Dai fasti di Madchester al progetto The Deadstock 33s, un’intervista con Justin Robertson

Mentre le più giovani generazioni di clubber saranno venute a conoscenza della sua musica grazie alle produzioni firmate con lo pseudonimo di The Deadstock 33s, la carriera di Justin Robertson parte dagli anni ’80 ed arriva fino ad oggi inanellando una serie di lavori impressionante per quantità e qualità, e facendo di lui uno dei più longevi, rispettati e consistenti produttori e dj dell’intera scena britannica. Dai suoi remix per artisti del calibro di New Order, Happy MondaysBjörk passando per il progetto Lionrock, fino alle più recenti incarnazioni. Di tutto questo e altro ancora abbiamo parlato con lo stesso Robertson in una lunga ed interessantissima intervista, fatta anche in occasione dell’uscita del suo più recente 7″ Numerical Discord Swap / Cyborg Holiday Snaps. A voi ora il piacere di leggerne il resoconto e di scoprire qualcosa in più su di lui.

Hai iniziato la tua carriera nei tardi anni ’80, stando alle tue biografie, nella città di Manchester. Ci puoi raccontare qualcosa del tuo background musicale e dei tuoi inizi in un era musicale così eccitante?

Mi sono trasferito a Manchester provenendo dalle dormienti Home Counties nel 1986. Ero un ragazzino serio e brufoloso, fan dei The Fall, ma con una collezione di dischi reggae discreta. Durante la mia prima settimana all’università ho incontrato un altro ragazzo chiamato Eddy Leviten, un po’ più vecchio di me, proveniente da Leeds e già studente a Nottingham, dove aveva frequentato locali come il Garage ed il Kool Kat per ascoltare Graeme Park. Eddy mi ha introdotto alla prima house music, a gente come Raze e Farley Jackmaster Funk. Insieme abbiamo cominciato ad andare all’Hacienda, inizialmente alla indie night “Temperance Club” di Dave Haslam, dove era solito mischiare un po’ di tutto, da Shinehead ai Tackhead. Dopo poco cominciammo ad essere presenze fisse ai venerdì sera di Mike Pickering e Martin Pendergast, denominati “Nude”. Questo è stata una vera e propria rivelazione, un momento da “via per Damasco”! Non ancora in odor di acid house, tutta Manchester era presa dal sound della house music! Un atmosfera pazzesca con un mucchio di balli scatenati e di fischietti trillanti, con un pubblico molto vario dal punto di vista razziale e sociale, davvero un periodo favoloso. Da lì ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di diventare un dj. A Manchester c’era un gran movimento allora, come ho detto prima, questo precedeva l’epoca della acid house, degli smilies, mentre a Londra la scena musicale era ancora incentrata sui rare grooves e tutto quel revival dei 70s. Ci sono tanti clubs che ho amato. The Fizz, il Trash, il Communation, The Gallery, The Psv…È stato un momento importantissimo per scoprire un nuovo mondo sonoro.

La tua carriera è decollata negli anni ’90. Di nuovo, un periodo cruciale e pieno di fermento, importante anche per tutto lo sviluppo della musica elettronica e per la club scene per come la conosciamo ora. Che ricordi hai in proposito?

È stato un periodo molto divertente! Tutto ha accelerato velocemente. In quel periodo lavoravo in un negozio di dischi chiamato Eastern Bloc, un posto dove sono entrato in contatto con un sacco di gente. Tutti i personaggi più interessanti della scena musicale di Manchester si incontravano lì: gli 808 State, A Guy Called Gerald, gli Stone Roses, gli Happy Mondays, entravano ed uscivano in continuazione da quel negozio. Era un posto pazzesco, sempre pieno di djs, troupe cinematografiche e ravers! Sono arrivato da lì al mio primo remix per i Mad Jacks per pura coincidenza, senza mai essere entrato in uno studio e senza sapere come funzionasse, ma sapevo come volevo che il mio remix suonasse. Ho cominciato a lavorare con un bravissimo tecnico del suono chiamato Mark Stagg, lui mi ha aiutato moltissimo all’inizio. Di seguito ho remissato Björk e gli Erasure, tutto nel giro di pochi mesi, è stato pazzesco. Era tutto così nuovo. Avevamo cominciato ad emulare i dischi americani che uscivano a quei tempi, ma presto iniziammo a sperimentare, inserendo influenze dub reggae e rock nel tentativo di creare qualcosa di nuovo. A volte la cosa non funzionava ma quando riuscivamo a trovare la combinazione giusta, il risultato era molto buono. È stato un periodo di sfrenata sperimentazione ad opera di ambiziosi dilettanti. Nessuno aveva idea di quanto sarebbe durato, i trend andavano e venivano in quei giorni, ma presto è parso chiaro che si trattava di qualcosa di diverso, senza regole, e che proprio per questo poteva tramutarsi ed evolversi in maniera del tutto inattesa ed imprevedibile… e continua ancora a farlo! Era in continua mutazione in parte grazie alla tecnologia in continuo cambiamento, ma anche perché l’immaginazione degli ascoltatori era del tutto libera.

Non senti la mancanza di quell’eclettismo così comune in quegli anni e che tu hai espresso bene in alcuni dei tuoi dischi di quel periodo?  Te lo chiedo considerando quanto compartimentalizzata la club music è oggigiorno…

Penso che ci siano ancora molte situazioni e dj che celebrano la diversità musicale, ma è difficile parlare di “scena” visto che è tutto cosi frammentato, ci sono milioni di settori. Eppure ci sono decenni di musica ancora piena di sorprese da scoprire e della magnifica nuova musica viene prodotta in continuazione ed in gran quantità, per cui c’è ancora molto spazio per l’eclettismo. A mio parere, il problema è che molti vedono questa come una carriera, organizzando “marketing meetings” ed adottando “strategie”, preoccupandosi dei “likes” e dei numeri, il che è ok, ci si deve guadagnare da vivere dopotutto e questo fa parte della vita moderna. Ma è anche importante ricordare perché si è iniziato a fare tutto questo: se non è per condividere buona musica e regalare divertimento alla gente facendo quello che fai, allora le cose possono cominciare a diventare prevedibili e stantie. Detto questo, comunque, penso che avere una certa direzione durante un dj set sia una cosa positiva, anche in una scaletta eclettica un certo flow è importante. Se non è fatto a dovere, il saltare da un genere all’altro può risultare fastidioso. Sono stato al party organizzato per festeggiare l’anniversario dell’Optimo ed è stato una lezione di eclettismo, una bellissima esperienza, un set che scorreva liscio come un fiume. Loro sanno come si fanno queste cose. A volte un dj set techno, o qualcosa del genere, senza interruzioni può essere divertente, ed ho rispetto per i puristi proprio per questo, ma io non riesco ad essere così. Cerco di proporre un set dinamico e vario senza risultare fastidioso, o per lo meno è quello che spero. Mi ritengo fortunato di poter condurre un programma radiofonico mensile su Soho Radio chiamato “The Temple of Wonders”, dove ho la possibilità di proporre musica proveniente da tutti gli angoli del cosmo, il tutto con una vena psichedelica e molto eclettica appunto.

A questo punto mi piacerebbe sapere la tua opinione sullo stato, ad oggi, della musica elettronica e della club culture in Gran Bretagna…

Dappertutto viene prodotta musica tremendamente buona, davvero il meglio di sempre! Forse sono gli spazi in cui ascoltarla che scarseggiano, specialmente a Londra. L’accento viene posto sul profitto attraverso le speculazioni sugli immobili e questo finisce col causare forti pressioni sugli spazi che offrono una proposta interessante. Ad ogni modo, la qualità delle proposte è generalmente eccellente, che sia a Manchester, Liverpool o Glasgow. Dappertutto si tengono serate top e dappertutto si organizzano party entusiasmanti. Ho partecipato la scorsa settimana ad uno di questi, una situazione pazza organizzata all’interno di un parco di divertimenti in Cornovaglia, con un pubblico giovane, preso bene ed allo stesso tempo colto dal punto di vista musicale. Per cui direi che la creatività e l’entusiasmo non mancano.

A livello mondiale, quali sono stati i dischi, i produttori e gli eventi che più ti hanno entusiasmato nel corso del 2017?

Wow, ce ne sono cosi tanti! Impossibile fare una lista completa. Di certo mi piace il suono di gente come Toulouse Low Trax, Autarkic, Tcp, Red Axes – che sono incredibili -, Bawrut, Belbury Circle. Il nuovo album dei Tangerine Dream è riuscito a mantenere vivo lo spirito di Edgar Froese. L’esibizione di Whyte Horses al Barbican è stata magnifica. Ed ancora, The Maghreban. La DMX Crew ha fatto un gran lavoro lo scorso anno. Cowboy Rhythm Box. Lauer, sempre favoloso. La label Full Pupp. Bahnsteig 23. Inoltre c’è una gran quantità di grande musica africana che sta venendo riscoperta e ristampata, roba davvero magica. La El Paraiso Records continua a rilasciare dischi di alta qualità. Oh, ed inoltre c’è la loro sublabel con Ulrich Schnauss, Azure Vista, Nicklas Sørensen. Matias Aguayo ha prodotto un album eccellente. Inoltre mi sono piaciuti i remix di Bosq dell’Orchestre Poly-Rythmo de Cotonou, ed ancora Vanishing Twin, The Comet is Coming. L’etichetta Hoga Nord ha pubblicato della splendida musica durante lo scorseo anno, e pure delle belle t-shirts.

Aggiungo ancora il disco di Juana Molina, il ritorno di Penguin Cafe, Sula Bassana – il mio sperimentatore elettronico preferito sulla scia degli Hawkwind -, Al Lover, Jane Weaver sia su disco che in concerto. Ascoltare Manuel Göttsching rifare E2-E4 ed i primi album degli Ashra Temple dal vivo. I Lucid Dream live in un pub dell’East London. This is Memorial Device di David Keenan. I libri di Gary Lachman, Chris Bateman, Markus Gabriel, Barbara Ehrenreich, Paul Kingsnorth, Byung Chul Han e Ben Myers. Ho avuto anche la possibilità di proporre le mie opere d’arte al Refuge di Manchester. Ho visto la mostra The Soul of A Nation al Tate, la retrospettiva di Hockney, la mostra delle opere fotografiche di Elton John, anche quella di Sore Sanle, favolosa! E per finire aggiungo la Yogi Footwear che ha rimesso in produzione le sue scarpe Negative Heal!

Scorrendo la lista dei tuoi remix è impossibile non notare la gran quantità di produzioni da te firmate. Quali sono secondo te le caratteristiche che ne distinguono la fattura e ancora, quali sono quelli che sono stati per te fonte di ispirazione negli anni?

Penso che un remix debba sempre aggiungere qualcosa di nuovo al materiale originale, qualcosa di personale e sorprendente. Ogni volta che chiedo ad altri di produrre remix dei miei brani, sono contento se decidono di distruggere gli originali, se trovano uno spunto interessante e cercano di appropriarsene. Per quello che riguarda i remix che mi ispirano, King Tubby e Lee Perry e l’approccio del dub sono i miei continui punti di riferimento in termini di deformazione della normalità. E poi ci sono migliaia di brillanti remix, anche se credo siano pionieri come Francois Kevorkian, Walter Gibbons, ed quelli della scuola di Chicago che hanno il merito di aver cambiato per sempre il corso della musica. È quello che di cui mi sono innamorato tanti anni fa. Adrian Sherwood, Andrew Weatherall, Martin Hannett, Dennis Bovell, anche loro mi hanno influenzato molto. Ma mi capita di ascoltare in continuazione nuovi produttori e remix che mi entusiasmano e di spingono a migliorare quello che faccio.

Tra i tanti pseudonimi e progetti con i quali hai firmato le tue produzioni, The Deadstock 33s è quello che continui a tenere in attività fin dai primi anni 2000. Ho l’impressione che sia quello con cui ti senti libero di esprimere l’aspetto del tuo sound più orientato verso la techno ed i dancefloors. Cosa ci puoi raccontare a proposito?

Quel progetto è nato durante un periodo in cui sentivo il bisogno di realizzare qualcosa di fresco. La metà degli anni 2000, quello non è stato un periodo molto positivo per me. Non riuscivo ad identificarmi con un sacco della roba techno che usciva e non ero nemmeno molto entusiasta dell’electroclash, anche se ci sono dischi di quell’epoca che ho amato. Per cui ero alla ricerca di qualcosa di nuovo. Così mi sono trasferito a Londra ed ho messo su il mio home-studio, lavorando completamente da solo, all’inizio senza nemmeno essere troppo convinto di quello che stavo producendo, andando avanti per tentativi. Di una cosa ero però certo: volevo riuscire a produrre qualcosa che suonasse caldo ed organico ma allo stesso tempo essenziale, crudo e danzabile. Qualcosa che prendesse ispirazione da quei primi dischi house che ascoltavo dopo essere arrivato a Manchester, ma anche dal dub e dalla psichedelia e dal lato più sperimentale della disco music. Ascoltare quello che produceva In Flagranti a quei tempi è stato di enorme importanza, quella viscerale jacking wonkiness! Quello era l’approccio che cercavo, crudo, psichedelico. Il tutto mi ha anche riportato ai primi anni di Lionrock, solo la tavolozza sonora era cambiata, l’urgenza di provare a far convivere vibrazioni disparate era la stessa. L’influenza di Joe Gibbs trovava posto a fianco di quella dei Tangerine Dream ma con le fondamenta di un beat proto-house. È la cosa che mi ha dato più soddisfazione, mi sono sentito come se tutti questi anni non avessi fatto altro che lavorare per arrivare a quel sound, e sono ancora eccitato per i suoi possibili sviluppi.

Ci puoi raccontare qualcosa a proposito del nuovo 7″ Numerical Discord Swap / Cyborg Holiday Snaps, pubblicato di recente da Paradise Palms Rec.?

L’idea è nata dalla mia amicizia di lunga data con i tipi di Fini Tribe, David Millar ha fondato la label con i gestori del negozio di dischi ed organizzatori di eventi Paradise Palms e mi ha chieso di contribuirvi. Sono stato molto contento di farlo. Ho scelto un feeling acid electro, una specie di colonna sonora immaginaria per un film che mostra un futuro distopico, pieno di cyborgs che vanno in vacanza, o sono impegnati in mortali conflitti.

A proposito di singoli a 45 giri, tu sei un cultore di northern soul e reggae, due generi associati a quel tipo di formato discografico. Hai mai pensato di compilare una raccolta dedicata ad uno o l’altro genere?

Ho la possibilità di indulgere in quelle passioni all’interno del mio programma radio The Temple of Wonders. Li si trovano in molti casi le radici della musica dance. È vera e propria roots music, meravigliosa e misteriosa. Ogni settimana offre la possibilità di ampliare le conoscenze, c’è una quantità enorme di grande musica che continua ad entusiasmarmi ed inspirarmi.

Per concludere, quali sono i tuoi progetti per il 2018?

Ce ne sono tantissimi. Ho un nuovo EP di nuovo materiale per Deadstock 33s in uscita su Silicone Soul e sto finendo di produrre altra musica con quello pseudonimo. Stanno per essere publicati anche alcuni remix, uno per Noel Gallagher, che è un mio vecchio amico dai tempi di Manchester. Ho realizzato la colonna sonora per un film sui vampiri ed un altro progetto del genere è potenzialmente all’orizzonte, per cui tengo il tutto segreto e le dita incrociate. Oltre a questo c’è una mia mostra di opere d’arte in arrivo a Londra da aprile a giugno, per cui sto apportandovi gli ultimi ritocchi. Sto scrivendo anche un romanzo, una cosa che richiede tempo e spero di trovare momenti per dedicarmici di più durante l’anno. Amo la filosofia, ho avuto la fortuna di intervistare alcuni dei miei pensatori preferiti nel corso degli ultimi due anni e spero di includere alcuni di questi in forum legati alle mie mostre d’arte. Cerco semplicemente di realizzare della buona arte, produrre qualcosa che mi renda felice, cercando di fare del mio meglio con la speranza che la gente lo apprezzi.

16 gennaio 2018
16 gennaio 2018
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