Compendio di musica flessibile

Con le sue riletture di brani di Iggy Pop, Simon & Garfunkel, Burt Bacharach e Osvaldo Farres, Cuatro Covers – in spazio recensioni – è solo l’ultimo tassello del percorso musicale multiforme di Lucrecia Dalt. Una biografia, la sua, che ingloba i classici, si perde in un’adolescenza trip-hop per poi uscirsene con una formula autarchica e minimale, sussurrata e imprevedibile, in bilico tra post, ambient, kraut, elettronica. E’ il cambiamento la struttura portante del suono: pochi tratti ma fondanti, fuori dai facili punti di riferimento e dentro un equilibrio coerente e minimale, mutevole ma al tempo stesso credibile.

Coordinate stilistiche che si mescolano a geografie già di per sé peculiari, lei colombiana di Medellín trasferitasi armi e bagagli a Barcellona. Con un’infanzia trascorsa in una famiglia che con la musica ha sempre trafficato: «Mio nonno quand’era piccolo suonava la batteria e poi è diventato anche un’ottimo musicista di maracas; mia nonna suonava la chitarra; mio zio da ragazzino costruì un sistema artigianale per il karaoke per cantare le canzoni di Nino Bravo. In casa si ascoltavano Beatles, Jimi Hendrix, Doors, Pink Floyd, Bob Dylan, Velvet Undergrond. Tutti artisti che rinconduco a momenti diversi della mia vita». La semina è feconda ma il raccolto genera frutti insospettabili. Se è vero che a metà anni Novanta una cassettina clandestina dei Portishead rivela alla Dalt – al secolo María Lucrecia Pérez López – un mondo ai confini con l’elettronica, il beat sintetico, le macchine, di cui prima non si aveva nemmeno percezione. Il passaggio successivo è un praticantato compito tra vinili e giradischi, per poi approdare al looping via laptop e alla musica suonata animati da una spinta creativa «introspettiva, solitaria, ma al tempo stesso eccitante».

Gli esordi discografici differiscono e non poco dalla Dalt contemporanea. Acerca (Series, 2005) mostra una musicista più interessata alla programmazione che al ricorso a una strumentazione tradizionale. Dieci brani che citano la lezione di certa indietronica tedesca versante Notwist (con qualche vaga cadenza dubstep/ambient), presagiscono quel perfezionismo formale che diverrà un tratto distintivo ma ancora non sorprendono per originalità e carattere. Preferendo un rassicurante tappeto sintetico alle geometrie instabili e difficilmente circoscrivibili che verranno di lì a poco. Anche il passo successivo Like Being Home (Series, 2007) sa di terreno di prova, un EP dall’anima folktronica nobilitato da un approccio pop fin troppo lineare, capace tuttavia di mostrare anche qualche segno di un cambiamento in atto, di un’ elasticità potenzialmente avventurosa.

L’album che sancisce la maturità artistica arriva due anni dopo e si chiama Congost (Pruna Recordings, 2009): «Ho fatto tutto con un laptop e tre microfoni, mettendo insieme il suono di chitarra, basso, voci, tamburello, violoncello, tromba, xilofono, strumenti di legno, giare, bottiglie, spugne, borse di plastica, percussioni improvvisate, registrazioni ambientali e samples di batteria. E’ il mio disco più personale e consapevole. Ho scritto le melodie e ho registrato e mixato tutto il materiale, ad eccezione di alcuni interventi strumentali di amici». Voce sospesa in un limbo, brani spruzzati di psichedelia (Ceniza), ambient (Zig Zag) e claustofobie assortite kraut-wave (Too Much Light), ma soprattutto un sentire che preferisce astrarre, lavorare sul mood, piuttosto che cedere alle strutture organizzate troppo ripetitive o alla forma canzone tradizionale: «Quello che passa è quello che mi sembra giusto e coerente sul momento. Col suono cerco di non rinchiudermi in una zona troppo “confortevole”. Trascorro molto tempo cercando nuove combinazioni di effetti per riuscire ad ottenere elementi inediti dalla stessa sorgente».

Tutto scorre e tutto si modifica. Al punto che lo split Pasillo uscito l’anno scorso in condivisione con i Radioaisle sembra ridefinire ancora una volta le direttive stilistiche. Scegliendo una secchezza minimale, certe chitarre scarnificate su bassi inquietanti, un’elettronica sempre più trasparente e complementare. Un fil rouge ripreso dal Cuatro Covers citato in apertura che mostra una personalità autonoma e votata alla contemporaneità, nella consapevolezza di ciò che le accade attorno: «Mi sento particolarmente vicina a una certa scena di Los Angeles perchè ho collaborato col Dublab e ammiro musicisti come Nite Jewel, Julia Holter, Dam-Funk, Daedalus. Apprezzo anche Luke Sutherland, James Pants, Daisuke Tanabe, Gudrun Gut, Felix Kubin, Beak>, Momus, Hauschka».