Marea a Ravenna

Da qualche anno c’è un nuovo soggetto in Romagna, e si muove tra Cesena e Ravenna ed è itinerante per sua stessa natura. Si chiama Mu, ed è un’associazione condotta da tre musicisti e un’artista (Giovanni Lami, Enrico Malatesta, Glauco Salvo e Clio Casadei). Come nel Pensiero del tremore di Glissant, Mu vive di creolizzazione feconda, laddove la non convenzionalità delle musiche praticate sta nell’accostamento con altri linguaggi e altre modalità di fruizione, dal teatro (come nella collaborazione con la Societas Raffaello Sanzio all’interno del Teatro Comandini, a Cesena) ad altri soggetti attivi in ambito musicale (l’associazione Magma con cui, lo scorso anno, Mu ha organizzato una memorabile esperienza-performance alle saline di Cervia).

L’ultimo esito di questa avventura si chiama Marea, «un progetto di valorizzazione del patrimonio sonoro di Ravenna», «una rassegna culturale pensata per presentare al pubblico i più recenti sviluppi di sperimentazione e ricerca dedicati al suono […], attraverso il coinvolgimento di artisti italiani ed internazionali e utilizzando come base di comunicazione e divulgazione il porto, la sua storia, le sue potenzialità acustiche e sociali, il suo territorio e il ruolo che riveste nella percezione individuale e collettiva». Marea dura lo spazio di due weekend, dal 18 al 20 maggio e dal 25 al 26 maggio 2018. In questa temporalità si innestano non solo performance live (tra gli altri, Janneke van der Putten, Claudio Rocchetti, il trio formato da Vasco Alves, Adam Asnan e Louie Rice), ma anche e soprattutto laboratori (Massimo Carozzi di Zimemrfrei, Aliossi), conferenze (Elena Biserna), sessioni di ascolto (Helicotrema), un’esposizione (con i fieldwork di Carlos Casas), sound-walk (Davide Tidoni).

Abbiamo posto qualche domanda ai quattro animatori di Mu e ne abbiamo ottenuto un riscontro corale: Marea emerge anzitutto come un dispositivo di problematizzazione dell’ascolto, ma anche come un’occasione relazionale, di rete con il territorio. Ecco le loro risposte.

Marea è un progetto dell’Associazione Mu, di cui fanno parte tre musicisti (Giovanni, Enrico, Glauco) e un’artista visiva (Clio). Perché avete deciso di iniziare questa avventura? Come sono andati i primi anni di attività?

Enrico Malatesta: MU è la formalizzazione di una necessità vitale che ci accomuna: la necessità del confronto e il conseguente essere parte di una corrente di circuitazione di persone e idee inerenti il suono e le pratiche di ascolto di livello internazionale. Una delle modalità che rende sostenibile il nostro vivere in Romagna è dedicare parte delle energie nel creare le condizioni per cui le persone che ci interessano e che stimiamo come artisti e come esseri umani inizino a frequentare le nostre città contribuendo, attraverso la presentazione del loro lavoro, a realizzare connessioni e confronto e ad arricchire la proposta culturale locale. Marea sintetizza appieno i nostri primi due anni di attività come gruppo.

Come ricorda Douglas Hofstadter in Bach, Escher, Gödel, “Mu” è un’espressione del buddhismo zen che disinnesca una contraddizione, una scelta binaria. Quali sono le contraddizioni che tenete insieme? Le alternative che non considerate tali? Vale anche per il tenere insieme in Marea workshop e concerti?

Clio Casadei: Attraverso Mu tentiamo, in effetti, di disinnescare certe consuetudini interpretative che creano contraddizioni, di forzare gli stereotipi che intaccano la fruizione e che pregiudicano l’esperienza. Stabilito il legame, una contraddizione non è più tale. La scelta di proporre formati diversi all’interno della stessa programmazione riflette la volontà di lavorare sulla fruizione in maniera estesa, per sottolineare, ancora di più nel caso di Marea, l’importanza di un ascolto attivo. Accostiamo formati diversi perché è importante nutrire l’esperienza agendo su più versanti e cerchiamo, per quanto possiamo, di rendere partecipi le altre persone di un modo di intendere più fluido e dinamico che in parte ci accomuna.

Da un paio d’anni condividiamo un percorso sulla consapevolezza dell’ascolto. Come è cambiato il vostro approccio a questo discorso da musicisti a operatori culturali?

EM: Ritengo che abbiamo sempre ricoperto un ruolo come operatori culturali anche se forse in modo meno palese di adesso; la nostra formazione si è da sempre basata sull’incontro con l’altro e la sua attrazione nei luoghi che abitiamo…essenzialmente l’approccio non è cambiato se non nell’impegno progettuale.

Ho sempre sostenuto che la “scena” italiana legata all’elettroacustica, alle musiche non convenzionali, all’improvvisazione radicale, sia molto sviluppata per piccole comunità locali più che per grandi metropoli. Siete d’accordo? La rassegna e il vostro lavoro in Romagna ha in qualche modo a che fare con questo?

Glauco Salvo: Sicuramente le attività che ci interessano difficilmente rappresentano un’attrazione per il grande pubblico e necessitano di profondità d’ascolto e apertura a pratiche artistiche non convenzionali, quindi è naturale che la provincia, che offre possibilità di scambio e di confronto che forse non sono così facili in un contesto dispersivo come quello di una grande città, favorisca la creazione di piccoli gruppi di persone attive e interessate. Credo che ogni momento di condivisione – che sia un concerto o un laboratorio o un incontro informale con un artista – sia molto più prezioso in provincia piuttosto che in una città in cui la quantità e la velocità del susseguirsi delle proposte culturali rischia di appiattirne le modalità di fruizione, di trasformarle in prodotti di consumo. Il nostro lavoro in Romagna è volto a coltivare una circuitazione regolare di contenuti non convenzionali, e di favorire attraverso di essa la creazione di una rete di individui e realtà culturali: è una necessità che credo accomuni molte delle piccole comunità locali di cui parli, in cui non basta essere presenti, ma partecipare e attivarsi in prima persona sono condizioni necessarie per la vitalità culturale del territorio.

Sempre a questo proposito: Marea ha una forte connotazione legata a un luogo, Ravenna, oltre che a pratiche di ascolto e produzione musicale. Come mai questa scelta?

Giovanni Lami: Fin dalla sua nascita MU è sempre stata un’entità abbastanza nomade, tesa ad intrecciare relazioni con altre realtà associative o istituzionali. È inevitabile che ad un certo punto abbia proposto qualcosa di più articolato da realizzare a Ravenna – dove vivo – all’interno del nostro percorso come associazione. Soprattutto la relazione porto-città mi ha sempre affascinato, sono aree nascoste e sconosciute ai più, distanti ma immense, che conoscevo solo attraverso il lavoro di mio padre e ho portato molti anni dopo dentro al mio lavoro fotografico. Ho sempre pensato avessero grandi potenzialità, che unite oggi allo sviluppo della Darsena potrebbero davvero dar forma ad un’eccellenza in movimento su più direzioni, facendo coesistere proposte di intrattenimento/food/relax, altre più culturali, altre ancora con una vocazione più sperimentale e specifica.

Ultima domanda sul formato: sempre nei ragionamenti comuni, abbiamo spesso parlato di “audience developing” per le musiche non convenzionali. Di creare anche gruppi di lavoro legati a uno specifico territorio per avere una base di fruizione con cui, volendo, anche fare scelte di programmazione. In che modo una rassegna intensiva (un festival, o come preferite chiamarlo) si presta maggiormente o meno a questo obiettivo, rispetto a una programmazione più diluita nel tempo?

CC: Marea si sviluppa in quanto sguardo sul paesaggio, su un panorama ambientale, sonoro, urbano, di produzione. Lo sguardo è fugace ma intenso. Mi piace pensare che lo sguardo che proponiamo possa avere una durata, una forma di persistenza che esula il tempo cronologico della programmazione. Allo stesso tempo, Marea è parte di Mu, un processo di costruzione più ampio ed espanso, diluito appunto, nella nostra esperienza e nell’esperienza di chi ci segue.

16 maggio 2018
16 maggio 2018
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