La lotta in musica dei sacri spiriti

Bruno Parisse, gestore tutto-fare di Ruralfaune, aveva ragione. Il
2007 è stato davvero un anno speciale per la Francia sotterranea
innamorata di note inusuali. Abbiamo avuto modo di ascoltare dodici
mesi di sonorità infiltratesi con discrezione tra i valichi delle Alpi
e giunte, per chi avesse orecchi, anche da queste parti: folk declinato
con la psichedelia più malata (Monks Of The Bahlill, Bartolomé Sanson,
anche curatore delle splendide edizioni d’arte Kaugummi), annegato in
magma di drones (Natural Snow Buildings, Enfer Boréal), strimpellato in
punta di dita su una chitarra malconcia (A Man A Guitar), condotto
pericolosamente sul confine di possibili derive freak (The
Cosmic Mandoliners, ancora Bruno Duplant). Per tacere poi del dinamismo
– che spesso, da queste parti, finisce per fare rima con iperattività –
di etichette come La Belle Dame Sans Merci, Crier Dans Les Musées,
Faunasabbatha (la Ruralfaune che guarda all’immaginario black metal),
realtà che, foss’anche unicamente per l’impegno elargito nel produrre e
materializzare assortite stramberie musicali (e artistiche),
meriterebbero ben più di un cenno fugace.   
Se è ormai assodato – quasi una proprietà costitutiva del fenomeno –
che numerosi progetti di genere debbano vivere giusto il tempo di una
manciata di CD-R (e si tratta di un tempo davvero molto breve,
considerando la prolificità di certi artisti), accade però talvolta
che, da un humus tanto fertile, spunti un virgulto che noti più robusto già ad un primo ascolto.
Ai fratelli parigini Olivier e Frédéric Charlotla fortuna ha arriso sin da subito. Non hanno avuto bisogno di gavette
a suon di autoproduzioni e contatti myspace, loro. Si facevano chiamareBathyscaphe e sonorizzavano oscure pellicole di
registi francesi con il risaputo armamentario di forme post-rock,
colorazioni dark, linee spezzate jazz. E’ bastato inviare qualche demo
alla Conspiracy Records (nota per la varietà delle musiche trattate: in
catalogo, oltre ad alcune edizioni dei più blasonati Isis, Knut, Boris,
anche Fear Falls Burning, Nadja, Birchville Cat Motel, Sunburned Hand
Of The Man) per ricevere la proposta di un contratto, per far nascere Maninkari.
La dea bendata deve aver avuto gioco particolarmente facile nel
favorire la piccola azienda familiare, se i demo inviati all’etichetta
contenevano già in embrione l’EP di lì a poco uscito in veste
ufficiale.
Psychoide/Participation Mystic(12’’con remix, Conspiracy, 2007, edizione limitata a 1000 copie)  non
si fregia di trovate rivoluzionarie, non annuncia mutamenti di
paradigma: dice forse cose già dette, è vero, ma con una forza
espressiva ed un’eleganza formale che sanno togliere il fiato. Il primo
brano, d’ambientazione pagana (il passo di lì a certi Grails è
estremamente breve), mette in scena il titanico scontro tra spiriti
asháninka che il gruppo tributa già nel nome che si è scelto: il
drumming sciamanico e scomposto di Olivier a fronteggiare l’ossessivo
fraseggio per violino di Frédéric, nel rituale orgiastico di un dramma
sonoro interrotto sul finire da field recordings mediatori di
pace. E’ il primo intervento dell’elettronica: non deve del tutto
stupire, allora, se a mettere le mani sul brano è Robin Rimbaud / Scanner, che ne offre – salvando in loop il
violino, gettando via tutto il resto – un maestoso arrangiamento
parasinfonico che guadagna in eleganza e lirismo quanto sacrifica in
violenza tribale.   
Participation Mystic modula
parole di un folk ancestrale e psichedelico sin dall’ingresso, e sono
solo le prime note, di strumenti inusuali (cimbalo) o orientali
(santoor a percussione). Nella struttura del brano pare quasi di
fronteggiare dei Godspeed You! Black Emperor sotto
effetto di piante psicotrope assunte per favorire pratiche mantriche:
un crescendo che si sviluppa per accumulazione lineare di stasi
ambientali e cavalcate epiche (arazzi di strumenti a corda sempre
sostenuti dal possente tappeto percussivo imbastito da Olivier). Il
remix di Broadrik è in linea con le ultime produzioni Jesu.
Ritmica quasi dub (la solita batteria elettronica) che si lascia alle
spalle un codazzo di riverberi ambientali allentando la tensione
trattenuta dell’originale (la giustapposizione delle varie sezioni) in
una conciliazione di elementi (quasi) raggiunta.

Cos’aspettarsi
dall’esordio dopo un simile biglietto da visita? Rimandiamo alla
recensione per giudizi di merito. Qui basti aggiungere che i due
fratelli, come si sarà capito, amano lavorare di cesello e che la
pazienza di stare ad osservare suoni e processi che si consumano quasi
per autocombustione certo non manca. E allora ecco un doppio album che,
in ossequio al principio manicheo che sembra regolare le dinamiche di
tutti i pantheon di civiltà primitive, asseconda la logica binaria del
bene e del male, dell’oscurità e della luce.