivi grazie a una rediviva danza? È dunque vero che il liscio è in via d’estinzione, e le balere non son nient’altro che lo spettrale veicolo di echi, suoni, strascichii, odori catacombali e canti agrodolci?

A detta di Enrico Gabrielli, polistrumentista che non ha certo bisogno di presentazioni, il liscio evoca ricordi inquietanti: «Da bambino, il liscio era la musica del paese, come di tanti altri della zona del centro Italia. Mi faceva paura, perché era la musica degli anziani, mi incuteva sgomento. Ma col tempo, è diventata invece una musica che veicolava un senso di affetto, quasi genealogico, di radici». Gabrielli prosegue, quasi a tracciare la storiografia di un culto a gestione familiare, più che di un genere: «La storia della famiglia Casadei è complessa: parte da Secondo Casadei, il genio, il capostipite – quello di Romagna Mia, per intenderci. Era un sarto di formazione, una persona elegante e raffinata, che ben rispecchiava la sobrietà e i modi del liscio originario. Morì nel ’71, e solo pochi anni prima entrò in formazione il nipote, Raul, che poi ha traghettato il liscio verso un successo popolare, portandolo in tv, a Sanremo, perfino all’Arena di Verona. Ma ne ha anche sancito il decadimento dei valori estetici, il tradimento dell’eleganza originaria, lasciandolo scadere verso il kitsch: quando si pensa al liscio, oggi, vengono i mente le paillettes e le cosce ben nutrite delle cantanti di provincia». Continua: «Qualche anno fa, ho percepito un desiderio di liscio fuor di misura, a tal punto di voler formare una band che portasse il nome di Liscio Gelli. Una specie di liscio imbastardito, mescolato con la psichedelia. Poi cambiai idea, proposi il fatto ai Mariposa, quando ancora c’era Fiori, e credo che la genesi del disco sia da rintracciare proprio lì».

Ecco, se c’è una band che (involontariamente o meno) ama narrar di sé con digressioni temporali, abominevoli iati e pause, eccola. Ed ecco l’arcano: questo bell’album ha covato in un limbo per quasi un decennio, dall’addio di Fiori (definito dallo stesso Gabrielli «un vero creativo, che non falsifica niente, anche nelle convenienze») ai giorni d’oggi. E se, per dovere di narrazione scomposta, tornassimo alle origini del tutto? Gianluca Giusti, membro fondatore della band, mi parla del 26 novembre 1999, la data che ha visto ribollire il brodo primordiale dei Mariposa per la prima volta: «Il primo concerto dei Mariposa, presso il centro sociale La Villa Occupata di Firenze. È una data spartiacque, perché sancisce l’inizio dell’attività pubblica della band, allora un trio composto da me, Michele Orvieti e Alessandro Fiori, di cui provavamo le canzoni nel salotto della nostra casa studentesca: era un canzoniere ben formato, piuttosto ricco, che però non poteva essere rappresentato dal vivo, da una formazione così “squilibrata” in termini di componenti. Poi si aggiunse Enrico Gabrielli, per l’occasione, e quella fu la vera prima formazione del gruppo. L’ossatura del concerto era sostenuta dalle tracce che poi sarebbero finite in Portobello Illusioni, che fu registrato l’anno successivo. Di quel periodo ricordo bene anche la successiva data del 5 gennaio del 2000 al Messico e Nuvole di Lendinara, in provincia di Rovigo, con una nebbia pazzesca. Erano concerti lunghissimi, c’erano molti pezzi, le pause erano molto lunghe, cosa che fortunatamente siamo riusciti a levigare con gli anni. Sono cambiate molte cose da allora».

Certo, sono passate venti primavere, molto tempo se pensiamo a un figlio, a un mutuo dilazionato, al lasso di tempo che intercorre tra l’hic et nunc e l’ultima volta che la Fiorentina ha alzato un trofeo, per dire. Nel frattempo, i Mariposa si allargano, esplorano le più umide e stantie cavità della musica, per poi fare ritorno con notevoli reperti, come il bizzarro EP Nuotando in un Pesce Bowl, in cui mostrano i primi segni di vicinanza a una certa tradizione musicale nostrana, in particolar modo quella partenopea. «Devo dire che è sempre rimasta una componente ludica, nella nostra musica – prosegue Giusti – da molti scambiata per eccentricità e stravaganza, ma sintomatica di un approccio ben rappresentato in lingua inglese – to play, che significa suonare, certo, ma anche giocare. Nella fattispecie, il progetto di Nuotando in un Pesce Bowl fu commissionato a Gabrielli, che poi lo fece arrivare a noi come ensemble, con delle partiture aperte già composte in precedenza. La trasfigurazione del repertorio napoletano fu totale, si sentono poco gli echi del progetto di riscrittura iniziale, sebbene sia possibile intuirne le forme in alcuni passaggi. Riascoltandolo a distanza di anni devo dire che è una bella escursione nell’ambient. La musica di Liscio Gelli, invece, per quanto rivisitata ha comunque il ritmo, le cadenze ben riconoscibili del liscio, in pezzi non di repertorio, ma scritti interamente da noi».

Un altro aneddoto, meritorio di narrazione, che risiede tra le mille avventure dei Mariposa, è senza dubbio la collaborazione con Daevid Allen, grande stregone australiano e deus-ex dei Gong, formazione sotto la cui egida spirituale si sono formati i Nostri. Giusti: «Devo dire che noi Mariposa abbiamo tanti ascolti molto diversi, proveniamo anche da percorsi diversi, e soprattutto nei primi anni di esistenza come band, in cui si stava spesso a contatto, ci siamo influenzati a vicenda. Però ecco, se c’era una cosa che metteva d’accordo tutti, quella erano i Gong. Daevid Allen è un nostro nume tutelare, indubbiamente». Ecco come avvenne l’incontro: «Conoscemmo Allen a Firenze – città in cui accadono molte cose importanti per i Mariposa – nell’aprile del 2008. Lui faceva tappa all’auditorium Flog, con i Brainville Three. Io chiamai Enrico Romero, che organizzava il tour di Allen, e riuscii a convincerlo a farci suonare in apertura, facendogli fare lo sforzo notevole di far suonare un ensemble di sette elementi prima di un trio, cosa assai rara nel contesto della musica dal vivo. All’epoca uscì Best Company, il nostro album di cover, in cui compariva una cover di Oily Way dei Gong, a dire il vero piuttosto fedele all’originale – quando in realtà eravamo più portati a stravolgere i brani, piuttosto che eseguirli pedissequamente. Quella sera non poteva esserci Fiori con noi, così chiedemmo ad Allen se gli andava di salire sul palco e suonare il brano. Sentire la sua voce sul palco fu qualcosa di molto emozionante, a tal punto che facevamo fatica a credere che fosse vero, e lo ammetto al di fuori di ogni retorica: fu molto bello vedere Michele Orvieti offrirgli in tè durante il bridge strumentale, e per noi è stato sicuramente uno dei momenti più alti in assoluto. Poi l’anno dopo, per l’uscita dell’omonimo, lo contattammo per chiedergli se voleva fare una collaborazione su una traccia, e rispose con entusiasmo. Pensare che la sua voce sia su un nostro album, ancora oggi, ha un effetto potentissimo su di noi».

Un altro aspetto costante che ha lambito per anni l’attività discografica e non dell’ensemble è il rapporto di filiazione costante con il mezzo radiofonico: criminalmente sottovalutato, ritenuto un mezzo ormai vetusto, ma grande veicolo di spettri emotivi e suggestioni. «Devo dire che la radio mi ha salvato l’esistenza», mi dice Gabrielli, con l’emozione di chi parla di una persona a cui è indissolubilmente legata. «Io ero teledipendente, soprattutto nei primi anni in cui mi trasferì a Milano per fare il Conservatorio, e la radio mi aiutava a ripulire il cervello, mi tranquillizzava molto. Io ascolto Radio 3 dal ’96, e continuo tuttora ad esserne un accanito ascoltatore. Non ho Spotify, non ascolto musica in streaming, mi basta Radio 3. Ma anche il solo ascolto di programmi d’informazione, o comunque talk, è edificante. L’ascolto giornaliero di Radio 3 fa bene alla mente!».

Nacque addirittura un network in seno all’etichetta (fondata dai Mariposa stessi) Trovarobato, che per un certo periodo definì gran parte dell’attività extra-palco della band. Gabrielli racconta: «Contattammo una cosa come centinaia di radio indipendenti, anche fuori dal territorio, proponendogli questo format esportabile in più contesti radiofonici, prodotto al Magazzeno, il centro di comando dei Mariposa, uno spazio creativo che fungeva tra le altre cose da sala prove e studio in cui appunto andava in onda il programma, dal titolo Magazzeno Bis». Adesso è possibile trovare contenuti di repertorio e podcast sul sito di Daevid, web radio di Trovarobato non a caso battezzata col nome dell’angelo protettore dei Nostri. «Era una cosa quasi pionieristica – prosegue Gabrielli – perché parliamo del 2004 e ancora non c’erano le web radio. Fu un bel percorso, una bella esperienza che ricordo ancora con affetto. Erano anni frenetici, e creativamente appaganti».

Anche Giusti contribuisce a rendere un’immagine fedele e appassionata di quell’esperienza: «Noi siamo uomini di radio: ci è sempre piaciuta come mezzo di comunicazione, e l’abbiamo adottata come canale per veicolare gran parte delle nostre attività, anche indipendentemente dal progetto Mariposa. Ad esempio, Trovarobato nasce proprio dal nome di una trasmissione che io e Michele Orvieti avevamo a Radio K Centrale a Bologna all’inizio degli anni 2000, con l’intervento di altri membri dei Mariposa. Magazzeno Bis coincide con una delle esperienze più significative della nostra carriera, senza dubbio lo sforzo creativo più generoso, impegnativo ed appagante. Tutto girava attorno a quell’officina di creatività, nel periodo che intercorre tra il 2004 e il 2009, e Magazzeno Bis era un programma che ibridava delle forme che poi sarebbero divenute di tendenza di lì a poco – come l’idea del secret concert su invito per un gruppo ristretto di persone (una ventina circa), che fungeva poi da pubblico per questo talk show che si rifaceva (in maniera neanche troppo velata) ai programmi di Arbore e Boncompagni. C’erano imprevisti, situazionismi, rubriche bizzarre, finti sponsor. È un programma da cui è passata tutta la scena italiana dell’epoca, ed è ancora oggi motivo di orgoglio per noi».

Anche un loro album dal titolo Quanti Sedani Lasciati ai Cani era pensato come un radiodramma, così come Liscio Gelli, che verrà presentato dal vivo con una particolare formula: «Francesco Locane (giornalista e scrittore, voce storica di Radio Città del Capo di Bologna, e collaboratore di questo sito, ndSA) ha scritto un programma radiofonico – mi racconta Giusti – ambientato in un presente ucronico in cui le cose non sono esattamente così come le conosciamo, nell’Italia del 2020, ma sono profondamente diverse, dettate da esiti differenti di avvenimenti storici. Questa narrazione radiofonica verrà presentata dal vivo assieme all’album, scandendo il ritmo della performance e la scaletta dei brani».

La storia dei Mariposa, avrete capito, non è una storia qualsiasi. Certo che ce ne vorrebbero di tempo, di righe e battute da sacrificare come alfieri sul campo di guerra, per raccontarla tutta. Ma questo, ahimé non è tema dell’articolo che state leggendo. Forse, un giorno, sarà fatto. Adesso la priorità è un’altra, ovverosia capire come e quando arriva Liscio Gelli: tutto deve filare, tutti i pezzi comporre un quadro che, seppur astratto, deve avere un senso. Il giusto Giusti, fedele custode delle Verità e delle Gesta del ciclo mariposiano, racconta come sono andati i fatti: «Le registrazioni di base che sono presenti nell’album sono del dicembre 2013, periodo in cui il grosso del processo di scrittura e produzione fu fatto. Dopodiché è seguito un grande iato, derivato da una serie di questioni esistenziali e personali di ognuno di noi, che ha poi fatto scaturire una progressiva perdita d’interesse nei confronti del progetto. L’abbiamo recuperato due anni fa, quando decidemmo attraverso un giro di email di recuperare il materiale e di finirlo: da allora sono stati fatti rimaneggiamenti, rimescolamenti, missaggi su missaggi, e nel processo si sono aggiunte altre due canzoni, ovverosia Let’s go Party e Il Lupo. Devo dire che è uno dei migliori lavori mixati dal nostro chitarrista Rocco, che negli anni ha affinato le sue capacità tecniche. Se è vero che ci sono voluti tanti anni per avere Liscio Gelli, posso serenamente ammettere che sono ampiamente serviti ad avere l’album così come lo volevamo Tutto ha un senso».

E quindi, per allacciarmi al quesito iniziale, cos’è Liscio Gelli? «È un album che parla dell’idea del falso, del travestimento, del tradimento. Del complotto, ma artistico, non politico: è tutto traslato per metafore, e mai spiegato direttamente». «Tutto si muove – procede Giusti – in un contesto narrativo in cui il liscio viene tradito, il rock viene tradito, in cui le cose rappresentano un’ombra, o una parte di essa. C’è un brano nell’album, Aurelio, che dice: “vedo l’ombra che proietto, e che non sai vedere tu. In questo album, Licio Gelli non esiste».

4 Febbraio 2020
4 Febbraio 2020
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