Là dove esplodono le stelle

Gli M83 si sono formati ad Antibes, in Francia, nel 2001. Piccola città fatta di luci e spigolature, Antibes nasce a ridosso del mare, dove il cielo deve essere azzurro e di notte tutto può essere riempito. E’ una città dove si vive di riflesso e di morte, l’una è la conseguenza dell’altra. Ad Antibes, tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald tra i suoi spazi aperti, la vita ha la voce zuccherosa di un adolescente e l’andare strascicato di un visionario. Le melodie sono le luci di Monet, Signac e Hartung, dedicate alla ripetizione delle mescolanze cromatiche e sensoriali. In the cold i’m standing now, canterà dieci anni dopo l’Anthony Gonzales mente braccio e sogni degli M83. In piedi a ridosso dell’olimpo e deciso a conquistarlo.

M83 è un nome destinato, ispirato dalla galassia Messier 83, rivolo di luci polveri stelle ed esplosioni; in questo senso, il progetto di Anthony Gonzales e Nicolas Fromageau, non ha bisogno di recensioni, né parole, neppure attestati di stima. A descriverlo pensano i manuali di astronomia, appiccicati ed esaustivi. Se vogliamo definirlo, neo-shoegaze: non un’evoluzione in principio, ma una rivisitazione destinata a imprimere strutture e finalità opposte accomunate dalla stessa sensibilità, dalla stessa apparenza noncurante. E così tutto diviene più immediato (meno fronzoli autoreferenziali e più coesione seppur dolcificata) e ciò che emerge è l’idea di un sogno (o segno, mai il simbolo) scarnificato dalle amenità dispersive che hanno imbrigliato l’intero sistema shoegaze dentro e dietro l’adorata (e definitiva) prigione feedbackiana.

La prima destinazione è l’elettronica sperimentata, minuta ed eclissata su muri sonori perfetti e indistinti del primo album, M83 (Goom, 2002, 6.7/10), primo passo già collaudato e invidiabile. La sensazione è che sia un’azione di recupero indistinta (l’ambient, il post rock, la quasi dance (!), il giocattolo pop) avvolta da una preziosa nebulosa shoegaze che sa – per il momento, nulla a che vedere con i fasti futuri – di celebrazione e idealismo. L’impressionismo è tutto, dicono gli M83 e ad emergere sono impressioni evanescenti, oniriche ed irreali. Ciò che conta è il colore non il disegno, la confezione melodica non il concetto: un’immaturità apprezzabile che si riempirà già l’anno successivo di ossa emozionali e dei simboli di cui si diceva, con uno dei capolavori assoluti d’inizio millennio.

La vita ultra terrena

Ciò che distingue Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts (Mute Records, 2003, 8.2/10) da tutto il resto – dalla vita musicale terrena, verrebbe da dire – è l’epicità, l’aura di classico che l’accompagna già nelle premesse, figurarsi nei suoni. L’obiettivo è la ricerca del suono immutabile benché ricercato, stratificato, annusato con costanza. Ciò che stabilisce la definitività di un lavoro è l’assenza o l’essenza di una parola, una sola, a narrare le gesta e le dimensioni da destinare alla memoria, da tramandare a chi viene. Non tutto è perfetto e coinvolgente nel secondo album targato M83, perché si sa, la mediocrità può anche avere un sapore innovativo (il ritrito lavorio robotico di Cyborg) o la spudoratezza agghindata di America: rescindibilità fatta sintetizzatore.

Ad emergere, alla lunga, è la freschezza compositiva di 0078h e di Noise, oltre ad un’altra mezza dozzina di perle innominabili come un flusso, veri e propri inni ansiogeni in cui la confusione viene riordinata e sommersa. La conclusiva Beauties can die segna il ritorno all’origine, l’accenno d’intesa finale con l’ascoltatore, l’ammicco in salsa Sigur Ròs che mancava, e ancora, l’umanità del presente dopo l’emersione nel futuro che ci precede. Il tutto è deciso, pronto nel rappresentare l’inafferrabilità della nostra epopea, tra risvolti kraut e dreamy, eppure coeso dalla frammentazione rumorosa.
Fromageau abbandona la band, sommerso dal successo, dal peso catartico di un fluire tanto ambito quanto rivoltante, a sfiorare gli intrecci di un film immaginario, prima sundanciano ma destinato al successo planetario.

Gli M83 diventano una one man band, ideale spalla delle superstar neo-shoegaze dell’epoca, gli scandinavi The Radio Dept., molto meno innovativi ma così adorabili pre la teen community indie, da diventare quasi particola imprescindibile sui blog di mezzo mondo. Gonzales decide di riciclare – si faccia attenzione, non ribadire o reinventare, ma riciclare – il successo senza appigliarsi né alla terra (il pubblico), né al cielo (la confezione stilistica del tutto, già esageratamente palesatesi), né alle origini della suo background dorato (lo shoegaze non è una raccolta differenziata, dev’essere compromissione con il resto). Tutto rimbomba nel terzo album, Before The Dawn Heal Us (Mute, 2005, 6.9/10) tra universi ripetuti e cori stramazzanti, così l’epico può diventare manifesto scadente di un’epoca irrappresentabile, indefinibile vent’anni prima, figurarsi ora.

E’ l’equilibrio opposto, slegato da ogni dinamica di successo e regolato dall’istinto conservatore, a cibarsi delle cellule sonore non più condensabili. Before The Dawn Heal Us è l’angoscia giovanile che preme (Moonchild e In The Cold I’m Standing, forse l’apice della carriera degli M83), ma è soprattutto la rivolta che dall’alto del capolavoro precedente finisce per riflettersi, tra il pubblico, come esercizio di stile e di maniera, alla ricerca della ricerca di un equilibrio commerciale raggiunto col successivo Saturdays=Youth (Virgin, 2008, 6.4/10). You appearing annuncia la venuta del successo, e come in un romanzo di Houellebecq (ricordate il suo “La possibilità di un’isola”, memorabile passo falso), tra un pianoforte melanconico e l’inevitabilità di una voce, il tutto preannuncia giornate di sole e morte, vere e derivative come le pagine di Houellebecq.

Gli M83 diventano autentici testimoni, questo lo si deve ammettere, incapaci di rigettare il loro talento nell’arte del riciclo. Skin Of The Night è l’ultimo volo, come una tragedia entusiasmante, prima di una seconda parte a dir poco imbarazzante nella sua spudoratezza poppettara. Nel bel mezzo di questo vortice revisionistico ci finiscono i ghirigori abbozzati di Digital Shades [Vol.1] (Mute, 2007, 5.2/10), infruttuoso tentativo di rimanere nel vivo delle cronache; a posteriori un tonfo pieno e sordo nel dimenticatoio shoegaze, un “si salvi chi può” confuso e sconclusionato, dove la sperimentazione cede il passo alla sonnolenza e alla mancanza di originalità. L’eclissi è evidente e imperdonabile, a sentire i detrattori. La rinascita è nell’equilibrio, Gonzales lo sa perfettamente.

La caduta degli dei, la scalata al resto

A descrivere lo spartiacque decisivo del nostro racconto, basta un’istantanea: l’indifferenza generale con cui i fans dei Depeche Mode hanno accolto gli opener act M83 in un concerto a Roma, un paio di anni fa. La gavetta al contrario: il pubblico c’è e non reagisce e la band, impaurita, desiste; a guadagnarci (in insulti) è il pomeriggio assolato che accompagna il tutto. Poi il vuoto, per un paio d’anni o giù di lì. Un giorno, tra il nulla pitchforkiano, ricompare l’idea e l’arroganza e a differenza degli album precedenti, gli obiettivi sono chiari e immutabili.

La maestosità del trailer del nuovo Hurry Up, We Are Dreaming è lì a dimostrarlo, ad assumere i contorni di un “benvenuti nell’acqua alta”, anche se il desiderio è di sguazzarci dentro, come un novello Kevin Shields al contrario. Tutto è equilibrio, gli intermezzi dell’album sono l’origine degli anni di fuoco che furono, i riempitivi assurdi, diranno i detrattori, (le canzoni vere e proprie) sono ciò che il pubblico decodificato e confezionato, amante e mai amato, vuol sentirsi dire: l’esasperato recupero di ciò che ti sei perso mentre il resto – o il futuro – è messo da parte, condivisibile ma ancora non comprensibile. Il tutto è retromania certificata. Il singolo Midnight City diventa l’esempio supremo del nuovo corso deciso ad ammaliare il mondo, un bollino di qualità.

Scopiazzato e irresistibile, derivativo e immacolato, il singolo come d’altronde l’intero Hurry Up, We Are Dreaming, diventa specchio dei tempi, summa di un suono stratificato, assaggiatore di tutto ciò che l‘ha formato, un saliscendi vertiginoso e ben equilibrato. Gli M83 sono pronti per il grande passo, sulla scia delle superstar (Arcade Fire, The National, Animal Collective), verso la celebrità indie, incassando il successo commerciale concedendosi alle dinamiche retrograde e scopiazzate che il destino musicale degli anni dieci richiede. Tutti ricordano e copiano qualcuno, negli M83 ciò che emerge è il pathos, a discapito dell’originalità. Ciò che ispira viene sezionato e distribuito a ricreare l’aura perduta.

Nel nuovo album di monsieur Gonzalez, manca la tenacia esibizionista e sensazionale dei primi lavori e la freschezza pop (sentita e mai doppiogiochista) di Saturdays=Youth. S’insegue l’equilibrio, per poi rimpiangerlo, come il cuore e la mente di chi ascolta (sorpreso dal passato che incombe!), immaginando i fasti e gli insuccessi antichi. Il futuro è in un angolo, gli M83 ne sanno disegnare l’atmosfera, dimenticando l’epicità assaporata solo per un momento. E se gli anni dieci concedessero solo il sapore dell’epica, monsieur Gonzalez ci sbugiarda, svelandoci il mistero, raccontando il finto, ammettendolo. Agli annali e alle classifiche di fine decennio il giudizio supremo.

Forse Hurry Up, We Are Dreaming è indirizzato agli anni venti, quando basterà sfiorare il talento e l’essenza, riducendo noi ascoltatori come insensibili mangiatori di tutto, elevando loro – i musicisti – su un piedistallo, capaci di canalizzarci, facendoci credere in equilibrio. Perché come nel film Black Heaven (colonna sonora targata M83, i casi della vita), l’universo solare cui si aspira è solo l’anticamera del nero e dell’inquietudine, come l’acqua alta del successo. Il segreto è l’equilibrio, gli M83, a modo loro, l’hanno raggiunto.